ERIK DURSCHMIED.
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FAKE HISTORY.
Le bugie della storia raccontate dai vincitori.
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Parte 2.
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Titolo originale: From Armageddon to the Fall of Rome. 2002.
Traduzione di: Franca Gerita Bonelli.
2018. Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Parte Quarta. I CESARI.
9. Il difensore di Roma.
10. La collera di Cesare.
11. 52. L'anne terrible.
12. Il dado  tratto.
13. Un uomo d'onore.
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Parte Quinta. GLI IMPERATORI.
14. Un'epoca di assassinii.
15. E saranno passati a fil di spada.
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Parte Sesta. I BARBARI.
16. Caos nell'impero.
17. Quando Roma cadr, cadr anche il mondo.
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Epilogo. Vae vietis! Guai ai vinti!
Bibliografia.
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FINE Indice.
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PARTE QUARTA.
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I CESARI.
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Da Mario a Cesare. 102-44 avanti Cristo.
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Oderint, dum metuant.
Mi odino pure, purch mi temano.
Cicerone (106-43 avanti Cristo), Filippiche.
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CAPITOLO 9.
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IL DIFENSORE DI ROMA.
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Aquae Sextiae, 2 luglio 101 avanti Cristo.
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Sul campo di battaglia, per un capo  un disonore essere superato in fatto di valore dai suoi uomini, e per i suoi uomini  un disonore non essere all'altezza del valore del loro capo. I capi combattono per la vittoria, gli uomini per il loro capo.
Tacito, Germania.
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Il console Caio Mario fu l'angelo custode di Roma. Sulla
base di una valutazione obiettiva della storia,  indubbio che
per la sopravvivenza di Roma Mario fece pi di chiunque
altro: la salv da distruzione certa, niente di meno. Per fortuna
dei posteri, due autori, uno romano, Tacito, e uno greco,
Plutarco, ci hanno lasciato un'attendibile descrizione delle
sue imprese.
Gli uomini che comandavano gli eserciti di Roma erano
sottoposti all'autorit del senato. Ricevevano direttive dal
senato ed eseguivano gli ordini del senato, dopo di che era
previsto che si ritirassero nelle loro tenute di campagna, magari
a coltivare le viti, ma non che entrassero in politica. Le
cose cambiarono di colpo sotto un aristocratico per nascita
e populista per scelta, Caio Gracco, che prima fond un partito
plebeo (135-121 avanti Cristo) e poi si mise a capo dei populares
per prendere il controllo del senato. Dopo la sua morte, voluta
dall'aristocrazia senatoria, per ben sei volte consecutive
i populares elessero come loro rappresentante e console un
oscuro generale. Il suo nome era Caio Mario.
Nel 113 avanti Cristo, il DCXL secondo il calendario romano (ovvero
640 anni dopo la fondazione di Roma, che ufficialmente
sarebbe avvenuta nel 753 avanti Cristo), dalle cupe foreste che, nel
Norico (Austria), costeggiavano la riva settentrionale del
Danubio, improvvisamente sbucarono vaste orde di giganti
biondi e con gli occhi azzurri, cos alti che la guarnigione
romana di stanza a Carnuntum, sul Danubio, non appena
ebbe dato loro uno sguardo, depose le armi e se la diede a
gambe il pi velocemente possibile. Si trattava dei Caempir
(in tedesco K'mpfer, cio guerrieri, che i Romani chiamavano
Cimbri) e dei Teutoni. Spaventose inondazioni avevano
devastato i loro territori (lo Schleswig-Holstein e la penisola
dello Jutland, in Danimarca) costringendoli ad andarsene
per vagare alla ricerca di nuovi pascoli. Avevano dunque radunato
mogli, mucche, pentole e spade e si erano messi in
marcia. Dall'Austria, dove si erano scontrati con una legione
romana comandata dal console Papirio Carbone, che aveva
cercato di fermarli ed era stato sonoramente sconfitto, la
marea umana penetr nell'Helvetia (Svizzera), dove si congiunse
con un'altra trib guerriera, gli Ambroni. Di tutte e
tre queste trib si era avuta notizia per la prima volta nel
110 avanti Cristo, in Gallia (Francia), quando si erano spinte nella valle
del Rodano.
Il console romano Silano aveva incontrato i loro capitrib,
dato uno sguardo alla vasta orda e altezzosamente respinto
la loro richiesta di avere un territorio in cui stabilirsi. Silano
aveva notevolmente sottostimato la potenziale minaccia
di questa marea umana in movimento, una minaccia che
poteva interessare la stessa Italia. Aveva comunque cercato
di sbarrare loro la strada, ma la sua armata improvvisata,
composta prevalentemente di riservisti e di reclute prive di
addestramento, sub la stessa sorte che era gi toccata agli
uomini del console Papirio Carbone. La maggior parte dei
suoi 200.000 Romani fu infatti massacrata dalle asce di guerra
dei biondi giganti. Quello che Silano non aveva ottenuto
con i suoi 200.000 uomini, il console Manlio Massimo cerc
di conseguirlo con 80.000 legionari ben addestrati.
Nel 105 avanti Cristo, si scontr dunque con le trib ad Arausio (Orange) sul
Rodano. Anche questa volta fu un disastro, uno dei peggiori
mai toccati alle truppe romane. Di fronte alla marea urlante
dei giganti nordici, i legionari ruppero le file e si diedero alla
fuga in preda al terrore, ma nel tentativo di mettersi in salvo
attraversando l'ampio corso del Rodano furono tutti uccisi.
Dopo la battaglia, i vincitori circondarono i 40.000 Romani
non combattenti e li massacrarono.
Improvvisamente si affacciava lo spettro di un'invasione
della penisola italica. Nulla infatti si frapponeva tra i biondi
barbari e il territorio italiano, nulla tranne poche, demoralizzate
coorti che se ne stavano acquattate dietro le mura di
Massalia (Marsiglia). I cittadini romani tremavano di paura,
il senato fu preso dal panico e chiam colui da cui poteva dipendere
la salvezza di Roma, il console Caio Mario, un uomo
di solide origini contadine, cittadino romano ma che non
apparteneva alla minoranza patrizia da sempre al potere.
Con la sua popolana prontezza e la capacit di non perdere
la testa anche nelle situazioni pi difficili, Mario aveva fatto
una brillante carriera militare. Come pretore aveva domato
le trib ribelli della Spagna, mentre all'epoca del disastro
di Arausio era in Nordafrica, impegnato a tenere a bada i
feroci Numidi. Con la consueta perfidia, Roma aveva infatti
attaccato i valorosi guerrieri che avevano permesso a Scipione
l'Africano di riportare la vittoria su Annibale. Grazie alla
sua esperienza, Mario divenne il difensore di Roma, l'ultima
ancora di salvezza. Il suo primo compito fu dunque quello
di impedire ai barbari di invadere la Provincia Romana, l'attuale
Provenza.
Con i suoi collaboratori, che comprendevano il giovane
questore Lucio Cornelio Siila, uomo destinato ad avere un
ruolo decisivo nella vita del console, fece vela per Massalia.
Al suo arrivo, trov ad attenderlo una vergognosa situazione
che gli rivel la debolezza delle difese romane e la codardia
delle sue truppe. I pochi legionari erano mal organizzati, mal
armati e con il morale a terra. Il primo compito di Mario
fu dunque quello di far loro superare la paura dei giganti
teutonici e di infondere fiducia nelle loro possibilit. Infatti
non poteva far nulla per fermare i barbari fino a quando
le sue demoralizzate truppe non fossero state riorganizzate.
Ebbe fortuna. Poich la stagione era ormai avanzata, Cimbri,
Teutoni e Ambroni decisero di fermare l'avanzata verso
sud e di accamparsi per l'inverno lungo il Rodano, nei pressi
di Avignone, prima di tentare il pericoloso attraversamento
del fiume all'inizio della primavera. Una contesa intertribale
aveva fatto s che i Cimbri si separassero dagli Ambroni e
dai Teutoni. I Cimbri si erano dunque diretti verso la Spagna,
con l'intenzione di saccheggiare la penisola iberica, ma
erano stati fermati a ridosso dei Pirenei dai Celti iberici.
La partenza dei Cimbri aveva indubbiamente ridotto il numero
dei guerrieri barbari, tuttavia la loro superiorit numerica
era pur sempre di dieci a uno.
L'inverno offr a Mario tempo prezioso che us per addestrare
e indottrinare i suoi uomini. Cos facendo, Mario
divenne l'inventore della guerra psicologica. I Teutoni non
sono una super-razza continuava a ripetere ogni giorno ai
suoi legionari. Noi batteremo i barbari. Peraltro, non diceva
apertamente che non avrebbero mai potuto affrontare le
soverchianti forze teutoniche, a meno che si fossero presentate
circostanze particolarmente favorevoli. Le trib avevano
infatti oltre 200.000 guerrieri forti e ben armati, mentre i
legionari romani erano soltanto 20.000.
Mario era un uomo molto superstizioso, che credeva nelle
stelle, nei sacrifici e negli oracoli, ed era solito dare battaglia
soltanto dopo aver ricevuto la benedizione di qualche essere
divino. Per questo si portava sempre appresso la sua profetessa
personale, una donna nota come Marta l'indovina.
Avvolta in un mantello rosso, brandendo una lancia ornata di
nastri, Marta sacrificava animali agli di e prediceva il futuro
esaminando le ceneri delle loro ossa. La donna consigli a
Mario di essere paziente, e Mario le diede ascolto. Il consiglio
si rivel saggio.
Trascorse dunque l'inverno del 103-102 avanti Cristo nell'accampamento
di Ernaginum (Saint Gabriel, in Camargue), ma
con i primi tiepidi raggi di sole, orde di Teutoni e di
Ambroni si diressero verso il campo romano. Non cercarono di
farvi irruzione, limitandosi a provocare i Romani con insulti
e beffe per spingerli a uscire dalla loro posizione fortificata.
Mario non ne volle sapere; era l per salvare Roma, non per
perdere tempo in inutili scaramucce in cui poteva anche essere
battuto. Rifiut persino di lasciarsi coinvolgere in una
singolar tenzone con un capo teutonico. Per non essere accusato
di codardia, Mario si giustific cos di fronte ai suoi
uomini: Non  questione di ottenere trionfi personali o di
conquistare trofei, ma di tenere lontana la minaccia di guerra
e salvare Roma. E poich il capo teutone continuava a insistere,
mand un gladiatore a combattere al suo posto. Non
sappiamo quale sia stato l'esito dello scontro.
Dopo alcune settimane trascorse a scambiarsi insulti e
qualche lancio di giavellotti, gli indisciplinati barbari si stancarono
di restarsene con le mani in mano davanti alle fortificazioni
di Ernaginum. Decisero dunque di andarsene e di
riprendere la marcia verso sud (102 avanti Cristo). Per sei interi giorni,
dalla sua postazione sulle alture (Les Baux) Mario osserv
l'interminabile fila di carri inoltrarsi nella valle, prima di
iniziare l'inseguimento. L'enorme massa di guerrieri, donne,
carri e bestiame avanz lentamente attraverso le numerose
paludi e lagune della Camargue, prima di attraversare indisturbata
il Rodano e poi marciare lungo il fiume Durance.
Intanto, dall'alto della catena montuosa del Luberon, Mario
e suoi ventimila legionari seguivano attentamente i loro lenti
spostamenti. Ma poich il console romano non aveva alcuna
intenzione di ingaggiare battaglia, i mesi seguenti furono di
completo stallo. Intanto i Teutoni si facevano beffe delle sentinelle
romane che li osservavano dalle alture: Avete qualche
messaggio per le vostre mogli? Presto saremo da loro, e
dormiremo nei vostri letti. I legionari, costretti all'inattivit
sulle colline, cominciarono ad avere scarsit d'acqua, e a
mostrarsi impazienti, quasi al limite della ribellione, fino al
punto di non desiderare altro che battersi. Era esattamente
quello che Mario voleva.
Perch non ci fai combattere prima che il nostro sangue
si inaridisca? chiedevano al loro comandante gli assetati legionari.
Tutto a suo tempo rispondeva il console. La sua strategia
era molto semplice; far s che i nemici si sentissero
troppo sicuri di s e nel contempo accrescere la combattivit
delle sue legioni. In ogni caso, prima di prendere in
considerazione la possibilit di un attacco, doveva trovare il
modo di dividere le due trib per far s che numericamente
diventassero affrontabili. Uno dei suoi giovani sottufficiali, Serorio, era stato a lungo di stanza sul Danubio e parlava
benissimo il teutone; una notte si introdusse dunque nel
campo teutonico sostenendo di essere fuggito dalla prigione
romana di Massalia. Poi stuzzic l'appetito dei barbari raccontando
di una citt piena di tesori e praticamente priva di
difesa, pronta per essere saccheggiata. La trappola funzion.
Il giorno seguente, nei pressi di Aquae Sextiae Salluviorum
(Aix-en-Provence) i Teutoni decisero di separarsi dagli
Ambroni e di puntare direttamente verso l'oro di Massalia.
In questo modo le trib si ritrovarono divise da un giorno
di marcia.
Le mie legioni possono affrontare le trib barbare una
alla volta; ma dobbiamo fare in modo di attirarle su un terreno
a noi favorevole. Fino a ora sono state troppo furbe per
lasciarvisi attirare. Tuttavia anche i furbi commettono degli
errori. Il terreno favorevole fu trovato quando gli Ambroni
raggiunsero la valle dell'Are, un luogo incantevole con basse
alture e sorgenti calde. Le famiglie romane di Aix erano
solite usarlo come localit termale. Gli Ambroni si
accamparono dunque in questa valle paradisiaca nei pressi dei pozzi,
mentre i legionari restavano sulle colline e soffrivano la sete.
Caio Mario, dobbiamo procurarci dell'acqua o moriremo
di sete.
Va bene, ma l'acqua dovrete conquistarvela con il vostro
sangue rispose il comandante e, senza che se ne rendessero
conto, li condusse all'attacco. L'incidente che segu di per s
fu insignificante, ma contribu a cambiare la storia. Un manipolo
di Romani, cos assetati da essere disposti a rompere
i ranghi, decise infatti di tentare la sorte e procurarsi quello
di cui aveva bisogno; con secchi e paioli, e armati di spada,
i legionari corsero gi dalla collina per prendere acqua.
Incontrarono un gruppetto di donne che lavavano i panni,
protette da un pugno di guerrieri. Dal momento che c'erano
molti pi Romani che giganti biondi, i legionari ebbero rapidamente
la meglio sui barbari. Le loro urla richiamarono
per altri Ambroni, alcuni direttamente dalle sorgenti calde
dove stavano beatamente facendosi il bagno: ovviamente costoro
erano privi di armi e furono costretti a battersi a mani
nude. I ben addestrati e ben armati Romani non ebbero dunque
difficolt ad avere la meglio. Altri legionari corsero gi
dal pendio per dare manforte ai loro compagni e ben presto,
non appena i barbari impegnati nella lotta divennero sempre
pi numerosi, si giunse a un vero e proprio combattimento.
Gli Ambroni arrivavano a frotte, i Romani in manipoli: stando
cos le cose era ovvio che i barbari avevano ben poche
possibilit di successo contro i disciplinati legionari romani.
Un ben orchestrato incidente aveva dunque evitato a Mario
di dover prendere una decisione. Come una valanga le sue
legioni si precipitarono gi dalle alture e, con fiera determinazione,
si scagliarono contro la marea di biondi giganti
frammentandola in piccoli scaglioni che la compatta falange
romana non ebbe difficolt a sbaragliare. Lanciando il grido
di battaglia della trib, Ambra, persino le donne ambroni
impugnarono le armi. Ma non serv a molto: l'idilliaca valle
del torrente Are fu disseminata dei corpi dei barbari morti o
morenti. Per tutta la notte si udirono le grida degli Ambroni
sconfitti, non gemiti o sospiri di esseri umani, ma ululati e
ruggiti di bestie feroci(1). Cos fu annientato il popolo degli
Ambroni.
Mario non ebbe il tempo di assaporare la vittoria, poich
le sue spie gli comunicarono che i terribili Teutoni erano nelle
vicinanze. Il temuto attacco non ci fu, tuttavia Mario doveva
pur sempre trovare il modo di cavarsela con la numerosa
e temibile trib dei Teutoni. Ritirarsi tra le colline? Ormai
non c'era pi tempo; quarantotto ore dopo Mario fu cos
costretto a prendere una decisione. I suoi esploratori lo tenevano
costantemente informato delle mosse dei Teutoni, che
nel frattempo erano penetrati in una valle parallela. Subito
prima che scendesse il buio, Mario si mise dunque in marcia
con alcuni uomini, poi scesero da cavallo e si arrampicarono
sull'altura che separava le legioni dai barbari. I boschi erano
immersi in un silenzio tombale; nessun uccello, nessun animale
selvatico, certamente nessun essere umano: tutti erano
fuggiti davanti alla marea di Teutoni. A un tratto, davanti a
loro apparve quello che sembrava un passo. Il pendio che vi
saliva era ripido, ma non insuperabile. Ben presto raggiunsero
la sommit, da cui era possibile dominare la valle sottostante
dove brillavano migliaia di fuochi di bivacco. Assai
stupidamente, i Teutoni si erano accampati in un'area in cui
avrebbero potuto facilmente essere intrappolati: beninteso,
sempre che ci fosse un esercito in grado di farlo! Cosa per
cui le legioni di Mario non avevano abbastanza effettivi. I capitrib
avevano dunque avuto ragione a non preoccuparsi.
Il mattino seguente avrebbero lasciato la valle e sarebbero
dilagati nella piana assolutamente priva di difese. Nell'aria
si avvertiva un senso di morte. Mario sapeva di difendere
l'ultima barriera tra quell'immensa orda e Roma. Guard
quella marea umana e imprec. Doveva assolutamente riorganizzare
i suoi uomini e inventare qualcosa di nuovo e di
diverso. Aveva alcune idee in mente, sperava solo che il dio
della guerra stesse dalla sua parte.
Mario decise di buttare a mare tutto quello che insegnavano
i manuali di arte militare: il suo piano era basato semplicemente
sulla disperazione. In guerra, questo si chiama
scegliere la miglior soluzione in una serie di cattive opzioni.
Avrebbe usato le singole coorti come unit di combattimento
individuale, invece di integrarle in una compatta falange:
ogni coorte avrebbe presentato un fronte di cinquanta
uomini, con un intervallo di un paio di metri tra ciascun
combattente, invece della testudo di scudi accostati l'uno
all'altro. Questo avrebbe consentito che ci fosse pi spazio
per maneggiare la spada e avrebbe allungato considerevolmente
il suo schieramento. Inoltre avrebbe dato l'impressione
che le forze in campo fossero pi numerose. Da ultimo
aggiunse l'elemento sorpresa. Se Annibale aveva potuto
condurre gli elefanti attraverso le Alpi, certamente i suoi legionari
sarebbero stati in grado di superare una montagna
coperta di pini. Durante la notte, ordin dunque a tremila
dei suoi migliori combattenti, con a capo il tribuno Claudio
Marcello, di superare il valico e tenersi pronti a bloccare la
valle alle spalle dei Teutoni, mentre lui stesso avrebbe guidato
il grosso delle truppe a chiuderne l'uscita. Alline le sue
legioni in questo ordine assolutamente nuovo, il flessibile allineamento
a scacchiera che avrebbe rivoluzionato l'esercito
romano e nei secoli seguenti avrebbe portato il suo nome.
Quando tutto fu eseguito secondo i suoi ordini, Mario sal
sulla sommit della collina perch tutte le sue coorti potessero
vederlo distintamente. Sapeva che la presenza del generale
era decisamente importante per il morale delle truppe:
molte battaglie erano state perdute perch il comandante
aveva perso di vista quello che stava accadendo sul campo di
battaglia e cos non era stato in grado di reagire prontamente
ai rapidi sviluppi della situazione. Forse era considerato
meno coraggioso restare sulla sommit di una pollina che
non combattere nel bel mezzo della mischia, ma Mario considerava
il coraggio ben poco importante al confronto della
visione d'insieme dell'andamento della battaglia.
Le istruzioni date a chi doveva operare il primo sbarramento
erano precise: avanzare facendo un gran baccano,
poi rompere le file e darsi alla fuga come presi dal panico,
attirando il nemico nella trappola. Gli ordini furono eseguiti
alla lettera e i Teutoni abboccarono. Lanciando il loro feroce
grido di guerra, i giganti del nord si precipitarono all'inseguimento
dei Romani in fuga, mentre le donne urlavano il
loro incoraggiamento e battevano sui tamburi.
Suonare i corni di guerra ordin Mario. Ed ecco materializzarsi
un muro di punte d'acciaio: i legionari sbucarono
dal loro nascondiglio al riparo di una gola e puntarono
diritto verso i barbari. In quel momento critico, si udirono
altri corni romani: questa volta per il suono proveniva dal
fondo della valle. I legionari si precipitarono contro i biondi
giganti con una violenza che non lasciava dubbi sulla loro
determinazione e i Teutoni ne furono cos sbalorditi che si
fermarono, guardandosi attorno esterrefatti e gridando per
lo stupore. L'effetto psicologico di questo attacco a sorpresa,
che per giunta li aveva colti alle spalle, fu devastante: i
barbari si misero a correre disordinatamente qua e l, nella
confusione pi completa, senza alcuna possibilit di scampo
dal momento che i Romani avevano bloccato i due ingressi
della vallata.
Mario, avvolto nel suo mantello rosso di imperator (generale),
era ben visibile sulla sommit della collina, come
un faro su un promontorio. Ordin ai suoi trombettieri di
suonare l'avanzata: immediatamente le sue coorti formarono
quadrati e si precipitarono contro i Teutoni in preda al caos.
Le prime due file usavano le lance, mentre quelle posteriori
scagliavano i loro giavellotti (pila) contro il nemico. La
maggior parte dei giavellotti venne usata pi volte, dal momento
che i legionari, avanzando, li recuperavano dai cadaveri. Con
i Teutoni stretti tra le pareti di roccia e i Romani che bloccavano
i due ingressi della vallata, la battaglia si trasform in
una carneficina, mentre il terreno si copriva di cadaveri. Plutarco
parla di centinaia di migliaia di uccisi, e di ottantamila
tra donne e bambini condotti in schiavit. Sta di fatto che
non furono molti i Teutoni e gli Ambroni sopravvissuti. Non
per nulla, prigionieri deboli e malridotti non erano soltanto
un inutile fardello che bisognava in qualche modo nutrire,
ma la minaccia vivente alla sicurezza e persino alla vita dei
conquistatori tra le scintillanti insegne delle legioni di Mario.
Parecchie centinaia furono fatti salire sulla sommit della
montagne St. Victoire(2), l'enorme massa rocciosa che si innalza
sulla pianura della Provenza, e poi spinti nel vuoto con la
punta delle spade. I mucchi di morti e morenti, migliaia di
corpi nudi e aggrovigliati, furono poi lasciati a imputridire
nel caldo dell'estate, e il loro nauseante fetore divenne cos
insopportabile da costringere i cittadini di Aix-en-Provence
ad allontanarsi. Da quel momento in poi l'area fu chiamata
Campi Putridi e il villaggio che vi sorge si chiama ancora
oggi Pourrires, da pourri che in francese significa appunto
marcio.
Restava ancora una minaccia: i Cimbri, che erano di ritorno
dall'incursione in Spagna e stavano puntando contro
i Romani. Ancora una volta Mario accorse per difendere
Roma, ora per con un esercito completamente rinnovato.
La battaglia contro i Teutoni aveva dimostrato l'efficacia
della nuova formazione tattica e la battaglia di Vercelli (101
avanti Cristo) fu la ripetizione delle vittorie precedenti: le coorti di
Mario e i suoi cavalieri traci annientarono i Cimbri; 140.000
furono uccisi o giustiziati sul campo di battaglia, 60.000 non
combattenti furono inviati nelle miniere di sale e le donne
nei bordelli. A Vercelli, come ad Aquae Sextiae, Mario lasci
mucchi di cadaveri in decomposizione.
Dopo Aquae Sextiae e Vercelli, Mario fu considerato il
difensore di Roma ed eletto console per sei volte consecutive.
Tuttavia, il suo acume politico non era pari al suo talento
militare e il suo malgoverno port a una spaventosa guerra
civile (91-88 avanti Cristo), la peggiore che la storia romana abbia mai
conosciuto, dal momento che fu combattuta per le strade di
Roma. L'avversario del plebeo Mario era il conservatore Silla,
gi questore e suo luogotenente. Mario fugg in Africa, ma
fu riportato al potere dal democratico Lucio Cinna. Questa
volta, Mario diede il via a un regime di terrore che avrebbe
trovato l'eguale soltanto duemila anni dopo, durante la
Rivoluzione Francese, al tempo del Terrore di Robespierre
(1794). A Roma, alla guerra civile mise poi fine
Silla (82 avanti Cristo),
che sconfisse le forze democratiche, si impadron della citt
e si proclam dittatore. Il difensore di Roma, Caio Mario,
fin i suoi giorni fuggiasco in Africa, braccato da Cneo Pompeo.
Mario diede a Roma una riforma militare eccezionalmente
efficiente. Il disastro di Arausio (105 avanti Cristo) aveva dimostrato
chiaramente la necessit di modificare il sistema militare
romano e Mario fu l'artefice della trasformazione. Il
plebeo Mario ritenne infatti necessario abbandonare ogni
distinzione di tipo aristocratico all'interno della classe militare
e costrinse il senato a scegliere i comandanti in base
al talento e non alla nascita. Mediamente il legionario era
coraggioso, ben nutrito e dotato di buoni muscoli; il premio
per aver combattuto con coraggio era un appezzamento di
terra assegnatogli dal suo imperator, un appezzamento la cui
dimensione era direttamente legata al valore dimostrato in
combattimento. I reparti di equites (patrizi che combattevano
a cavallo, pesantemente sconfitti a Canne), unit un
tempo riservate esclusivamente ai figli della nobilt, scomparvero
completamente, sostituite da un corpo di cavalieri
di professione, formato di mercenari stranieri, originari della
Numidia, della Tracia e della Spagna. Erano suddivisi in
alae, comandate da ufficiali romani. Non avevano l'ardore
patriottico delle antiche legioni romane, ma si trattava di un
inconveniente cui ovviavano con l'abilit e la professionalit.
Il tutto permise all'imperator Caio Mario di creare un esercito
dotato di un sistema di unit intercambiabili di grande
flessibilit e manovrabilit, una poderosa macchina militare
di cui si sarebbe avvantaggiato il nipote, l'uomo che ben presto
avrebbe seguito le sue orme e trasformato Roma in una
potenza mondiale: Caio Giulio Cesare.
...
.
...
Le due vittorie di Aquae Sextiae furono frutto della necessit.
L'inferiorit numerica costrinse Mario ad adottare
un sistema tattico che divenne la chiave di una riforma militare
di notevoli proporzioni. Senza rendersi conto appieno
della portata della sua innovazione, Mario diede a Roma lo
strumento con cui realizzare le conquiste determinanti che
l'avrebbero resa l'unica superpotenza del mondo antico.
Mario aveva fermato i barbari alle porte dell'Italia. Ora
sarebbe toccato a un condottiero pi giovane conquistare il
mondo.
...
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...
Note.
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1. Plutarco, Vite parallele.
2. Mons Venturi, noto fin dal 16esimo secolo come Montagne St. Victoire in ricordo della vittoria di Mario.
...
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CAPITOLO 10.
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LA COLLERA DI CESARE.
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Treviri, 14 maggio avanti Cristo
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Tu regere imperio populos, Romane, memento! Pacique imponere morem! Parcere subiectis et debellare superbos. O romano, tieni a mente che devi reggere sotto il tuo dominio le genti! Imporre la consuetudine della pace, risparmiare chi si sottomette, umiliare i riottosi!
Virgilio (70-19 avanti Cristo), Eneide.
...
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...
Con l'autorit o con il carisma chiunque pu indurre gli uomini
a combattere, e quando si tratta di condurre le pecore
al macello, un abile demagogo ha un indubbio vantaggio. La
fondamentale differenza tra Cesare e i suoi avversari stava
essenzialmente nel fatto che Cesare non ingaggiava battaglia
se non quando era sicuro di essere inizialmente in vantaggio,
e talvolta neppure in questo caso, mentre i suoi avversari
erano pronti ad attaccare anche quando si trovavano in svantaggio.
Cesare sapeva come ottenere il massimo risultato con
il minor costo; in questo fu un maestro, i suoi avversari no.
Non possedeva il genio militare di un Alessandro o di un
Annibale, ma aveva qualcosa di altrettanto vitale per arrivare
al successo: la fortuna. Nella lunga storia delle campagne
militari non esiste generale pi fortunato di lui. Di sicuro,
con la sua audacia e la sua straripante energia fu artefice della
propria fortuna. Inoltre, seppe cogliere quella che, nella sua
epoca, era la peculiare natura della guerra e trasform il suo
esercito in uno strumento terribilmente efficiente con cui dar
prova delle sue eccezionali doti. Qualunque fosse l'impresa
in cui era impegnato, sia che si trattasse della Spagna, della
Gallia, dell'Egitto o della guerra civile a Roma, con il suo carisma
si assicurava l'indiscussa lealt delle sue truppe. Le sue
doti furono uniche: dopo di lui, nessuno pi avrebbe riunito
le qualit di condottiero, statista, diplomatico, legislatore
e scrittore. Impieg tutti i mezzi di cui disponeva, uomini, denaro,
influenza politica, per un unico fine: arrivare al potere.
I suoi successi militari si basano su un principio fondamentale:
agire rapidamente prima che la situazione precipiti e i
rischi aumentino, e una volta decisa la prova di forza colpire
con ogni mezzo a disposizione e non fermarsi finch il nemico
non sia stato completamente annientato. Soltanto una
volta la fortuna lo abbandon: il giorno in cui cadde vittima
del pugnale dei suoi assassini. Tuttavia lasci alla storia il
suo nome, un nome che simboleggia la pi alta autorit di
qualsiasi paese: cesare.
Caio Giulio Cesare (nato verso il 102 avanti Cristo) era un democratico
e, come suo zio Mario, ancora giovanissimo aveva
dato prova di grandi capacit militari. A vent'anni, il senato
gli confer la corona civica per la sua strabiliante vittoria
sui pirati che infestavano l'Egeo e per il ruolo da lui avuto
nel trionfo romano su Mitridate (74 avanti Cristo). Nel 68 avanti Cristo fu
nominato questore(1) della Spagna Ulteriore. Dom le rivolte
locali e termin il suo mandato conquistando l'intera regione
lusitana per poi diventare, nel 61 avanti Cristo, propretore della
provincia di Spagna. In seguito alle brillanti dimostrazioni
di coraggio di cui diede prova, i suoi soldati cominciarono a
inneggiare a lui come al loro imperator, una popolarit che
dava parecchio fastidio al senato, soprattutto perch Cesare
faceva parte della fazione minoritaria dei populares. Fu
richiamato a Roma, dove la sua pungente dialettica gli valse
rapidamente la reputazione di persona con cui non era
consigliabile lasciarsi coinvolgere in un dibattito pubblico.
Nella lotta di potere che in senato vedeva schierate le diverse
fazioni era continuamente preso di mira da Cneo Pompeo,
cui recentemente era stato tributato il trionfo per aver fatto
irruzione in Gerusalemme e conquistato la Giudea (62 avanti Cristo).
Cesare sapeva anche troppo bene di non avere la possibilit
di combattere Pompeo ad armi pari. Se non puoi batterli,
alleati con loro dice il proverbio, ed  esattamente quello
che fece Cesare con il primo triumvirato (60 avanti Cristo). Insieme
a Cesare, ne facevano parte Pompeo, il generale che aveva
vinto la guerra contro Mitridate (66 avanti Cristo) e Licinio Crasso, il
banchiere e uomo pi ricco di tutta Roma. Pur non essendo
affatto un generale, Crasso si era comprato un esercito,
con cui aveva brutalmente represso la rivolta di Spartaco
(71 avanti Cristo), impresa che coron facendo crocifiggere lungo la
Via Appia tutti i sostenitori del gladiatore ribelle. Cosa che,
di per s, provava semplicemente che Crasso era un uomo
crudele, non che potesse costituire una minaccia all'ascesa
politica di Cesare, il quale sugger ai suoi partner che avrebbero
meglio servito Roma, e riempito le proprie tasche, se si
fossero presi cura di province di grandissima ricchezza,
che guarda caso erano situate molto lontano dal centro del
potere, mentre da parte sua si offr di tenere sotto controllo
la situazione a Roma, dove erano scoppiati disordini e c'era
il rischio di guerra civile.
Sbarazzatosi dei partner, relegati in province fuori mano,
Cesare riusc a farsi nominare proconsole dell'Illiricum (Croazia
e Serbia), della Gallia Cisalpina (regione a nord degli
Appennini e della valle del Po) e Transalpina (l'intero sud
della Francia con Provenza, Delfinato e Linguadoca), il cui
precedente governatore era caduto da cavallo (e molto opportunamente
morto) e da dove, a detta di Cesare, i barbari
minacciavano l'Italia. In verit, le sue affermazioni erano
fondate, dal momento che soltanto quarantaquattro anni
prima suo zio Mario aveva fermato un'invasione di Cimbri,
Teutoni e Ambroni. Tuttavia Cesare aveva in mente molto di
pi: come proconsole di entrambe le Gallie avrebbe avuto
automaticamente il controllo di numerose legioni di veterani.
In campo militare non introdusse innovazioni, ma applic,
perfezionandoli, gli schemi di altri grandi generali: Alessandro,
Annibale, Scipione e il suo stesso zio, Mario. Cesare
studi infatti le riforme introdotte da Mario e rimase colpito
dalle implicazioni derivanti dall'introduzione di spazi tra i
membri di ciascuna coorte, a differenza di quanto avveniva
con la precedente formazione di falangi compatte, addestrate
soltanto ad avanzare senza cedimenti, occupando un settore
dello schieramento con le loro lance. Il nuovo esercito
di Cesare era pensato per movimenti rapidi e una maggiore
mobilit di attacco.
Gallia est omnis divisa in partes tres: la Gallia  suddivisa
in tre parti scriveva nell'introduzione al pi celebre dei suoi
commentari, il De bello gallico, La guerra gallica. In quanto
generale vedeva le cose diversamente dai soldati semplici,
e in quanto scrittore, a posteriori rivisse le marce forzate,
gli assedi e le battaglie del generale. Lo scrittore Cesare
scrisse del generale Cesare in terza persona, di fatto per
la personalit era la stessa.
Inizialmente i suoi piani prevedevano di espandere i possedimenti
di Roma oltre il Reno e di marciare lungo il Danubio,
il mitico fiume che separava il confine alpino di Roma
dalle trib barbare del nord. Poi per un'improvvisa migrazione
di 385.000 Elvezi che si spostarono verso sud, lungo il
Reno, arrivando a minacciare il gioiello di Roma, vale a dire
la Provincia Romana, mand a monte i suoi piani danubiani.
Con soltanto 34.000 esperti veterani, corse a fronteggiare gli
Elvezi. Era la prima volta che ricorreva alla strategia di bloccare
una soverchiante forza nemica con una serie di fortezze.
Gli esploratori di Cesare avevano fatto un ottimo lavoro
mappando fiumi e valichi, ma qui, nelle fitte foreste del
Giura, le sue legioni avanzavano a fatica lungo piste che non
avevano nulla a che vedere con le strade che i Romani avevano
costruito perch le loro legioni potessero muoversi da un
capo all'altro delle province. Questi non erano che sentieri
adatti alle mucche, dove le tuniche si impigliavano nei rovi e
la fatica rallentava le lunghe colonne costrette a marce forzate.
Erano stanchi, ma era stanco anche il nemico. Gli Elvezi
avevano infatti marciato attraverso gole e montagne, cosa
non semplice con i loro massicci convogli e la marea di civili
al seguito. Quando poi si accampavano non avevano alcun
piano di difesa: n fossati, n pali, n file ordinate di tende.
Ripari improvvisati fatti di fango e tende di cuoio spuntavano
un po' dappertutto, mentre capre, pecore, cavalli e maiali
vagavano a piacimento. Gli uomini di Cesare erano piombati
sugli Elvezi mentre stavano attraversando il fiume Arar
(Saona). Trentamila, ancora in attesa di essere traghettati sulla
riva sinistra, furono cos massacrati, mentre il resto della trib
assisteva impotente dalla sponda opposta.
Nel luglio del 58 avanti Cristo, nei pressi di Grenoble le legioni
di Cesare fecero piazza pulita dei restanti Elvezi. Con i
suoi 30.000 legionari, coadiuvati da 20.000 alleati gallici di
dubbia lealt, Cesare attacc 70.000 Elvezi fuori dal loro
campo e, con una battaglia che dur tutto il giorno, spinse
gli Elvezi verso il loro accampamento, affollato di centinaia
di migliaia di donne e bambini urlanti. Cesare sfrutt la
baraonda per sferrare l'attacco finale e fu la prima volta che
dimostr il suo vero carattere. La battaglia era stata dura, e
a tratti era persino sembrato che i barbari potessero avere la
meglio. Appariva dunque necessario un sacrificio, qualcosa
che soddisfacesse gli di... Peraltro non mancavano certo i
prigionieri da sacrificare! Una scena spaventosa sconvolse
il campo, quando uomini, donne e bambini furono massacrati
indiscriminatamente per ordine di Cesare. Morirono
130.000 guerrieri elvezi, mentre non conosciamo il numero
delle donne uccise perch i Romani non si curarono di contarle.
Un rappresentante del senato di Roma rimase scioccato
da quanto ebbe modo di vedere: un territorio punteggiato
dai cadaveri maciullati di un'intera trib. Ne chiese
giustificazione al proconsole, ma Cesare fu cos convincente nel
sostenere che i suoi uomini avevano agito soltanto per legittima
difesa che l'inviato del senato si dichiar soddisfatto.
Dopo aver eliminato la minaccia rappresentata dagli
Elvezi, Cesare condusse il suo esercito a Bibracte (monte
Beuvray) per incontrarsi con Dumnorige, capo degli Edui,
la pi grande confederazione di trib galliche della Francia
centrale. Per anni quest'uomo aveva riscosso tasse ed
era diventato estremamente ricco. Disponeva di una guardia
personale e di una propria cavalleria, e se ne serviva per
esercitare la sua influenza sulle trib vicine. Aveva sposato
una principessa degli Elvezi e nutriva un odio personale nei
confronti di Cesare e di tutto quello che era romano. Inoltre,
l'arrivo dell'esercito romano aveva sminuito la sua importanza
poich Cesare aveva apertamente reso onore a suo fratello
Diviziaco(2).
Cesare aveva fatto ricorso a tutta la sua abilit diplomatica
per convincere Dumnorige che il suo potere era gravemente
in pericolo a causa di una possibile invasione a opera delle
trib teutoniche comandate da Ariovisto, minaccia che, secondo
Cesare, soltanto le legioni romane potevano prevenire.
In vista di una simile evenienza aveva cos convinto il capotrib
degli Edui a fornirgli 4.000 dei suoi cavalieri gallici.
Forte del nuovo contingente, Cesare si affrett ad affrontare
Ariovisto: il 10 settembre del 58 avanti Cristo si scontr con i suoi
75.000 barbari nei pressi di Vesontio (Besanon). Sbaragli i
Teutoni e li ricacci oltre il Reno. Con questo successo ebbe
fine il primo anno della guerra gallica (58 avanti Cristo). Cesare trascorse
l'inverno a Besanon.
Nel 57 avanti Cristo, Cesare punt verso nord e, con i suoi 20.000
legionari e 20.000 combattenti ausiliari, invase la Belgica.
In aprile si batt con i 100.000 uomini della trib di re
Galba sulle rive del fiume Axona (Aisne). Sconfisse i selvaggi
e indisciplinati Belgi ed era impegnato ad annettersi il loro
territorio quando, in luglio, incapp in un'imboscata dei
Nervi. L'attacco giunse mentre le sue legioni erano incolonnate
lungo la stretta valle, ricoperta di fitti boschi, del fiume
Sabis (Sambre)(3). Settantacinquemila Nervi si precipitarono
lungo i pendi boscosi e attaccarono i Romani sulla riva del
fiume. Nonostante lo shock iniziale, Cesare riusc a schierare
le sue legioni, poi prese l'iniziativa. Alla fine della giornata,
i corpi di 60.000 Nervi venivano trascinati a valle dalla corrente
della Sambre. Ma anche le perdite di Cesare furono
considerevoli e per il momento dovette rinunciare ad ampliare
le sue conquiste, rimandando ulteriori scontri all'anno
seguente, finch non avesse avuto modo di ricostituire le
sue legioni. Dopo tre decisive vittorie sulle trib barbare del
nord, la Gallia orientale e centrale riconosceva ora l'autorit
di Roma.
Mentre trascorreva l'inverno acquartierato nella Valle
della Loira, Cesare pianific una campagna militare di vasta
portata per il 56 avanti Cristo Invi dunque Publio Crasso in Aquitania
con una legione, Titurio Sabino in Normandia, mentre il
suo pi abile luogotenente, il legato Tito Labieno, affrontava
le trib barbare lungo la frontiera del Reno. Cesare, intanto,
al comando di alcune legioni, marciava contro i Veneti, stanziati
nell'Armorica (Bretagna)(4). Cinque suoi ufficiali, che
esibivano le insegne romane, lo precedevano per negoziare
un'acquisizione pacifica. Tuttavia i Veneti non solo non ne
vollero sapere, ma misero in catene gli inviati romani e li condussero,
chiusi in una gabbia, da un capo all'altro del paese
per mostrare il proprio potere. Prima di allora, i Veneti non
avevano mai avuto a che fare con Cesare! Informato dell'arresto
dei suoi ambasciatori, Cesare minacci i capitrib Veneti
di devastare il loro territorio. I Veneti per contavano
sull'efficienza della propria flotta con cui erano certi di poter
tenere a bada i Romani bloccati a terra. Ma Cesare li sorprese
ordinando la costruzione di sessanta navi, su cui fece imbarcare
una legione al comando di Decimo Bruto(5).
Mentre il resto delle truppe di Cesare restava sulla riva,
nella Baia di Quiberon si combatteva una battaglia navale tra
i Veneti e Decimo Bruto. Tuttavia, le imbarcazioni romane
costruite in gran fretta non potevano competere con le veloci
e pi pesanti navi nemiche. I Veneti stavano dunque per avere
la meglio quando Bruto ebbe la geniale idea di ordinare
che, all'estremit di lunghi pali, fossero legate delle falci con
cui i suoi legionari potessero tagliare il sartiame nemico. Ben
presto la flotta dei Veneti cominci ad andare alla deriva nella
baia. A quel punto i legionari abbordarono le navi venete
e ne uccisero gli equipaggi. Cesare vendic con estrema durezza
i maltrattamenti subiti dai suoi ambasciatori.
Nei mesi invernali, Cesare studi attentamente le mappe
della Gallia per calcolare di quanti uomini avrebbe avuto
bisogno per la campagna di primavera. Scomparsa la neve,
le sue legioni incontrarono ben poca opposizione quando
cercarono di sconfiggere i Morini e i Menapi della Belgica
(Fiandre). Occupato l'ultimo fortino e poich l'accordo con
il re degli Edui, Dumnorige, reggeva, la maggior parte della
Gallia era ormai sotto il controllo di Cesare. Nel 55 avanti Cristo rivolse
poi tutta la sua attenzione alle trib degli Usipeti e dei
Tencteri, che, attraversato il Reno, cercavano di spingersi in
Gallia. Forte dei suoi 30.000 veterani, Cesare marci contro
430.000 Germani, dei quali almeno 100.000 erano guerrieri
ben armati. Nonostante l'enorme disparit di forze, Cesare
si era ormai a tal punto convinto che nulla al mondo avrebbe
potuto resistere alle sue legioni che decise di infliggere
una dura lezione alle trib barbare, una lezione che servisse
a scoraggiare qualsiasi ulteriore tentativo di sconfinamento
oltre il corso del Reno. Intanto, come un gigantesco pitone,
inesauribili colonne di Germani si snodavano attraverso le
valli delle colline boscose delle Ardenne prima di accamparsi
lungo la Mosella, nei pressi di Treviri (Trier).
Cesare inizi fingendo di giocare la carta della diplomazia
e con interminabili trattative cerc di tirarla in lungo il pi
possibile. Sosteneva che il Reno costituiva il naturale confine
geografico, mentre i capitrib la pensavano in tutt'altro
modo. Per il resto, non erano d'accordo su nulla e continuavano
a litigare; Cesare ebbe dunque buon gioco nello sfruttare
le divisioni del nemico per preparare la sua offensiva.
Fin dall'inizio, il suo acume politico e militare gli aveva fatto
comprendere che con i negoziati non si sarebbe ottenuto
nulla e che l'unico modo per risolvere la questione era ricorrere
alle armi. Riteneva infatti che Roma avrebbe potuto
resistere a un'invasione della Gallia per non pi di un anno
prima che le trib provenienti dall'altra sponda del Reno
si spostassero verso sud e andassero a bussare alla porta di
Roma. Mentre proseguivano i negoziati con i capitrib e le
due armate erano accampate una in vista dell'altra, Cesare
veniva tenuto informato dei piani del nemico da un disertore
della trib dei Tencteri che, tra l'altro, gli rivel anche i
contrasti che dividevano lo schieramento nemico. A un certo
punto, per, il suo informatore gli disse che i barbari stavano
programmando un attacco a sorpresa.
Era cos giunto il momento in cui Cesare dovette decidere
tra l'attacco e la ritirata. Avrebbe combattuto, ma sarebbe
stato lui a decidere quando. Le trib germaniche erano
accampate su una pianura ai margini di una fitta foresta,
adatta a un'imboscata della cavalleria. Cesare aveva posto
ufficiali romani al comando della cavalleria gallica che combatteva
al suo fianco. I Germani si impadroniranno del
vostro paese dichiar con enfasi; poi volle essere certo che
avessero compreso che la Gallia era il loro paese; infine,
rivolgendosi ai cavalieri gallici, aggiunse: Dobbiamo essere
uniti per salvarlo.
Nel preparare il suo attacco, Cesare ricorse a molti stratagemmi
utili a trarre in inganno i nemici. Innanzi tutto distrasse
la loro attenzione ordinando parate palesemente inutili
e ispezioni di routine ben in vista dei Germani, mentre
furtivamente, quella stessa notte, faceva spostare un'intera
legione nei boschi vicini all'accampamento germanico. Inoltre
furono accesi grandi fuochi per dare l'impressione che la
legione si trovasse ancora nell'accampamento. Nel frattempo
la cavalleria penetrava nella foresta dal lato opposto, nascondendovisi
nel punto in cui era pi folta.
Li sorprenderemo aveva detto Cesare ai suoi ufficiali,
poi rivolgendosi ai comandanti della cavalleria: Cavalcate
attraverso il bosco e isolateli prima che l'intero esercito
si metta in moto. Giove vi sia propizio. Il tribuno Lucio
Mancino spron il suo cavallo e si addentr nella foresta
dove si trovava la cavalleria. Gli uomini montarono a cavallo.I Germani non combattevano mai di notte e Cesare aveva
deciso di attaccare mentre si riposavano attorno ai fuochi di
bivacco.
Il proconsole aveva ragione. Peraltro, quando si trattava
di questioni militari, era raro che si sbagliasse. I suoi uomini
erano i tendini del suo braccio destro ed erano schierati in
formazione da battaglia, mentre i barbari se ne stavano tranquilli
e rilassati nell'accampamento, senza sentinelle e senza
guardie. Cesare fece suonare le trombe e subito ogni rumore
fu coperto da un urlo, che proruppe da molte migliaia di
bocche e vibr nell'aria. Giungeva dalle legioni di Cesare.
I barbari erano del tutto impreparati e la loro sorpresa fu
totale. I Romani stanno arrivando! I capi dei Germani che
stavano beatamente bevendo in compagnia, si alzarono barcollando,
saltarono sui cavalli e si precipitarono a chiamare
a raccolta l'intero accampamento. Coraggio, fratelli grid
qualcuno, questi sono quegli stessi Romani che abbiamo gi
battuto altre volte. Ricordatevi del vostro odio per tutto ci
che  romano. Saremo padroni di questa terra. Combattete,
fratelli, combattete! Ma ormai era troppo tardi per salvare
la situazione. Quando parte della trib riusc finalmente a
schierarsi, i Romani erano ormai a un tiro di giavellotto, e
avevano gi iniziato a lanciare un pilum dopo l'altro. Una gragnola
di giavellotti si abbatt sui Germani, mentre le spade
lampeggiavano lungo lo schieramento delle legioni. In men
che non si dica il terreno fu coperto di cadaveri. I Germani
esitarono, indietreggiarono, poi si diedero alla fuga inseguiti
dalla cavalleria romana che menava fendenti contro i loro
dorsi privi di protezione. I legionari inciampavano in morti
e feriti, scivolavano in pozze di sangue, si ferivano sulle
armi dei morti che spuntavano dal terreno. I barbari erano
in ginocchio agitando le braccia. La marea di Romani continuava
ad avanzare, travolgendo i caduti. Alcuni inciamparono.
L'ondata seguente si abbatt indistintamente su tutti
quanti, sbattendo i caduti con la faccia a terra e calpestandoli.I Romani travolgevano gli sbalorditi difensori quasi senza
incontrare resistenza. Nel dedalo di fossi che circondava
l'accampamento, i cavalli servivano a poco; i cavalieri romani
balzarono dunque di sella per gettarsi contro i barbari a piedi
attaccandoli lateralmente. Penetrarono tra le file dei Germani,
anche se molti furono fatti a pezzi dalle terribili asce non
appena numerosi guerrieri germanici lasciarono i bivacchi
per unirsi al combattimento.
Cesare cavalc verso la caotica linea del fronte e improvvisamente
si ritrov in mezzo ai barbari. Mani si protesero
verso di lui, gli graffiarono la pelle e gli strapparono il rosso
mantello; poi un barbaro che brandiva un'enorme ascia si
gett contro di lui. La lama si conficc nel cavallo di Cesare
che si impenn, disarcionandolo; ma prima che il germano
potesse vibrare il colpo mortale, un legionario si precipit
in soccorso del proconsole. Il germano cadde, trapassato da
una lancia e Cesare non ebbe neppure il tempo di temere
per la propria vita: la paura sarebbe venuta dopo. Attorno
a lui la carneficina continuava. Le sue legioni, schierate
lungo i fianchi, avanzarono verso l'accampamento, come
un'enorme porta che girasse sui cardini. I Germani, ormai
senza scampo, furono travolti dalle legioni e spinti verso il
loro stesso accampamento, creando un terribile panico tra
le donne e i bambini. Molti furono accerchiati con le spalle
alla Mosa e colti dal panico finirono per annegare. Gli altri
fuggirono disordinatamente, ma la folta foresta diede ai
soldati di Cesare la possibilit di impedire ai barbari di mettersi
in salvo. I legionari erano appostati dietro mucchi di
morti, impedendo ogni tentativo di fuga. Poi la pressione si
allegger e l'iniziale paura fu sostituita da una sorda collera.
L'alta, imperiosa figura di Caio Giulio Cesare comparve
in mezzo ai suoi legionari e la sua sola presenza era fonte di
orgoglio. Si era trattato di una splendida vittoria romana.
Ave Caesar! Si chin sul corpo di Lucio Mancino, il tribuno
della cavalleria: per un breve momento, dolore e rabbia
contrassero il suo viso, prima che diventasse di pietra, con lo
sguardo fisso davanti a s. A Roma non giover sprecare il
resto delle mie truppe in un nuovo attacco. E necessario dare
un esempio. Mai pi ai barbari Germani sar permesso minacciare
i vitali interessi di Roma. Mai pi attraverseranno il
Reno. Con quella sola frase condann a morte 400.000 persone.
Ordin infatti che ogni uomo, donna e bambino degli
Usipeti e dei Tencteri fosse ucciso. A qualcuno fu permesso
di fuggire oltre il Reno, soltanto perch potesse diffondere
la notizia della terribile collera di Cesare, fermando cos ogni
futuro avventurismo da parte delle altre trib germaniche.
Non appena la notizia di quel deliberato bagno di sangue
ebbe raggiunto il senato, i nemici di Cesare ne approfittarono
per indebolire la sua posizione in patria, fingendo ipocritamente
di esserne scioccati. Il senato volle pertanto che
Cesare rendesse conto del massacro. Da parte sua Cesare
non si sent in dovere di dare molte spiegazioni; si limit ad
affermare che, in tutta la Gallia e nella Germania, il livello
di attivit insurrezionali era tale da non avergli lasciato altra
alternativa se non quella di infliggere una lezione esemplare
in grado di porre fine alle crescenti minacce e garantire la
sicurezza dei cittadini di Roma. I suoi sostenitori provvidero
a divulgare quella risposta in tutta la citt, con il risultato
che, invece di essere condannato per le atrocit commesse,
Cesare fu salutato come il salvatore di Roma.
Come diretta conseguenza della sua vittoria sulle trib
germaniche, Cesare dovette realizzare la sua pi imponente
opera di ingegneria, di cui peraltro non si parl molto. Agli
inizi di giugno del 55 avanti Cristo, marci infatti con le sue legioni
verso il Reno. Era sua intenzione attraversare il fiume e spingersi
profondamente entro il territorio della Germania per
punire le altre trib. Tuttavia i problemi logistici erano spaventosi.
Per garantire il costante approvvigionamento delle
sue legioni, ordin allora che fosse costruito un ponte sul
Reno, un'impresa mai tentata prima. I suoi genieri dovevano
infatti fare i conti con un fiume estremamente ampio e con
una forte corrente ulteriormente rafforzata dalle piogge primaverili.
Il loro compito era quello di costruire una struttura
che reggesse le piene estive e garantisse alle legioni di Cesare
di rientrare sane e salve dopo la campagna estiva(6). Innanzi
tutto dovevano deviare la forte corrente del fiume per costruire
le fondamenta dei piloni. Risolsero il problema piazzando
una fila di piloni tripli per ripararsi dalla corrente. Una volta
fatto questo, sistemarono un'ulteriore fila di piloni, seguita
ancora da un'altra di piloni doppi posti ad angolo contro la
corrente. Una volta che questi piloni furono posizionati, su
di essi sistemarono delle travi e le coprirono di assi. Il ponte
era cos pronto e Cesare pot attraversarlo con le sue legioni
e penetrare in Germania.
Tuttavia, il successo della campagna militare non fu neppure
lontanamente paragonabile a quello ottenuto dai suoi
genieri con la costruzione del ponte. Infatti le trib avevano
avuto tutto il tempo di allontanarsi e a Cesare non rest che
inseguirle attraverso i boschi, senza per riuscire a raggiungerle.
A met dell'estate ritorn dunque in Gallia; poi, una
volta che l'ultimo soldato ebbe attraversato il Reno, il ponte
fu distrutto. Sarebbero passati secoli prima che sul Reno venisse
costruito un altro ponte.
Per l'agosto del 55 avanti Cristo, Cesare era pronto a invadere un
territorio non ancora raggiunto dalle aquile romane, le Isole
Britanniche. Mentre si trovava ancora in Germania, ordin
di costruire una flotta che doveva radunarsi a Portus Itius
(Boulogne). In una settimana di fine estate, approfittando
delle buone condizioni del mare, riusc cos ad attraversare la
Manica a Dubra (Dover), ma sulla costa inglese incontr una
forte opposizione da parte di una raffazzonata alleanza di
trib celtiche. Dopo che per due settimane non ebbe modo
di avanzare oltre la spiaggia, pens bene di tornare in Gallia
e preparare con maggior cura l'invasione della sponda opposta
della Manica, invasione che rimand all'anno seguente.
Nel luglio del 54 avanti Cristo, le cinque legioni di Cesare, forti di
2.000 cavalieri e per un totale di 22.000 uomini, sbarcarono
sulla spiaggia di Dover senza incontrare resistenza. Tuttavia,
fu non molto tempo dopo che tutti i Romani erano giunti
sani e salvi a terra che una tempesta affond la flotta di invasione.
Cesare si ritrov tagliato fuori, senza la possibilit
di avere rifornimenti e nel contempo alle prese con un notevole
contingente di guerrieri celtici, agli ordini del loro capo
Cassivellauno. Mentre il britanno esitava, Cesare lo aggir e
attravers il Tamigi a nord di Londra. La sua rapida avanzata
imped a Cassivellauno di sferrare un attacco in forze; furono
dunque intavolati negoziati che terminarono con la nominale
sottomissione dei Britanni a Cesare e a Roma.
Mentre erano in corso queste trattative, Cesare si trov in
difficolt dal momento che nel nord della Gallia era in atto
un'aperta ribellione. Infatti, quando era ancora in Britannia,
i Nervi avevano attaccato la legione di Sabino, e quando il
romano aveva chiesto una tregua, il loro capo, Ambiorige,
l'aveva concessa; tuttavia, non appena i Romani avevano lasciato
il loro accampamento, erano stati attaccati e massacrati.
La perdita di Sabino fu un duro colpo. Fortunatamente
per Roma, Cesare era un uomo abituato a superare difficolt
apparentemente insormontabili e capace di prendere decisioni
fulminee. Per risolvere la situazione, chiese che il senato
gli concedesse il diritto di comandare da solo: da quel
momento in poi il suo staff operativo si ridusse semplicemente
a una struttura che raccogliesse le informazioni di cui aveva
bisogno e trasmettesse i suoi ordini personali.
Con soli 7.000 uomini, Cesare si precipit ad affrontare i
60.000 guerrieri di Ambiorige. Si incontrarono sul fiume Sabis
(Sambre), dove astutamente Cesare finse di essere disposto
a trattare e si mostr indeciso, cosa che spinse Ambiorige
ad attaccare su un terreno a lui sfavorevole, dove la sua superiorit
numerica contava poco o nulla. I legionari di Cesare
contrattaccarono e sconfissero i Nervi. Dopo questa vittoria
sui Nervi, marci contro i Belgi e li costrinse all'ubbidienza.
Nel 55 avanti Cristo un evento imprevisto scosse i solidi bastioni di
Roma quando uno dei membri del triumvirato, il ricchissimo
Crasso, condusse un'avventata e mal organizzata spedizione
contro i Parti comandati dal generale Surena, certamente
non un novello Annibale, ma al confronto del banchiere
Crasso senza dubbio un grande stratega. Crasso attravers
l'Eufrate e fu raggiunto da Surena in pieno deserto, nei
pressi di Carr (Haran). Invece di attaccarlo e riportare un
risultato decisivo, stupidamente Crasso schier le sue legioni
nel consueto quadrato. Surena rifiut di dare battaglia, ma a
capo della sua cavalleria prese a cavalcare attorno ai quadrati,
scagliando nugoli di frecce sui legionari. Intanto, mentre
i Romani erano costretti all'immobilit sotto un sole implacabile,
i cavalieri di Surena torturavano gli assetati legionari
alzando le borracce e lasciando scorrere l'acqua sulla sabbia
del deserto. Crasso non riusciva ad arrivare allo scontro con
un nemico sfuggente mentre il suo esercito era indebolito
dal caldo e dalla sete. Per la disperazione invi una legione,
comandata da suo figlio Publio Crasso, a prendere acqua. La
cavalleria dei Parti finse di ritirarsi, attir la colonna, forte di
ben 6.000 uomini, in un'imboscata e mentre i Romani erano
in mezzo ad alte dune li attacc e li massacr fino all'ultimo
uomo. Quando scese la notte, Crasso tent di andarsene,
abbandonando i suoi 4.000 feriti alla merc dei Parti. La sua
ritirata fu per bloccata al sorgere del sole. Poi, mentre sedeva
nella tenda di Surena per giungere a una trattativa, fu
trafitto da un colpo di spada. Carr fu una palese vittoria
della cavalleria sulle invincibili legioni romane, una prima
indicazione del fatto che la fanteria non era pi in grado di
sostenere l'impatto degli arcieri a cavallo che venivano da
oriente. Sotto certi aspetti, i selvaggi cavalieri di Surena furono
i precursori degli Unni e dei Mongoli. Dal punto di vista
politico, con la vittoria di Carr i Parti ottennero il controllo
dell'Armenia e della Mesopotamia.
Dopo la sconfitta di Crasso, le vie di Roma furono sconvolte
dalla violenza. Bande di malfattori schiamazzavano incontrastate
e chiunque avesse la sventura di trovarsi sulla
loro strada veniva malmenato e derubato, tra risa di scherno.
Pompeo fu nominato dittatore e con le sue coorti si affrett
a prendere in mano la situazione: fece fracassare qualche
testa, mand qualcuno a morire in croce e in men che non
si dica ristabil l'ordine, conquistandosi la gratitudine della
popolazione.
La sconfitta di Crasso non colse di sorpresa Cesare. Inizialmente
erano tre: un eroe (Pompeo), un banchiere (Crasso)
e un diplomatico (Cesare). Ora erano rimasti in due, e
uno doveva andarsene. Cesare sapeva che per contrastare
la popolarit di Pompeo doveva portare a termine un'azione
spettacolare e che per giunta fosse molto redditizia per
Roma. L'obiettivo pi allettante era la Gallia, di cui era proconsole.
A dire il vero, da sempre aveva avuto intenzione di
espandere la dominazione di Roma dalla Provincia Romana
(Provenza) verso nord, fino a comprendere tutta la Gallia,
cosa che peraltro richiedeva l'eliminazione di molte trib
indipendenti. Ora per questo progetto assumeva una pi
ampia dimensione politica. A ogni buon conto, Cesare non
agiva mai senza aver prima messo a punto un piano ben preciso:
come conquistatore della Gallia avrebbe infatti avuto la
possibilit di sfidare la popolarit di Pompeo. Restava per
un ultimo ostacolo tra Cesare e l'acclamazione popolare che
lo avrebbe portato al potere: un oscuro capo gallico, dall'impronunciabile
nome di Vercingetorige. Gli esploratori di
Cesare gli avevano detto che gli Arverni erano combattenti
fortissimi e che per loro Vercingetorige era un dio. Cosa che
Cesare non esit a credere. E si prepar alla sua pi grande
battaglia.
Il successo di Cesare sulle rive della Mosella, nonostante
l'enorme disparit di forze, fu dovuto alla sua abilit di sfruttare
due fattori che, in campo militare, sono determinanti: la
mobilit e la sorpresa. Pi che un generale, era un capo carismatico,
che incarnava ci che Napoleone avrebbe affermato
duemila anni dopo: Il morale sta alla forza fisica come tre
sta a uno. Il suo personale coraggio sul campo di battaglia
fu per tristemente macchiato da un'azione ignominiosa che
segu la vittoria, un'azione crudele ma dalle conseguenze importanti:
per secoli le trib germaniche non avrebbero avuto
la possibilit di attraversare il Reno.
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...
Note.
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1. Carica al di sotto di quella di propretore.
2. Cesare, De bello gallico (1,18).
3. I Tedeschi usarono una tattica analoga durante la blitzkrieg del 1940.
4 Questo episodio sarebbe stato immortalato in un celebre fumetto francese, Asterix.
5. Da non confondersi con Marco Giunio Bruto che sarebbe diventato famoso a causa delle ultime parole pronunciate da Cesare: Tu quoque, Brute, fili mi!.
6. Per una curiosa coincidenza della storia, il ponte di Cesare era situato nei pressi del famoso ponte di Remagen, attraverso il quale l'esercito americano attravers il Reno durante la seconda guerra mondiale.
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CAPITOLO 11.
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52. LANNE TERRIBLE.
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Alesia, 15 settembre 52 avanti Cristo
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Alors la Gaule, alors la Trance, alors la gioire... alors le vieux titan celtique aux cheveux longs.
Avanti, Gallia, avanti, Francia, avanti verso la gloria... avanti, antico titano celtico, con i lunghi capelli.
Victor Hugo, L'anne terrible, 1871.
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Il bellum gallicum, ovvero la sollevazione della Gallia, ebbe
inizio con il massacro dei mercanti italiani a Cenabum
(Orlans), nellinverno del 53 avanti Cristo A partire da quel momento,
uno dopo l'altro, gli alleati gallici defezionarono; dopo
gli Edui fu infatti la volta dei Segusiavi, e poi dei Parisii,
dei Cubi, dei Bellovaci, dei Senoni, degli Ambarri. Tuttavia
i pi feroci erano gli Arverni comandati da Vercingetorige.
In effetti, soltanto gli Arverni avevano la forza e la capacit
organizzativa di prendere in mano la situazione in Gallia,
dal momento che le altre trib erano troppo deboli o troppo
divise per costituire una seria minaccia per Roma. Peraltro,
dal punto di vista dei Romani la Gallia aveva una duplice e
importante funzione militare: proteggeva il confine del Reno
dalle trib germaniche e costituiva un trampolino di lancio
per occupare la Britannia.
Quanto accadde in quel 52 avanti Cristo, anno che i francesi chiamano
l'anne terrible, fu qualcosa che prima di allora non
si era mai verificato. A Roma, il potente triumvirato si era
disintegrato: Crasso era stato ucciso, Pompeo era impegnato
a brigare per prendere il potere e Cesare era bloccato in Gallia,
nel tentativo di domare una ribellione che era scoppiata
nei quattro angoli del paese. Con uno dei suoi rari errori
di diagnosi strategica, Cesare aveva pensato che il nord-est
avrebbe potuto essere il punto focale della rivolta, e invece
fu dal centro, dove le sue alleanze sembravano pi solide,
che part la minaccia. Fin dalle fasi iniziali della sua invasione,
Cesare aveva infatti basato la sua strategia sull'alleanza
con il popolo degli Edui e le loro cinque principali trib, dal
momento che per la sua forza d'urto mobile contava sugli
alleati gallici, in particolare sui quattromila cavalieri edui di
re Dumnorige. Ma nel 54 avanti Cristo, mentre era in attesa di venti
favorevoli per l'attraversamento della Manica, ci fu un incidente
che avrebbe avuto enormi conseguenze.
Cesare temeva, peraltro a buon diritto, che qualcuno dei
suoi alleati gallici potesse dimenticare la propria alleanza e ribellarsi
contro la dominazione romana durante la sua assenza
per la campagna in Britannia. Decise dunque di lasciarsi
alle spalle soltanto quei capitrib di cui poteva fidarsi appieno
e di portare con s quelli che potevano costituire una minaccia.
Di questi ultimi, il pi potente era Dumnorige, capo
degli Edui. Ma quando Cesare lo invit ad accompagnarlo
nel suo viaggio oltre Manica, Dumnorige trov ogni sorta di
scuse, affermando che aveva paura di viaggiare per mare o
che era trattenuto dai suoi doveri religiosi nei confronti del
suo popolo(1). Quando poi si trov di fronte all'imposizione
di Cesare di seguirlo in Britannia, Dumnorige inizi a complottare
con gli altri capi per restare sul continente. Non 
senza ragione che l'intera nobilt della Gallia viene portata
via di qui. Cesare ha intenzione di massacrarci tutti, quando
saremo lontano dagli occhi dei nostri fratelli. Vuole portarci
tutti in Britannia per farci morire. Da parte sua, Cesare era
troppo occupato nei preparativi dell'invasione per prestare
orecchio alle manovre di Dumnorige.
Il giorno in cui il vento fu finalmente favorevole e venne
dato l'ordine di imbarcarsi, Dumnorige abbandon
l'accampamento e se ne torn a casa. Cesare era furibondo e decise
di punire in modo esemplare il re degli Edui poich non si
aspettava nulla di buono da un uomo che aveva osato disubbidirgli
e per di pi di fronte ai capi gallici. Sospese dunque
la partenza della flotta e invi un reparto di cavalieri romani
a riportare indietro il re, vivo! Prima che fossero trascorsi
quattro giorni, i Romani raggiunsero il re degli Edui e i suoi
guerrieri che viaggiavano con tutta calma nell'assoluta certezza
che Cesare fosse gi in alto mare. La coorte romana
sorprese gli Edui mentre dormivano nel loro accampamento.
Dumnorige ud il trambusto e brandendo la spada usc dalla
sua tenda per far fronte alla minaccia. Nella confusione del
momento e contro l'ordine tassativo di Cesare di riportarlo
indietro vivo, un centurione trapass il petto di Dumnorige
con la sua spada esclamando: Traditore,  arrivato il tuo
momento!. Mentre il re degli Edui barcollava per il colpo,
altri legionari lo trafissero con i loro giavellotti. L'assassinio
avvenne alla presenza dei guerrieri edui che lo accompagnavano.
Secondo l'usanza, la testa del re morto fu poi spiccata
dal corpo e portata via come prova dell'avvenuta uccisione.
Cesare rimase scioccato, non per la brutalit del gesto, ma
per la sua estrema stupidit: uccidere un re di fronte alla
sua gente poteva soltanto causare dei guai. La notizia infatti
si diffuse e ben presto tutta la Gallia fu in fermento. Come
Cesare aveva previsto, dopo l'assassinio del loro re gli Edui
denunciarono il trattato di alleanza: uno dopo l'altro anche
gli altri trattati con le varie trib galliche furono disdetti e
Cesare si ritrov con le sole legioni romane e nessun alleato.
Il che voleva dire essere privo di cavalleria e non poter
contare sull'approvvigionamento da parte degli alleati, con
il rischio che i suoi uomini soffrissero la fame.
In un'assemblea tenutasi nel cuore della foresta dei Carnuti,
i capitrib fecero un giuramento sacro, con il quale si
impegnavano a deporre le loro rivalit e combattere insieme
il comune nemico. Serviva soltanto un capo forte ed energico
che si facesse avanti e unisse le varie trib. Costui fu
Vercingetorige, principe degli Arverni, nato a Gergovia verso
l'80 avanti Cristo, erede di una famiglia principesca. Suo zio era
re Gobannitio degli Arverni e suo padre il fiero Celtill, che
aveva cercato di usurpare la corona del fratello e per questo
era stato pubblicamente giustiziato. Vercingetorige era sulla
trentina, era alto e muscoloso, con lunghi capelli e una barba
dorata che gli dava l'aspetto di un antico profeta irato. Il suo
apprendistato militare era avvenuto sotto Cesare come
contubernalis (letteralmente compagno di tenda, ma di fatto
ostaggio di origine nobile). Cesare aveva notato le qualit di
leader del giovane e aveva sperato di farne il capo delle truppe
ausiliarie. Ma Vercingetorige era stato addestrato da e per
Roma, come il teutone Arminio qualche anno dopo, soltanto
per marciare contro Roma e le sue legioni. Ecco dunque che
gli Arverni lo issarono su uno scudo e lo proclamarono re. Il
suo primo passo fu inviare ambascerie alle varie trib della
Gallia - il paese ne contava circa trecento, per lo pi strette
attorno a un oppidum o campo fortificato - e invitarle a unirsi
a lui nella lotta per liberare il paese dagli invasori romani.
L'appello ebbe successo: le maggiori trib della Gallia, come
i Pictoni, i Parisii, i Cadurci, i Turoni e i Senoni si unirono a
Vercingetorige.
Cesare fu colto alla sprovvista, poi per reag con la consueta
prontezza. Sorprese la nascente confederazione gallica
attraversando le cime innevate delle montagne del Vivarais
agli inizi di febbraio e invadendo il territorio degli
Arverni. Di l condusse le sue legioni ad Agendicum (nei pressi
di Sens) e fu qui che ebbe inizio la fase finale della guerra
gallica. Agli inizi di marzo lasci Agendicum e marci su
Cenabum (Orlans). Nel cuore della notte il suo esercito
comparve davanti alle porte della citt; un'ondata di persone
in preda al panico si precipit sullo stretto ponte sulla Loira
mentre i legionari facevano irruzione in citt. Da parte sua,
Cesare consent ai suoi uomini di saccheggiare Orlans prima
di incendiarla. Da Orlans si affrett poi verso il nuovo
obiettivo, la ben fortificata citt di Avaricum (Bourges), perla
della Gallia e capitale dei Biturigi.
Per Cesare, Avaricum era doppiamente importante: come
fonte dei tanto preziosi rifornimenti per le sue legioni e per
dimostrare alle trib che cosa avrebbe fatto agli alleati che
avessero osato cambiare schieramento. Il proconsole romano
avrebbe tuttavia imparato a sue spese quanto fosse pericoloso
iniziare una campagna per cui era indispensabile
l'uso dei cavalli senza prima essersi assicurato il rifornimento
di granaglie. Cesare rischi infatti che le sue macchine da
assedio fossero inutilizzabili, perch, per impedire che l'esercito
romano potesse approvvigionarsi, Vercingetorige aveva
deciso di far terra bruciata: per suo ordine furono date alle
fiamme ben trenta citt della Gallia, in pratica tutte tranne
una, Bourges. I suoi Galli non vollero infatti sacrificare la
perla della Gallia, e cos Bourges fu risparmiata. Un errore
fatale! Non solo, ma fu proprio qui che per la prima volta
emerse la genialit di Cesare nel condurre un assedio. I suoi
legionari impiegarono due soli giorni nel costruire una prodigiosa
struttura; lavorando come formiche innalzarono due
terrazze, ciascuna lunga cento metri e alta trenta. Poi con
le catapulte decimarono il nemico: a quel punto la caduta
della citt era solo questione di tempo. Gli assediati avevano
tuttavia una possibilit di fuga, un tunnel segreto; ma quando
cercarono di infilarvisi, le donne della citt fecero un tal
chiasso che rivelarono la collocazione della galleria e gli uomini
di Cesare ne bloccarono l'uscita. I legionari salirono sui
bastioni praticamente senza incontrare opposizione e fecero
irruzione per le vie della citt massacrandone gli abitanti.
Dei 40.000 assediati, solo 800 riuscirono a salvare la pelle.
Peraltro, questo trionfo romano non fu dovuto al valore delle
legioni, ma all'inventiva di Cesare nel condurre l'assedio.
In compenso, quello che accadde dopo la capitolazione della
citt aggiunse ben poco alla gloria del conquistatore, che
diede l'ordine tassativo di massacrare tutta la popolazione di
Bourges, in particolar modo i druidi. Questo spietato bagno
di sangue si ritorse per contro Cesare: a quel punto risolvere
la crisi per vie diplomatiche era ormai fuori questione.
Dopo due giorni di riposo e con le sue legioni ben nutrite
e rifornite di tutto punto, Cesare marci contro Voppidum
degli Edui, a Decetia (Decize), e obblig Cotos, l'unico alleato
su cui poteva ancora contare, a scendere in campo a
favore di Convictolitavis. Cesare sperava infatti che quest'ultimo
si sarebbe mostrato grato e avrebbe contribuito a proteggere
le legioni alle spalle. Invece Convictolitavis pass
dalla parte di Vercingetorige e Cesare si ritrov stretto tra
due fronti: la potente nazione degli Edui a nord e Vercingetorige
a Gergovia.
Nel frattempo, Cesare stava calcolando il costo della sua
prossima avventura: l'assedio di Gergovia, Voppidum degli
Arverni (nei pressi di Clermont, nella Francia centrale). Si
rendeva conto della necessit di muoversi in fretta e di sferrare
il colpo decisivo prima che gli Edui gli fossero alle spalle.
Per intanto cerc di ottenere l'appoggio di Roma al suo
piano, il che richiedeva l'aiuto di alleati potenti: non solo
l'approvazione da parte del senato dei suoi piani militari, ma
anche il via libera al suo ambizioso progetto. Non sarebbe
infatti stata la prima volta che un abile condottiero, dopo
aver riportato una conquista importante, se ne serviva per
dare la scalata al potere. Una volta sconftto Vercingetorige,
sarebbe toccato a Pompeo.
Vercingetorige intanto si preparava ad attuare il suo brillante
piano. Attirando Cesare ad assediare Gergovia, avrebbe
trattenuto le legioni romane e poi le avrebbe schiacciate
tra i suoi Arverni e il potente esercito degli Edui.
L'assedio di Cesare si rivel un disastro fin dall'inizio. Era
caduto in trappola! Vedendosi piombare addosso una massa
enorme di Galli, che si ungevano di grasso le lunghe trecce,
indossavano tuniche di cuoio sul petto nudo e portavano
le loro lunghe spade appese a una spalla con una cinghia,
abbandon l'assedio e se ne and. Il che gli cost non poco:
un migliaio di morti, tra cui quarantasei abili centurioni, ma
gli permise di sfuggire alla trappola e di ricongiungersi con il
suo luogotenente, Tito Labieno, che con le sue sei legioni aveva
appena riportato la vittoria sui Parisii alle porte di Lutezia
(Parigi). Cesare per era sempre senza cavalleria. I cavalieri
delle trib galliche lo avevano infatti abbandonato e tutto
sembrava a favore dei 300.000 Galli, che tra l'altro disponevano
di un contingente di cavalleria che comprendeva dai
30.000 ai 40.000 uomini. Cesare decise allora di abbandonare
la Gallia e dirigersi verso le postazioni fortificate della Provincia
Romana (Provenza). Quello di cui aveva soprattutto bisogno
era di proteggere la ritirata dagli attacchi della cavalleria,
perci, non avendo pi cavalieri gallici, invi oltre il Reno
alcuni ambasciatori, ben forniti di sacchetti d'argento, perch
arruolassero cinquemila cavalieri germanici; un azzardo, dal
momento che i mercenari barbari erano conosciuti per la loro
disponibilit a combattere per chi li pagava di pi. Una volta
attraversato il Reno, era dunque possibile che l'oro gallico
li facesse passare al nemico. Tuttavia, Cesare aveva valutato
correttamente la situazione; ben presto infatti quei barbari si
sarebbero rivelati utilissimi.
Mentre Cesare si dirigeva verso sud, altri guerrieri ingrossavano
le file galliche, come ruscelli che alimentano un
grande torrente. Tuttavia, il grosso delle truppe era ancora
troppo a nord per portare immediato aiuto a Vercingetorige,
che dovette accontentarsi di bloccare la marcia di Cesare
verso la Provincia Romana. Si accinse a farlo lungo il fiume
Armangon (nei pressi di Montbard). Su quel terreno collinoso,
la cavalleria gallica si divise in tre colonne, due delle quali
si diressero verso i fianchi dei Romani, mentre la fanteria
bloccava l'avanzata delle legioni. A quel punto entrarono in
gioco i mercenari germanici. Con una breve ma feroce battaglia,
i Germani occuparono un'altura da cui si precipitarono
contro i Galli. L'attacco avvenne cos improvvisamente
che Vercingetorige non ebbe neppure il tempo di schierare
i suoi: il reparto che bloccava l'avanzata lungo l'Armangon
fu travolto e i Germani fecero una spaventosa carneficina.
Cesare riun i tribuni militari. Stiamo marciando attraverso
un territorio ostile, dove un lupo ci dice: Io, Vercingetorige,
vi manger!. Bene, un lupo, anche se ferito, resta
sempre un lupo. Abbiamo Galli alle spalle e Galli davanti.
Diamo la caccia a questo lupo solitario finch non c' nessuno
che lo aiuta. Se si ritirer in una posizione fortificata,
allora lo accerchieremo e lo faremo morire di fame.
E quando il grosso dell'esercito verr in suo aiuto?
Allora costruiremo una seconda linea di difese e combatteremo
anche contro il grosso dell'esercito.
Ave, Cesare, e che gli di ti siano propizi!
Questo fu quanto dissero, dal momento che ben sapevano
come contasse soltanto la volont di Cesare. Mentre i Romani
stavano facendo piani in vista dell'assedio, Vercingetorige
prese una fatale decisione. Questa volta avrebbe teso una
trappola pi efficace di quella di Gergovia, da cui Cesare era
riuscito a trarsi d'impaccio: avrebbe tagliato la strada alle
legioni e atteso che da nord arrivassero le truppe galliche
per schiacciare Cesare e i suoi come chicchi di grano tra le
pietre di una macina. Dopo la rotta della sua cavalleria, ad
Armangon Vercingetorige ordin un'immediata ritirata e si
incammin lungo la strada che portava all'oppidum dei Mandubi,
ad Alesia(2).
Da allora gli storici hanno continuato a chiedersi perch
mai Vercingetorige si chiuse nell 'oppidum di Alesia. In termini
di strategia non aveva senso. Infatti disponeva di truppe pi
che sufficienti a bloccare l'unica strada che portava a sud attraverso
le montagne della Borgogna, una posizione ideale per
un'imboscata. Aveva 80.000 uomini e Cesare soltanto 35.000.
La spiegazione pi semplice  che fosse rimasto sconvolto
dalla disfatta di Armangon, dove aveva avuto modo di toccare
con mano l'efficienza delle disciplinate legioni di Roma, e che
avesse in mente di costringere Cesare a un lungo assedio che
gli sarebbe stato fatale dal momento che ormai tutta la Gallia
stava per piombargli addosso e schiacciare l'aquila romana.
Questa, e questa soltanto, poteva essere la sua strategia. Non
tenne conto del pericolo maggiore: se qualcosa fosse andato
storto, sarebbe rimasto intrappolato su una altura. Ma come
era possibile che qualcosa andasse storto? I suoi esploratori
gli avevano detto che il grosso delle truppe galliche, forte di
parecchie centinaia di migliaia di uomini, era a pochi giorni
di marcia, appena pi a nord.
Cesare non pu superarci spingendosi a sud, perch in
questo caso attaccheremmo la sua retroguardia. Noi ci troviamo
esattamente sulla sua strada: per passare deve assolutamente
attaccarci, e la nostra posizione  salda e ben difendibile.
Tuttavia ci verr addosso con il ferro e con il fuoco
e con chiss quali altre forze oscure. Solo gli di lo sanno!
In ogni caso, il capo della resistenza gallica si preparava a
combattere una battaglia di proporzioni epiche.
L'oppidum di Alesia(3) era situato su uno sperone di roccia,
il monte Auxois (418 metri), circondato da quattro colline
pi o meno della stessa altezza: monte Rea (386 metri), Montagne
de Bussy (426 metri), monte Pennevelle (405 metri) e
Montagne de Flavigny (421 metri). Davanti si estendeva per
circa tre miglia una distesa erbosa, la Piaine des Laumes, attraversata
dal fiume Brenne. Oggi vi sorgono fattorie, campi
coltivati e l'autostrada per Digione; un tempo era una piana
punteggiata qua e l da campi di grano che assicuravano il
cibo alla popolazione dell'oppidum.
Nell'estate del 52 avanti Cristo, improvvisamente il tempo peggior.
Cominci a piovere, i fiumi si ingrossarono e il terreno
si trasform in un pantano. E proprio questo sarebbe diventato
uno dei fattori cruciali dell'imminente scontro. Infatti,
mentre Vercingetorige attendeva l'arrivo della grande
armata gallica per chiudere la trappola sulle legioni romane
accampate davanti a monte Auxois nel bel mezzo di una piana,
completamente aperta e indifendibile, le strade fangose
rallentarono notevolmente l'avanzata dei Galli e diedero
a Cesare tutto il tempo di prepararsi. Certo, l'oppidum di
Alesia era praticamente imprendibile, ma Cesare ne scopr
subito il punto debole: se era evidente che le sue legioni non
potevano prendere d'assalto la collina, era altrettanto evidente
che circondando l'intero monte Auxois con un basso
muro di difesa avrebbe di fatto impedito a Vercingetorige
di scendere nella piana. Il che avrebbe privato gli assediati
dell'unica fonte idrica, vale a dire di raggiungere i due piccoli
ruscelli, l'Ose e l'Oserain, che scorrevano nella valle. Senza
potersi approvvigionare d'acqua, la fortezza sarebbe caduta.
L'impareggiabile maestro dell'arte dell'assedio ordin
dunque che fosse costruita la pi gigantesca struttura d'assedio
che il mondo avesse mai visto: due milioni di metri cubi
di terra furono spostati per costruire due vallationes (terrapieni
o bastioni) circolari, una contravallatio per tagliare fuori
Alesia e una circumvallatio per impedire all'armata gallica
di raggiungere gli assediati sul monte Auxois. Fortunatamente
il terreno inzuppato d'acqua rendeva pi agevole scavare
l'immensa quantit di terra necessaria a costruire l'enorme
barriera. Una struttura di base fatta con tronchi d'albero fu
riempita di fango bagnato, che una volta asciutto divenne
duro come cemento. I legionari, nudi fino alla cintola, lavoravano
alle fortificazioni: asce e pale salivano e scendevano
in cadenza. Grazie all'impiego di tutti i legionari a tagliare,
scavare, trasportare e costruire, entrambi i terrapieni furono
terminati a tempo di record. A quel punto, Cesare sapeva di
essere al sicuro da una sortita a sorpresa di Vercingetorige,
non gli restava dunque che attendere l'arrivo dell'armata gallica.
La contravallatio, che si estendeva per dieci miglia attorno
alla base dell'altura, fu innalzata in meno di una settimana
e tolse ogni speranza agli assediati di lasciare Yoppidum-. se
non fossero arrivati in fretta i soccorsi, la guarnigione era
condannata a una lenta morte per fame e sete.
Per le due fortificazioni Cesare progett un complicato ed
efficiente sistema di difese. Innanzitutto, i terrapieni furono
rafforzati da ventitr castelli, torri di legno su cui prendevano
posizione gli arcieri. Subito sotto di essi, profondamente
incassate nei ripidi muri di fango, c'erano cinque file di rami
spinosi (simili a filo spinato) e su uno spalto, lo spazio tra il
muro e il fossato, furono conficcate migliaia di cippi, bastoni
con la punta indurita dal fuoco. Per costruire queste difese
furono abbattuti gli arbusti di un'intera foresta. Tutta l'area
era inoltre cosparsa di lilia, buche profonde un metro e mezzo,
nascoste sotto ramaglie, per spezzare le zampe ai cavalli.
Davanti allo spalto erano state scavate trincee profonde sei
metri, piene d'acqua deviata dai due torrenti. Questi fossati
avevano due funzioni ben precise: rallentare la fanteria e bersagliarla
pi facilmente con il lancio di frecce dall'alto delle
torri, e impedire agli assediati di procurarsi acqua. L'intera
lunghezza della circumvallatio, il terrapieno di fronte alla piana,
fu ulteriormente rafforzata da macchine da assedio, scorpiones
(archi montati su massicci tripodi che lanciavano grappoli
di proiettili metallici) e onagri (gigantesche catapulte)(4).
Infine, gli uomini di Cesare e quelli del suo luogotenente
Labieno, complessivamente da 30.000 a 35.000 legionari oltre ai
reparti logistici, si accamparono tra le due vallationes.
Nel frattempo Vercingetorige aveva posizionato i suoi
80.000 uomini lungo il versante orientale della montagna e
non sulla sommit, entro il perimetro dell'oppidum. Fu un
grave errore tattico, che consent a Cesare di intuire da dove
sarebbe stato sferrato l'attacco principale e di riposizionare
di conseguenza le sue truppe. Sapeva di non avere a disposizione
mesi e neppure settimane per completare le sue difese,
nella migliore delle ipotesi poteva disporre di qualche giorno.
Non per nulla aveva convinto le sue migliaia di formiche
umane a scavare trincee e innalzare, metro dopo metro, il
muro di difesa senza concedersi pause. E aveva avuto perfettamente
ragione: quattro giorni fecero la differenza. Quattro
brevi giorni e la storia sarebbe stata da riscrivere! Infatti, il
ritardo causato dalle piogge torrenziali e dalla caotica leadership
gallica rallentarono i Galli quanto bastava perch le
legioni di Cesare non fossero colte impreparate nell'ampia
piana. Ancora una volta, Cesare aveva avuto fortuna.
L'armata gallica, composta di 248.000 uomini, arriv da
nord-ovest. A dire il vero, non si muoveva come un esercito
ma piuttosto come una immensa mandria: i cavalli nitrivano,
le spade tintinnavano, le armi sbatacchiavano, e l'aria risuonava
di scherzi volgari. I Galli erano sicuri di s e l'atmosfera
faceva pensare a una scampagnata piuttosto che a un'impresa
militare. Non c'era di che stupirsi: da un mese non avevano
visto neppure un romano. La loro avanguardia sal sulla cima
del monte Rea; davanti a loro, a poche miglia di distanza in
mezzo alla piana si innalzava l'imprendibile rocca di Alesia.
Videro il fumo che dai fuochi di bivacco dei loro fratelli saliva
verso il cielo, ma videro anche qualcos'altro: un doppio cerchio
di terrapieni e torri! E tra le due muraglie, altri fuochi:
un intero anello di fuochi! Il che imped ai capi gallici di comunicare
con Vercingetorige, bloccato nell'oppidum(5).
Quella sera i capi delle varie trib della Gallia si riunirono
in assemblea; erano presenti i tre condottieri pi in vista:
Commio degli Atrebati, Vercassivellauno degli Arverni ed
Eporedorige degli Edui, cos come i capi di trib minori. La
riunione fu burrascosa, poich ciascuno voleva far prevalere
la propria strategia. Il nostro compito  liberare Vercingetorige.
La maggior parte dei presenti era d'accordo quando
una voce si fece udire tra i mormorii di dissenso. No! Non
siamo qui per liberare i nostri fratelli, ma per annientare Cesare
e il suo esercito, e non dobbiamo fermarci fino a quando
l'ultimo romano non sar stato ucciso! Si trattava di un'affermazione
tanto pi sorprendente in quanto la voce era
quella del cugino di Vercingetorige, Vercassivellauno degli
Arverni. Per lui era diventata una questione d'onore proteggere
la gloria del suo clan e liberare Vercingetorige era meno
importante del suo odio personale contro tutto ci che anche
lontanamente aveva a che fare con Roma, un odio cieco che
avrebbe portato a una mancanza di strategia. S, uccidere
tutti i Romani! Attaccare, certo, ma dove? Quel problema
non fu affrontato. Quanti eserciti sono stati sconfitti perch
non avevano la pi elementare conoscenza del terreno su cui
dovevano operare. Questa volta si trattava della Gallia, ma
quell'armata raccogliticcia non era originaria della Borgogna
e tuttavia, forte della sua notevole superiorit numerica, non
si era affatto premurata di esplorare la zona e di informarsi
delle difese messe in atto da Cesare.
Cesare considerava con disprezzo quella leggerezza, che
peraltro poteva soltanto essergli di aiuto, eppure la distribuzione
di forze non era affatto rassicurante. Non solo doveva
affrontare un dispiegamento enorme di truppe di fanteria,
ma tra i nemici erano presenti alcuni dei pi temibili reparti
di cavalleria dai tempi dei Numidi di Annibale. I suoi veterani
erano superiori per disciplina, tattica ed esperienza militare,
tuttavia Cesare non poteva permettersi di combattere una
battaglia che andasse per le lunghe, una battaglia che non
fosse sicuro di vincere. Il suo scopo era dimostrare ai barbari
che attaccare la sua circumvallatio si sarebbe rivelato troppo
costoso e persuaderli a tornarsene nelle terre delle loro trib,
dopodich si sarebbe diretto verso la Provincia Romana.
Il mattino seguente la piana era stranamente silenziosa.
Per settimane aveva risuonato dei colpi dei martelli che forgiavano
punte di ferro per lance e frecce, ora invece i martelli
tacevano e non si udivano pi le grida e le imprecazioni
di centurioni e genieri. Finito il tempo della costruzione, si
avvicinava il momento della battaglia. Mentre il proconsole
torreggiava sulle legioni dall'alto del suo cavallo, la sua voce
suonava molto convincente: Soldati di Roma, eredi di una
gloriosa tradizione, prima d'ora ci sono state molte emergenze,
e sempre il valore delle nostre legioni ha portato la
vittoria. Sia cos anche questa volta. Il nemico  di fronte a
noi e dietro di noi. Non abbiamo altra scelta se non combattere
per sopravvivere. Difendete i bastioni e combattete,
se necessario fino alla morte. Ciascuno di voi deve sempre
ricordarlo: civis romanus sum - sono un cittadino romano!.
Era bello fidarsi di lui ed era bello credergli.
I Galli sferrarono il loro primo attacco senza preparazione,
senza un piano e senza un comandante supremo. Si limitarono
semplicemente ad attaccare. Migliaia e miliaia si precipitarono
gi dalle colline (oggi Mussy-la-Fosse) sulla Plaine
des Laumes e ben presto l'intera piaura brulic di cavalieri.
Dalla cima del monte Auxois lo spettacolo era magnifico e
gli uomini di Vercingetorige ebbero molto di cui rallegrarsi.
I cavalieri attraversarono fiume Brenne, seguiti da vicino da
guerrieri a piedi che correvano a rotta di collo contro i Romani.
Cesare aveva schierato due legioni, la Decima del legato
Canino Rebilo e la Undicesima del legato Antistio Regino(6) di
fronte al terrapieno perch bloccassero la valanga gallica, e
per ore il muro di scudi e lance resse, impedendo ai Galli di
attraversare il fossato. Intanto i feriti ancora in grado di muoversi
si trascinavano al riparo in numero talmente elevato che
non era pi possibile assisterli in tempo. Nel caldo dell'estate,
la cancrena iniziava in fretta. Molti morirono per dissanguamento
e i loro corpi furono ammucchiati contro la palizzata
della circumvallatio. E quando non ci fu pi spazio per accatastarli,
vennero gettati al di l del muro, rendendo ancora
pi spaventosa la scena. Il combattimento prosegu fino al
tramonto, quando la pressione si fece cos forte che i legionari
furono costretti a ritirarsi al riparo del muro, lasciando
centinaia di feriti e di morti fuori dal terrapieno. Quel primo
giorno entrambe le parti soffrirono pesanti perdite, ma se i
Galli potevano permettersele, non era cos per i Romani, che
non avevano truppe di riserva.
Il primo giorno di battaglia aveva rivelato ai Galli la presenza
delle molte trappole nascoste nella circumvallatio.
Trascorsero cos un'intera giornata a preparare il materiale
necessario a superare gli ostacoli: terriccio per riempire le
buche che spezzavano le gambe ai cavalli e scale e uncini
per arrampicarsi sui terrapieni. La notte seguente, migliaia
di Galli strisciarono verso il primo fossato della
circumvallatio. Nei mantelli trasportavano terriccio come riempimento e
crearono dei passaggi attraverso il fossato, mentre i difensori
non si rendevano conto dell'effettiva portata di quella frenetica
attivit. Innanzitutto, dopo due giorni di aspri combattimenti,
i Romani erano troppo esausti per essere adeguatamente
vigili e non fu suonato l'allarme fino a quando
gli attaccanti non furono giunti a pochi metri dall'obiettivo.
Improvvisamente, apparvero masse urlanti che si precipitavano
all'assalto scagliando una pioggia di frecce contro la
sommit del terrapieno.
Per Vercingetorige, il clamore proveniente dalla piana fu
la prima indicazione del rinnovato attacco contro la
circumvallatio. Subito chiam a raccolta i suoi guerrieri e si mosse
per attaccare la contravallatio. I Romani si precipitarono ai
loro posti. Usando i mucchi di proiettili appositamente posizionati,
risposero scagliando pietre con le loro catapulte, ma
poterono fare ben poco per rafforzare i punti deboli del loro
sistema di difesa. A salvarli fu il fatto che i Galli attaccarono
da ogni parte contemporaneamente invece di concentrare i
loro sforzi contro un punto specifico del terrapieno. E ben
presto furono cos numerosi i Galli ammassati nello spazio
ristretto tra i due fossati e il terrapieno che, nonostante il
buio, i Romani misero facilmente a segno i loro colpi e i Galli
ebbero gravissime perdite. Fu questo che quella notte salv
le legioni di Cesare, questo e l'incredibile audacia e la
capacit di comando di due legati, Caio Trebonio e Marco
Antonio (che poi sarebbe diventato triumviro con Ottaviano
e amante di Cleopatra) i quali, con il loro esempio, infusero
coraggio nei loro uomini. Fin quando erano rimasti al di fuori
del terreno minato, l'area compresa tra il fossato pieno
d'acqua e il terrapieno, i Galli erano stati in vantaggio, ma
non appena ebbero attraversato il primo fossato la loro libert
di movimento fu notevolmente ridotta dalla mancanza
di spazio e dalle trappole romane. Le perdite principali le
ebbero durante la carica iniziale durante la quale rimasero
infilzati sulle punte conficcate nel terrapieno. Cesare ordin
infine che il legato Tito Labieno sferrasse un attacco diversivo,
con due intere legioni, al di fuori della circumvallatio in
modo da allentare la pressione sul terrapieno. Le due legioni
di Labieno furono subito attaccate in campo aperto da ondate
di Galli urlanti e respinte verso i loro accampamenti.
La battaglia infuriava: la maggior parte dei Galli aveva ormai
oltrepassato il fossato e si ritrovava compressa tra l'acqua da
una parte e il terrapieno e una legione dall'altra. Non potevano
salire sul muro e non potevano tornare indietro attraverso
il fossato pieno d'acqua, inoltre, cos ammassati costituivano
un bersaglio ideale per i proiettili romani; pietre piovevano
su di loro e frecce sibilavano nell'aria, rimbombando mentre
colpivano, trafiggendo gli uomini e facendo impazzire le
loro cavalcature. Molti cavalli si imbizzarrirono, sollevandosi
sulle zampe posteriori e finendo per essere colpiti nel ventre.
I Galli cominciarono dunque a ripiegare mentre le disciplinate
legioni avanzavano in formazione compatta fendendo
l'ondata di attaccanti. La sortita delle due legioni decise la
battaglia notturna. I Galli lasciarono sul terreno migliaia di
morti, infilzati nelle trappole o annegati nell'acqua del fossato.
Una volta conclusasi la lotta attorno alla circumvallatio,
Vercingetorige non ebbe altra scelta se non ritirarsi nel suo
oppidum sull'altura. Per la seconda volta, un attacco in forze
non aveva avuto successo. Non c' il due senza il tre: Cesare
lo sapeva bene e si prepar per un ultimo assalto.
I Galli compresero infine che uccidere i Romani richiedeva
qualcosa di pi del coraggio. Elessero dunque un
capo e la scelta cadde su Vercassivellauno. La trib locale dei
Mandubi gli aveva detto di un modo per aggirare l'accampamento
romano e i suoi esploratori avevano scoperto un
punto debole nel muro di difesa. L'accampamento di Labieno era
situato su una striscia di terreno pianeggiante e privo
di trappole, e dava accesso a una porta nella circumvallatio.
Poco dopo la mezzanotte del 15 settembre del 52 avanti Cristo,
Vercassivellauno condusse 60.000 dei suoi migliori guerrieri e
la maggior parte della cavalleria gallica lungo un percorso
tortuoso attorno al monte Rea in modo da non insospettire
le sentinelle romane. Cos, prima dell'alba le sue truppe
avevano preso posizione sulla cima della montagna; in basso
potevano vedere l'anello di fuochi che i Romani avevano
acceso per precauzione in modo da non essere sorpresi da
un altro attacco notturno. Vercassivellauno consent ai suoi
uomini di riposarsi fino a mezzogiorno, poi, quando il sole
era allo zenit, ordin l'avanzata.
Per i Romani che difendevano il terrapieno dovette essersi
trattato di uno spettacolo terrificante: massicce ondate che
scendevano dalle alture circostanti, battendo le spade contro
gli scudi ovali e cantando inni di guerra celtici con tutta la
voce che avevano in corpo. La cavalleria gallica sbuc dalla
foresta del monte Rea e scese lungo il pendio, poi attravers
il fiume Ose. Erano cos tanti che i loro cavalli erano compressi
l'uno accanto all'altro. Puntarono direttamente verso
l'accampamento del legato Tito Labieno, occupato dalla
Trentesima Legione, con la Trentunesima e la Trentaseiesima
che davano manforte. Prima di raggiungere il fossato, i cavalieri
gallici ruotarono il corpo dalla cintola in su, tirarono la
corda degli archi, si appoggiarono con la schiena sulla sella
e scagliarono un nugolo di frecce contro i Romani che difendevano
il terrapieno e le coorti schierate subito dietro.
I cavalieri erano seguiti da una moltitudine di fanti. Questa
volta per Vercingetorige era stato avvertito dell'imminente
attacco con un segnale luminoso trasmesso per mezzo di
uno scudo lucido e ora si precipit gi dal pendio del monte
Auxois con tutti i guerrieri che gli restavano per attaccare
Cesare dall'interno.
Il fossato non costituiva pi un ostacolo, poich era stato
riempito durante i due precedenti attacchi e ogni volta che
i Romani avevano cercato di svuotarlo erano stati decimati
dalle frecce. Dall'alto della torre di vedetta, Cesare osservava
l'inizio della battaglia che sapeva sarebbe stata decisiva.
La posta in gioco era spaventosa: l'annientamento delle sue
legioni o la conquista della Gallia. Cesare faceva affidamento
su un massiccio lancio di proiettili dal terrapieno e dalle torrette.
Il lancio serrato delle catapulte mand migliaia di pietre
e di palle di ferro a roteare in aria. I Romani ebbero gravi
perdite: nugoli di frecce si abbattevano sul terrapieno e gli
uomini precipitavano al suolo. Purtroppo, quello che aveva
temuto si stava verificando: i suoi uomini erano intrappolati
tra i ripari che loro stessi avevano costruito. Ancora una volta,
per, Cesare fu fortunato. L'attacco di Vercassivellauno e
di Vercingetorige non era stato coordinato e invece di puntare
contro lo stesso settore le loro truppe attaccarono in punti
separati del muro interno e di quello esterno.
Il momento decisivo si avvicinava: i Galli avrebbero perso
se non fossero riusciti a sfondare il muro di difesa romano,
e i Romani sapevano che avrebbero perso se i Galli avessero
superato il terrapieno. Nel settore attaccato da
Vercassivellauno ci fu seriamente il rischio di sfondamento.
Infatti, una
volta tanto i suoi guerrieri attaccarono all'unisono; gli arcieri
colpirono ripetutamente il muro e i fanti avanzarono rapidamente
verso il terrapieno protetti da una testuggine di
scudi tenuti sopra la testa per ripararsi dai proiettili romani.
Ma mentre Vercassivellauno mandava nella mischia sempre
nuove truppe, i Romani dovevano resistere con quelle che
avevano: chiunque, ferito o no, fosse in grado di reggersi in
piedi veniva mandato a combattere. Tra i bastioni c'era una
gran confusione; ordini contrastanti facevano s che i soldati
corressero in tutte le direzioni, tappando buchi o portando
fasci di frecce.
Cesare si sporse per guardare oltre il muro e vide un gran
numero di Galli che si dirigeva verso la porta di Labieno.
Difendete la porta! grid, precipitandosi da quella parte
per dare manforte con la sua presenza. Gli restava un unico
reparto di riserva, la sua preziosa cavalleria germanica, che
aveva tenuto fuori della portata visiva dei Galli. Quei 5.000
Germani erano la sua razione di sopravvivenza e se ne sarebbe
servito soltanto nel momento decisivo della battaglia. Farlo
richiedeva molta disciplina, ma Cesare era un uomo dalla
volont di ferro! A parte i 5.000 cavalieri, gli restavano solo
sei coorti, vale a dire 3.000 uomini per fermare un attacco di
centinaia di migliaia di nemici!
Nel frattempo Vercingetorige aveva attaccato con forza
il lato della contravallatio che si affacciava verso l'Oserain,
dove Cesare aveva posto il giovane Decimo Bruto al comando
dei difensori. Uno dei punti pi vulnerabili era tra le due
torri, difeso soltanto da una sottile linea di esausti legionari
della Trentesima Legione. A loro la battaglia appariva qualcosa
di surreale, un massacro visto attraverso la nebbia dello
sfinimento e il fumo del fuoco greco. Dall'alto delle torri gli
arcieri prendevano di mira i Galli come meglio potevano e
alla velocit con cui riuscivano a incoccare la freccia nell'arco.
Ma nulla sembrava fermare la furia dei Galli: si facevano
avanti ondata su ondata. Eppure non erano ancora riusciti a
raggiungere la sommit del terrapieno.
I genieri di Cesare avevano lavorato con grande professionalit:
le fortificazioni erano ben fatte e solide, e mentre
l'offensiva si protraeva ora dopo ora il terreno conquistato
lo si poteva misurare in metri. Vercingetorige faceva ruotare
le sue truppe ogni mezz'ora, i Romani invece non potevano
permettersi il lusso di alcuna sostituzione, si limitavano a tirare
avanti come potevano. Tuttavia i Galli cominciavano
ad avvertire la pressione: le nuove unit erano composte di
pivellini che a poco a poco perdevano il terreno conquistato
dai veterani, cosicch fu necessario richiamare i guerrieri
pi esperti. Dopo ore di confusione e cinque inutili tentativi,
Vercingetorige condusse i suoi uomini pi in basso ad
attaccare un'altra parte della contravallatio. Mentre la marea
di Galli si muoveva lungo il muro sotto gli occhi dei difensori,
i Romani radunavano le loro truppe fuori dalla vista dei
Galli e si spostavano parallelamente a loro, lasciando grandi
porzioni di muro praticamente senza difensori. Ancora
una volta Cesare ebbe fortuna: in questa circostanza, i Galli
non avevano pi riserve sufficienti ad attaccare da ogni parte
contemporaneamente, o forse nel bel mezzo del combattimento
non ci pensarono. Infatti, nei punti in cui il terrapieno
era praticamente indifeso avrebbero potuto superare il muro
senza incontrare opposizione.
Presso la porta di Labieno la situazione era disperata.
I Galli avanzavano da ogni parte ed erano giunti a pochi
metri dalla sommit del terrapieno. Cesare intanto aveva
inviato le sue ultime sei coorti agli ordini di Caio Fabio
Massimo a dare manforte a Bruto, quando un portaordini lo raggiunse
per comunicargli che per il legato Labieno era questione
di minuti prima che i suoi uomini cedessero davanti
alla furia degli attaccanti. Rapidamente Cesare spost le sue
coorti da Bruto a Labieno, che ora comandava trentanove
coorti, la met degli uomini di Cesare; con uno sforzo supremo,
li radun presso la porta che stava per cedere sotto i
continui assalti. Improvvisamente le porte si spalancarono
e ne uscirono i suoi 15.000 legionari tentando una rischiosa
sortita. Subito i Romani si trovarono di fronte orde di
demoni urlanti e dal viso rosso; poi furono gli uni addosso
agli altri, strillando come arpie e agitando le braccia. Si
azzuffavano come cani, mordendosi e graffiandosi; stravolti,
si prendevano per i capelli e si cavavano gli occhi, mentre
alcuni dei morenti restavano in piedi, compressi tra le due
linee. Tuttavia i Galli erano troppi rispetto ai Romani.
Labieno provvide a riorganizzare le sue decimate legioni.
Ecco dunque che quegli stessi legionari, che i Galli credevano
di aver sbaragliato, avanzavano in formazione perfetta:
la sorpresa fu tale che per alcuni minuti il combattimento si
ferm. Labieno si fece avanti, con lo scudo sul braccio sinistro
e soli due uomini di scorta. Diede il segnale e la sottile
linea si mosse con le lance puntate. Non c'era concitazione
nell'avanzata; la legione mantenne un perfetto schieramento,
compatto e ordinato. Dopo un ulteriore segnale i legionari si
fermarono, e le coorti presero posizione. Fu a quel punto che
i Galli lanciarono il loro grido di guerra e si precipitarono
contro i Romani.
Intanto, mentre infuriava questa battaglia, un'altra emergenza
si stava formando sui fianchi dello schieramento romano.
Cesare poteva infatti vedere ondate di cavalieri gallici
dirigersi alla sua destra per aggirare le legioni di Labieno e
prepararsi all'attacco.
Il momento cruciale della battaglia si stava avvicinando.
Nel frattempo Vercingetorige avrebbe potuto sferrare un
contrattacco in massa. Se soltanto fosse riuscito a riorganizzare
i suoi uomini abbastanza in fretta da tentare lo sfondamento,
di certo ci sarebbe riuscito. Invece attese troppo a
lungo, e intanto il momento propizio era passato.
La sortita di Labieno valse a Cesare un po' di tempo prezioso
durante il quale ritir ogni combattente dai settori sicuri
di entrambi i terrapieni. In questo modo form quattro
coorti aggiuntive, duemila uomini in tutto, e ne assunse
personalmente il comando. In sella al suo cavallo, avvolto
nell'ampio paludamentum, il mantello rosso da generale romano,
Cesare era una figura imponente. La vista del loro
generale infiamm le legioni: un grido possente si innalz dai
bastioni e i Romani si gettarono con rinnovato vigore contro
i Galli. Brandendo la spada, il centurione della prima fila
lanci un grido: mai pi avrebbe lanciato grido pi possente.
Alla testa della sua centuria, balz su morti, moribondi
e feriti. I Galli rimasero sorpresi dal nuovo assalto: alcuni si
fermarono e poi rapidamente fecero dietrofront. Un barbaro
gigantesco, alto e con la barba fluente, sbarr la strada al romano;
si gettarono l'uno contro l'altro in un cozzare di lame;
il centurione inciamp su di un corpo, cadde e fu trapassato
dalla spada del gigante. Due legionari si fecero avanti. Poi
anche il gigantesco guerriero fu a terra e i Galli cominciarono
a ripiegare... quindi corsero via dandosi alla fuga, come
sempre facevano i barbari di fronte a un assalto mirato delle
formazioni romane.
Era il momento critico che Cesare aveva atteso. Se fosse
riuscito a mettere in fuga i Galli, ci sarebbe stata una gran
confusione. Era dunque tempo di far intervenire i cavalieri
germanici e Cesare stava per impiegare i suoi preziosi mercenari,
deciso a impartire l'ordine che costituiva un'ultima
risorsa: la cavalleria doveva aggirare la circumvallatio e irrompere
contro il nemico, al momento pesantemente impegnato
nello scontro con le legioni di Labieno, prendendolo
alle spalle. Si trattava di un azzardo disperato, ma doveva
riuscire, altrimenti tutto sarebbe stato perduto, per Roma e
per Cesare.
All'udire il suono dei corni, la cavalleria mercenaria si
schier in due formazioni massicce. Un altro segnale, e la
cavalleria germanica si precipit in avanti, sempre pi velocemente
finch i cavalli furono coperti di schiuma. Ogni cavaliere
teneva la sua lunga spada di traverso sulla sella ed entrambe
le mani sul pomo. Le spade cozzarono con le spade,
i corpi contro i corpi. I Germani, freschi di forze, travolsero
i Galli. Poi quella prima ondata di cavalieri fu seguita da una
seconda, che aggirando la collina di Alesia dalla direzione
opposta prese alle spalle l'esercito gallico. Con la furia di
un uragano i cavalieri germanici si precipitarono contro la
massa dei Galli che si battevano come belve. Le armature
andavano in pezzi sotto i colpi possenti delle spade brandite
con entrambe le mani, e i colpi piovevano su uomini e cavalli.
Un tribuno sedeva a terra, tenendosi il ventre che gli era
stato trapassato da una lancia: il sangue gli usc dalla bocca,
poi cadde a faccia in gi.
Infine i Germani, sbucando da dietro la montagna incalzarono
il nemico da ogni parte e lo spinsero verso il fiume,
dove i capi gallici avevano preso posizione con la fanteria, e
compirono uno spaventoso massacro(7).
Cesare sal su un'altura, da cui poteva osservare l'intero
campo di battaglia, giusto in tempo per vedere la cavalleria
incalzare i Galli, prendendoli alle spalle. L'esercito gallico
stava disintegrandosi davanti ai suoi occhi: ovunque i Galli
ripiegavano e fuggivano, gettando via le armi per fuggire
pi in fretta. Intanto i suoi mercenari germanici, senza quasi
incontrare resistenza inseguivano i Galli in fuga, menando
fendenti con le lunghe spade. Molti guerrieri gallici furono
uccisi, nessuno fu preso prigioniero. I corpi dei caduti si ammucchiavano
davanti al terrapieno e coloro che non erano
ancora morti ben presto restavano soffocati sotto la massa di
corpi che si abbatteva su di loro. Poi la lotta prosegu lungo
la circumvallatio, con combattimenti corpo a corpo. I barbari
avevano combattuto valorosamente per tutto il pomeriggio,
ma ora erano sempre pi stanchi, avendo sprecato tutte le
loro energie nel fallito tentativo di far irruzione sul terrapieno
all'inizio della giornata. E i mucchi di caduti ostacolavano
la loro ritirata. Molti altri furono presi e massacrati.
Per tutta la giornata Vercingetorige era stato in prima linea.
.
I suoi abiti erano strappati in molti punti, lacerati da colpi di spada, ed erano inzaccherati di sangue essiccato: quello del nemico. Ma non avrebbe avuto il tempo di ripulirsi finch non avesse messo a punto i piani di battaglia per l'indomani. La verde prateria ai piedi del monte Auxois era coperta dei corpi dei caduti e oltre la pianura l'armata che avrebbe dovuto portargli aiuto si stava ritirando, cercando la salvezza al di l delle lontane colline. Anche i suoi uomini si stavano ritirando, passandogli accanto senza guardarlo.
.
Era come un'isola in un torrente di uomini in fuga. Molti dei suoi guerrieri avevano trovato la morte sotto il muro di Cesare, sotto il sole cocente di un pomeriggio sereno. Dentro di s una voce fredda e impassibile, lontana dalla collera che lo bruciava, gli diceva che quel maledetto terrapieno non poteva essere preso. Era tutto finito, insieme all'orrore delle perdite, alla stanchezza e a una collera impotente. I suoi uomini erano morti per nulla ed egli li aveva mandati a morire.
.
Gi nella valle, tra il fumo dei numerosi fuochi, cavalcava
una figura avvolta in un mantello rosso. Il suo viso era duro e
pallido, i suoi occhi luminosi e ardenti mentre oltre la distesa
di morti fissava il punto in cui si innalzava la figura solitaria
di Vercingetorige. Il principe degli Arverni si volt. Ne aveva
abbastanza. Poi sal su per la collina, nella brezza della sera,
e improvvisamente si rese conto che le lacrime gli offuscavano
la vista. I capi delle sue truppe si raccolsero attorno a
lui, immobili, assimilando la consapevolezza, che
silenziosamente si faceva strada in loro, che tutto era finito. Il sole
cominci a tramontare, rosso come sangue; poi lentamente
scese l'oscurit che aleggi sul campo di battaglia e sul maledetto
terrapieno, avanzando sui morti e i morenti come l'ala
di un gigantesco uccello. L'esercito della Gallia era in rotta e
la carneficina terribile. Le ossa dei suoi guerrieri sarebbero
diventate polvere su un campo della Borgogna.
Vercingetorige flett la mano destra; appesa alla spalla, la
lunga lama della spada, con il pomo a portata di mano, gli
scendeva fino alla caviglia. Ma a che cosa serviva una spada
contro la fame? I suoi uomini erano esausti ed erano affamati;
e se l'indomani li avesse fatti combattere ancora ne avrebbe
persi la met; erano spossati al di l del sopportabile, con
la lingua spessa per la sete e la bocca troppo asciutta per
poter masticare. Ma doveva comunque mandarli a combattere;
avrebbe concesso loro tutto il riposo di cui avevano
bisogno soltanto dopo che avessero superato il maledetto
terrapieno. Avrebbe dovuto condurli ancora in battaglia,
prima che fossero pronti, altrimenti sarebbero morti di sete
e di fame. In lui c'era una collera simile a quella di un lottatore
che una volta  stato battuto e poi si  ripreso, e spera
in un'opportunit. Era una rabbia silenziosa. Con la notte,
giunse il lamento delle donne che piangevano i loro mariti
e figli. Vercingetorige guardava le sofferenze della sua gente.
Possiamo soltanto morire. Che cos'altro possiamo fare?
Non vedo altra possibilit!
Non sarebbe stato cos. Vercingetorige resistette altre due
settimane prima di avere un incontro con Cesare, per chiedere
che alle donne e ai bambini fosse consentito di lasciare
Yoppidum sani e salvi. Il proconsole romano non ebbe alcuna
piet. Non risparmiare i civili era diventata un'arma potente
per piegare il capo dei Galli. Abbi piet delle donne e dei
bambini chiese Vercingetorige.
Cesare si limit a guardare il guerriero. Piet  una parola
che non conosco.
Quando torn sulla sommit della collina, Vercingetorige
sapeva che tutto era perduto.
 indubbio che Vercingetorige commise l'errore di asserragliarsi,
insieme a ottantamila uomini, nella fortezza di
Alesia, che di per s non era molto grande. Quando conged
la cavalleria, perch non fece altrettanto con tre quarti
della fanteria? Ventimila uomini sarebbero stati sufficienti
a rafforzare la guarnigione di Alesia, situata su uno spuntone
di roccia e che gi comprendeva un buon numero di
civili. Aveva provviste per non pi di trenta giorni e Alesia
era una roccaforte che non aveva nulla da temere se non la
fame. Se invece di ottantamila uomini ne avesse avuti soltanto
ventimila, avrebbe avuto cibo per centoventi giorni,
mentre i restanti sessantamila avrebbero potuto battere le
campagne e incalzare le forze di Cesare impegnate nell'assedio.
Invece furono necessari cinquanta giorni per radunare
una nuova armata gallica, ma nel frattempo l'esercito
di Vercingetorige, assediato ad Alesia, era rimasto senza
cibo.
Nel disperato tentativo di salvare il suo esercito da una
lenta morte, Vercingetorige obblig tutti i non combattenti
ad abbandonare l'oppidum. Gli infelici furono costretti a
vagare senza meta tra la collina, il terrapieno e il muro nella
speranza di trovare un boccone di cibo e un sorso d'acqua,
mentre attendevano la morte.
Nei giorni dell'assedio e prima che il principe Vercingetorige
cavalcasse verso la morte e l'oblio delle leggende, passavamo
il tempo osservando le provviste che continuavano a
diminuire e tendendo l'orecchio: la notte sperando di udire
un suono di corno che non giungeva mai e il giorno il rumore
dell'arrivo di soccorsi che cambiassero il corso dell'assedio.
Ma la luce stava scomparendo rapidamente e la notte profonda
si avvicinava a grandi passi. Questo fu il racconto di
uno dei superstiti.
A Cesare importava il trionfo personale, e nient'altro. Intanto
il combattimento nella piana si era trasformato in un
assedio in cui il nemico sarebbe stato preso per sete: Cesare
doveva semplicemente restare accampato ai piedi della collina
e attendere. Era un autunno straordinariamente caldo e
le cisterne di Alesia rimasero ben presto senz'acqua. Quando
furono troppi i guerrieri morti di sete e fame, Vercingetorige
si arrese.
Era una terribile sciagura che migliaia di giovani Galli
fossero morti invano. Vercingetorige aveva cercato di migliorare
le condizioni di vita del suo popolo, il suo era stato
un azzardo e ora tutto il paese era in lutto. A Gergovia aveva
risparmiato il nemico romano che ora lo avrebbe ucciso.
Il ventesimo giorno, le sentinelle romane di guardia alla
porta gridarono e indicarono una figura che sedeva in groppa
a un cavallo, immobile come se fosse stata scolpita nella
pietra. Portava l'elmo, ma la sua cotta di maglia era opaca,
ammaccata e scalfita dai combattimenti. Vercingetorige,
capo della Gallia e simbolo della vittoria di Roma, cavalc
attraverso la porta sul suo cavallo da guerra con indosso la
sua armatura pi bella, gir attorno a Cesare che sedeva su
una piattaforma, poi salt da cavallo e gett la spada ai piedi
del proconsole: Prendi questa, valorosissimo tra i guerrieri,
vincitore di un guerriero valoroso.
La bocca di Cesare si indur. Vieni a inginocchiarti?
E il capo dei guerrieri della Gallia rimase in ginocchio
finch Cesare non lo ebbe consegnato alle guardie nel momento
del trionfo supremo(8).
Il sogno di una Gallia libera del giogo romano era stato a
portata di mano, ma era stato infranto in una giornata di settembre
del 52 avanti Cristo Giulio Cesare, insuperabile maestro nella
tecnica dell'assedio, aveva provveduto a infrangerlo. Il
bellum gallicum era quasi finito(9). Per i popoli della Gallia, con
l'anne terrible ebbe inizio la lunga notte delle tnbres-.
la dominazione di Roma sarebbe durata cinquecento anni(10).
Cesare fu divinizzato. Torn a Roma per celebrare il
trionfo, che gli venne decretato dal senato per aver pacificato
il grande paese a nord delle Alpi. Molti carri, carichi del
bottino di guerra, sfilarono nel corteo trionfale davanti al
tempio di Saturno. Su uno di essi c'era Vercingetorige, con
una catena attorno al collo, seguito dagli altri prigionieri,
parimenti in catene. La folla festeggi Cesare, acclamandolo
come eroe. Ben presto per ripresero gli intrighi e la sua
influenza politica svan; l'eroe della Gallia non aveva ancora
potere sufficiente a fronteggiare un senato ostile e il suo rivale,
Pompeo. Ritorn dunque in Gallia per ricongiungersi
con le sue fedeli legioni. Nei due anni successivi (51-50 avanti Cristo)
trasform la Gallia in una provincia romanizzata e tale sarebbe
rimasta, parte integrante dell'impero romano, per altri
cinquecento anni.
Il pi grande successo di Cesare, come scrisse egli stesso,
fu la conquista della Gallia. In dieci anni aveva infatti conquistato
ottanta citt importanti e sottomesso trecento trib,
mentre un milione di Galli furono condotti in schiavit per
servire i loro padroni romani.
Se si osservano gli avvenimenti dell'anne terrible, l'impressione
complessiva  quella di un incredibile capovolgimento
delle sorti della guerra. A priori, le legioni di Cesare
erano condannate, soprattutto dopo l'iniziale sconfitta di
Gergovia e la defezione degli Edui, il loro pi importante
alleato. Con un paese in aperta ribellione, le principali strade
tagliate e l'esercito privo di rifornimenti in seguito alla tattica
della terra bruciata messa in atto da Vercingetorige, Cesare
aveva intenzione di dirigersi in tutta fretta verso la sicurezza
delle fortezze romane della Provenza; trov per che la
strada gli era stata sbarrata e si ferm, combatt e capovolse
la situazione(11). Vercingetorige era un cattivo stratega? Per
tre volte ricorse a una strategia che consisteva nell'indurre
il nemico ad assediare una fortezza alleata (Bourges,
Gergovia, Alesia), salvo poi radunare tutte le truppe possibili per
sconfiggerlo sferrando un attacco massiccio dall'esterno. A
Bourges, i Galli non avevano ancora forze sufficienti e Cesare
espugn la fortezza; a Gergovia, Vercingetorige contava sugli
Edui per prendere i Romani nella morsa, ma Cesare si rese
conto del pericolo e sfugg alla trappola; ad Alesia, Vercingetorige
aveva finalmente tutti i mezzi per arrivare alla vittoria.
L'armata di soccorso doveva essere lo strumento principale
per sterminare le legioni, schiacciandole tra le loro stesse
fortificazioni. Tuttavia, di fronte a una situazione disperata
in cui vincere o morire, le leggendarie legioni romane
si dimostrarono pi disciplinate e motivate, e resistettero.
L'intervento dell'armata di soccorso, per quanto grande, non
avrebbe potuto portare alla vittoria. Cesare comprese appieno
le potenzialit del suo successo, anche perch non era la
Gallia a cui mirava, ma Roma.
Vercingetorige, a parte tutto, era un uomo in carne e ossa,
che riusc a porre un freno alle dispute tribali e si dimostr
molto al di sopra delle contraddizioni di uomini assai meno
lungimiranti e abili di lui. Forse fu un opportunista, ma cos
legato alla Gallia da ipotizzare la presenza di una vena molto
pi profonda di altruismo e di onore. Era il ritratto del guerriero
forte e coraggioso, con passioni brucianti. Alla fine,
per, un uomo dotato di una superiore abilit diplomatica
e di un'eccezionale rapidit di decisione lo surclass. Con
la vittoria di Cesare ad Alesia, la Gallia perse la sua identit
celtica, la sua lingua divenne il latino (e ancora oggi vi si
parla una lingua neolatina) e il suo stile di vita fu latinizzato.
Per sei lunghi anni, Cesare inflisse a Vercingetorige tutte
le sofferenze che un essere umano pu sopportare. Il capo
degli Arverni fu rinchiuso in una segreta del Tullianum, senza
che gli fosse concesso di vedere la luce del sole. Peraltro,
quanto il suo corpo dovette subire per mano dei suoi
carcerieri fu forse poca cosa rispetto alle sofferenze morali.
Poi, verso la fine del 46 avanti Cristo, Cesare ordin che il prigioniero
fosse strangolato. Per il nobile capo gallico fu forse una
liberazione, quella di un'aquila incatenata la cui anima fu
finalmente lasciata libera(12). Quanto al grande Giulio Cesare,
sopravvisse al suo prigioniero per soli sedici mesi: alle Idi di
Marzo del 44, si comp la maledizione del capo gallico.
Che cosa sarebbe accaduto se, in quelle umide giornate
dell'autunno del 52 avanti Cristo, avesse vinto Vercingetorige?  improbabile
che, a lungo andare, il corso della storia sarebbe
cambiato. Infatti, gli interessi economici, politici e strategici
di Roma avrebbero fatto s che il risultato finale fosse comunque
lo stesso. Roma confinava con la Gallia: se ad Alesia
fossero state sconfitte, le legioni romane sarebbero ritornate
in forze, e la Gallia sarebbe stata comunque integrata
nell'impero Romano.
La gloria di Cesare  stata cantata in ballate, testi letterari
e storici. Vercingetorige venne presto dimenticato, eppure
era stato lui che un tempo aveva incarnato un'autentica
forma di patriottismo. Il suo ideale era stato quello di un
samurai, la sua parola d'ordine honneur et patrie. Sarebbero
tuttavia passati diciassette secoli prima che il suo nome
apparisse nuovamente, appena citato in un libro di Jacques
de Cassan sui re dell'antica Gallia(13). Nel 1873, Parigi ebbe
una rue Vercingtorix e nei giorni bui che portarono alla
seconda guerra mondiale, Charles de Gaulle si serv dell'antico
guerriero gallico per mettere in guardia i francesi dalla
crescente minaccia hitleriana: Quando Vercingetorige gett
le sue armi ai piedi di Cesare, con quel disperato omaggio
forse intendeva impartire una lezione immortale alla sua razza.
Dopo la sconftta della Francia nel 1940, molti scrittori
ricordarono il gesto del capo degli Arverni in pamphlet
clandestini, celebrando Vercingetorige come le premier rsistant
nella storia della Francia.
Cesare e Vercingetorige:  come uomini che entrambi devono
essere giudicati. Entrambi erano coraggiosi e risoluti,
entrambi erano guidati dal desiderio di potere e di gloria;
entrambi mostrarono violente passioni ed entrambi furono
capaci di odiosi crimini. Una cosa  comunque certa: Cesare
e Vercingetorige erano degni l'uno dell'altro, nella gloria
come nella sconftta. Non per nulla, nei suoi Commentari
lo stesso Cesare ammise che la vittoria su Vercingetorige fu
appesa a un filo.
La sconftta dell'attacco sferrato in forze dai Galli  emblematica
dell'eterno problema di un esercito pi potente
ma con svariati capi che si scontra con uno pi debole,
comandato per da un solo uomo. Peraltro, le dispute sulle
opportunit sprecate ad Alesia non hanno mai portato
a una conclusione certa e sono avvolte nella nebbia della
leggenda.
Ad Alesia, il fattore cruciale fu la lucidit di Cesare nell'attendere
il momento propizio per scatenare contro il nemico
la furia della sua cavalleria germanica.
Sessant'anni dopo, i nipoti di quegli stessi ausiliari germanici
che avevano portato Roma a dominare sulla Gallia scrissero
la parola fine sul dominio di Roma al di l del Reno. In
una battaglia decisiva, combattuta nella Selva di Teutoburgo
(9 dopo Cristo)(14) i Germani annientarono le legioni romane e cambiarono per sempre il destino dell'Europa Centrale.
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Note.
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1. Cesare, De bello gallico (5, 6-7), come tutte le successive citazioni.
2. Ibid.
3. Fino alla met del 19esimo secolo l'esatta posizione di Alesia rimase un mistero. Napoleone Terzo fece condurre degli scavi che individuarono quello che Cesare aveva descritto come un murus gallicus, nei pressi del villaggio di Alise Sainte-Reine, ma la conferma definitiva venne soltanto verso la met degli anni Cinquanta con l'impiego della fotografia aerea, che rivel con chiarezza il perimetro delle mura di Cesare. Il visitatore moderno riconosce la localit gi da lontano grazie a una gigantesca statua in bronzo di Vercingetorige, capolavoro dell'artista francese Aime Millet, che domina sul territorio della Borgogna.
4. Entrambe queste macchine da assedio sono riprodotte sulla Colonna Traiana, a Roma.
5. Per comunicare a distanza, i Romani disponevano di un sistema di segnalazione codificato che utilizzava specchi o fuochi; i Galli, essendo un'accozzaglia di trib diverse, non avevano nulla del genere.
6. Napoleone avrebbe ricordato la loro eroica resistenza come esempio per incitare la sua Vieille Garde.
7. Cesare, op. di.
8. Plutarco, Vite parallele.
9. La descrizione migliore e probabilmente pi accurata di questi eventi la troviamo nel Libro 7 del De bello gallico che Cesare scrisse pochi mesi dopo, tra il 52 e il 51, mentre si trovava nei quartieri invernali a Bibracte. Con lui cerano tutti coloro che ne erano stati i protagonisti, compreso il prigioniero Vercingetorige. Naturalmente,  la versione di Cesare, il vincitore. Tutte le altre descrizioni, di Tito Livio, Asinio Pollione, Floro, Plutarco e Cassio Dione, furono scritte 150 anni dopo e certamente attinsero alla narrazione di Cesare.
10. Quando la Gallia fu finalmente liberata dai Franchi, il loro re fu visto come un novello Vercingetorige.
11. Qualcosa di simile accadde ad Agincourt, nel 1415. Enrico V, con un esercito decimato, cerc di raggiungere la sua fortezza di Calais, ma fu fermato dai Francesi e riport un'incredibile vittoria. Nel 1954, a Dien Bien Phu, i Francesi cercarono di attirare i Viet Minh in una trappola, di assediarli e poi sbaragliarli, e invece a essere annientati furono loro stessi.
12. Durante gli scavi di Alesia, voluti da Napoleone Terzo, fu scoperta una statuina di bronzo. Mostra un guerriero celtico che giace morente al suolo, con un braccio che gli copre il viso. Di origine romana,  noto come il Gallo morente.
13. J. De Cassan, Tratte des anciens rois des Gaulois et des Francis depuis le deluge, Paris 1621.
14. Come descritto dall'autore nel suo Il generale inverno - come i capricci del clima hanno vinto le guerre (Piemme), la battaglia della Selva di Teutoburgo vide di fronte le legioni di Quintilio Varo e Arminio il Germano.
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CAPITOLO 12.
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IL DADO  TRATTO.
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Il Rubicone, 11 gennaio 49 avanti Cristo.
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Alea iacta est. Il dado  tratto(1).
Caio Giulio Cesare, 11 gennaio 49 avanti Cristo, nell'attraversare il Rubicone.
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Silent enim leges inter arma. In tempo di guerra le leggi tacciono(2). Cesare fece dunque quello che nessun generale aveva mai osato fare: viol le leggi di Roma, attraversando il Rubicone con il suo esercito. Con un solo passo, il dado era stato tratto.
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Come la Grecia, culla della democrazia, Roma era governata
da poche famiglie aristocratiche, i patrizi, che avevano
diritto di sedere in senato, ovvero l'assemblea degli anziani,
dalla parola senex che in latino significa appunto vecchio.
I proletarii e la plebs, le classi subalterne, rimanevano invece
a mani vuote. Ci vollero duecentocinquanta anni prima che
i plebei riuscissero a ottenere il riconoscimento delle proprie
richieste. Quando infine scoppiarono le rivolte contro
i patrizi che detenevano il potere, si dimostrarono immorali
e violenti, dal momento che non c'erano esempi che
si potessero seguire per risolvere il problema con il dialogo.
Un numero ristretto di Romani era ricchissimo, mentre
milioni erano sempre pi poveri. Tuttavia; furono due
patrizi scontenti a scuotere le classi popolari dal loro letargo.
I tribuni Tiberio Sempronio Gracco e il fratello minore Caio
crearono comitati di quartiere all'interno del partito dei
populares e quando cercarono di dare la terra a chi non ne
possedeva, i patrizi li fecero assassinare insieme a centinaia
dei loro seguaci. I plebei scesero in strada. Una sanguinosa
guerra civile scoppi tra il console populista Caio Mario, il
leone di Aquae Sextiae, e l'altrettanto sanguinario avversario,
il patrizio Lucio Cornelio Siila, che fu il primo a sfidare
apertamente gli ordini del senato e a marciare su Roma
alla testa delle sue legioni (88 avanti Cristo). Siila entr in citt e
attu una terribile vendetta ai danni dei seguaci di Mario:
I cadaveri decapitati andavano in decomposizione per le
strade, dove venivano lasciati appositamente perch tutti
i suoi avversari tremassero. Un senato impaurito nomin
Siila dittatore. Il che tuttavia non mise fine alla lotta intestina
che dilaniava il paese, e cos, prima che questi due
uomini spietati fossero morti per cause naturali, entrambi
avevano avuto modo di decimare la popolazione di Roma(3).
La storia li avrebbe ricordati come coloro che affossarono
la repubblica romana.
Due generali, che sapevano molto su come si conduce una
guerra ma nulla su come si costruisce la pace, si fronteggiarono
con le armi in pugno. La repubblica traballava. Il console
Marco Tullio Cicerone, un brillante oratore la cui principale
abilit consisteva nel cambiare regolarmente partito e marciare
dietro la bandiera del vincitore, era dell'opinione che la
politica dovesse sempre prevalere sulle decisioni dei militari:
Cedant arma togae, concedat laurea laudi. Le armi cedano
alla toga, la gloria militare ceda davanti al merito civile. In
effetti, la guerra  una faccenda troppo seria perch venga
lasciata ai generali. Cicerone, con la pretesa di aver scoperto
un complotto contro il senato, si fece concedere poteri eccezionali,
che us per eliminare i sostenitori del suo nemico,
il patrizio Lucio Sergio Catilina (63 avanti Cristo). In quattro famose
orazioni - O tempora, o mores... Che tempi, che costumi -
Cicerone si scagli contro Catilina denunciandolo davanti
al senato. Catilina, costretto alla fuga, mor in battaglia nel
62 avanti Cristo Cinque anni dopo, quando le acque in apparenza si
erano calmate, Cicerone fu condannato a sua volta. (Nel 43,
dopo aver cambiato bandiera per l'ennesima volta, fu fatto
assassinare per ordine di Marco Antonio.)
I tempi erano maturi perch si facesse avanti un uomo
forte e l'uomo che stava per occupare la scena non era soltanto
un generale ma un abile politico. Con la guerra civile
a malapena terminata, e Roma ancora in una situazione precaria,
una nuova sfida giunse infatti nella persona del nipote
del console Caio Mario, l'unico che Siila non avesse provveduto
a fare eliminare durante le sue epurazioni. Il suo nome
era Caio Giulio Cesare.
Questo giovane e brillante membro della fazione dei populares
era ambizioso e assetato di potere. Il suo tempismo
fu perfetto. E mentre in molti si combattevano per arrivare
al potere, come cani che si azzuffano per un osso, in tre
risultarono vittoriosi quando formarono una coalizione, o
triumvirato (60 avanti Cristo): un generale, Pompeo, un banchiere,
Crasso, e Cesare. La figura trainante era Cesare, che non si
era fatto scrupolo di indurre il senato a nominarlo console
ricorrendo alla violenza. Tuttavia non era ancora abbastanza
forte da poter agire da solo. Aiut pertanto Crasso a riappropriarsi
dei propri beni persi durante la guerra civile e dirott
su Pompeo il denaro che era destinato ai legionari non pi
in servizio. Per s riserv la carica pi allettante: si fece assegnare
il comando del territorio delle due Gallie, a nord e
a sud delle Alpi. Qui erano dislocate le legioni dei veterani:
una scorciatoia per arrivare a Roma. Ci riusc con una serie
di brillanti vittorie sulle trib germaniche e galliche. Verso
il 52 avanti Cristo, Cesare era diventato potentissimo, idolatrato dal
popolo e insignito dal senato della corona d'alloro.
Nel 52, mentre Cesare combatteva contro gli Arverni in
Gallia, e contro tutte le leggi della repubblica romana, il suo
grande rivale Pompeo aveva fatto in modo che il senato lo
nominasse console unico. Avuta la carica, una delle sue prime
mosse fu ordinare a Cesare di congedare le truppe ausiliare,
lasciare il comando delle sue vittoriose legioni e tornare
a Roma; in caso contrario sarebbe stato considerato un traditore
e perseguito come tale. Per prevenire eventuali velleit
ostili di qualche comandante militare assetato di potere, la
legge romana proibiva infatti ai generali di entrare in Italia
alla testa delle loro legioni senza la preventiva autorizzazione
del senato. Ma Cesare rifiut di essere convocato davanti a un
senato, ormai esautorato, per rispondere all'accusa di insubordinazione.
Forte delle sue grandi vittorie, non era il tipo
da lasciarsi intimidire da un rivale geloso. L'accampamento
di Cesare brulicava di ufficiali che dimostravano ubbidienza
cieca al loro comandante supremo, inoltre chiamando i suoi
soldati i miei commilitoni li aveva persuasi a combattere
per lui anche senza essere pagati. Peraltro, ben sapevano che
poi sarebbero stati ricompensati lautamente. Con una sola
legione, che di certo era la miglior unit combattente che
Roma avesse mai avuto, lasci dunque Ravenna e raggiunse
il confine tra la Gallia Cisalpina e Roma, confine segnato da
un fiumiciattolo che si getta nell'Adriatico, il Rubicone.
Nel frattempo, mentre era impegnato a guerreggiare con
le trib dell'Asia Minore, Crasso era stato opportunamente
ucciso in un'imboscata tesagli dai Parti (53 avanti Cristo). Cosa che,
sommata al timore che gli derivava dalla crescente popolarit
di Cesare, aveva spinto Pompeo ad agire. A quel punto,
per, era ormai inevitabile una resa dei conti tra i due rivali,
parimenti assetati di potere. Tuttavia, se Pompeo non aveva
mai preso in considerazione l'idea di usare le sue legioni per
rovesciare l'ordinamento politico di Roma, di certo Cesare
non si faceva scrupoli del genere. Peraltro, esit a invadere
l'Italia, non in considerazione dell'illegalit di una simile
mossa, ma perch non era sicuro di riuscire a impadronirsi
del potere.
L'11 gennaio del 49 avanti Cristo, Giulio Cesare attravers il Rubicone.
Cicerone, che si era incontrato con lui per passare
dalla parte di colui che considerava il cavallo vincente, lo
adulava: Quando vedo i suoi capelli ben pettinati e il suo
sguardo onesto, non posso immaginare che Cesare abbia in
s un'aspirazione cos perversa come la distruzione dell'ordinamento
romano. Tuttavia, come Cesare stesso aveva dichiarato
apertamente: Alea iacta est... Il dado  tratto. E
cos fu. Con quella mossa diede inizio alla guerra civile.
Il primo scontro fu vinto da Pompeo. A Dyrrachium, Cesare
attacc il campo fortificato di Pompeo, ma ne usc con
le ossa rotte. Passarono alcuni mesi prima che si incontrassero
ancora, poi, il 9 agosto del 48, a Farsalo, sulla riva del
fiume Enipeo, Cesare affront nuovamente Pompeo, questa
volta in campo aperto. Disponeva di dodici legioni con
un numero ridotto di effettivi, 30.000 uomini al massimo,
e pochissimi cavalieri, mentre Pompeo poteva mettere in
campo un esercito di oltre 60.000 uomini e 7.000 cavalieri.
Ma Cesare non avrebbe mai affrontato un nemico mettendo
sul tavolo tutte le sue carte. Dolus an virtus, quis in hoste
requirat? L'inganno o la forza, che cosa non  lecito contro
il nemico?(4). Pompeo non si curava della sorpresa, trascurando
del tutto questo fattore chiave impiegato da tutti i grandi
condottieri della storia. Si attenne invece alla tattica dell'attacco
frontale e condusse le sue legioni in un collo di bottiglia
in cui avrebbero avuto ben poca libert di movimento.
Per Cesare, la possibilit di cogliere di sorpresa il nemico
era costituita dalla presenza di una collinetta, che si innalzava
strategicamente tra la citt di Farsalo e l'Enipeo; ideale
per nascondervi delle truppe che attaccassero di sorpresa i
fianchi non protetti del nemico. Intanto aveva smembrato sei
coorti e radunato duemila uomini, presi dalle gi sguarnite
legioni, che aveva nascosto dietro il fianco della collina per
impiegarli come riserve. Poi schier le sue due linee, opportunamente
distanziate per coprire l'intero fronte di Pompeo,
il che lasci inevitabilmente grandi varchi al centro.
Cesare, uno dei generali pi audaci che la storia ricordi,
non attese di essere travolto dalla carica dei nemici, ma ordin
ai trombettieri di suonare il segnale di attacco. Le sue
legioni avanzarono, scagliando i giavellotti e poi puntando
contro il muro di lance di Pompeo. Si trattava dei veterani
della guerra gallica che si scontravano con forze raccogliticce
e che in breve tempo avevano messo da parte le lance per avvicinarsi
a portata di spada. Ma Pompeo ferm il loro assalto
facendo accorrere al centro riserve pi esperte, e la battaglia
volse in suo favore. Per Cesare, che osservava l'andamento
dei combattimenti dall'alto di una collinetta, in sella al
suo cavallo e ben visibile accanto al suo primipilus (portabandiera),
la situazione divenne critica. Tuttavia al centro
la legione resisteva, anche se il resto dello schieramento era
in difficolt. Alcuni veterani cercarono allora di ritirarsi per
potersi raggruppare e proteggere il fianco destro, poich era
l che la superiorit numerica dell'avversario si faceva sentire
maggiormente massacrando i cavalieri di Cesare.
Mentre Pompeo osservava la sconfitta della cavalleria di
Cesare sul fianco destro, esitando a prendere l'iniziativa, Cesare
si faceva avanti alla testa di sei coorti, l'lite delle sue
legioni. Il loro muro di scudi e lance colse di sorpresa la cavalleria
di Pompeo, creando il panico: i suoi soldati finirono
in mezzo alle gambe dei cavalli e scompaginarono tutta la
formazione della cavalleria, poi corsero verso la retroguardia
inseguiti dalle coorti di Cesare. Se a quel punto Pompeo
avesse preso l'iniziativa e fatto scendere in campo tutte le sue
riserve, altre quattro legioni, la sorte di Cesare sarebbe stata
segnata, anche perch un ampio varco si era aperto tra le sei
coorti che stavano avanzando, la cavalleria e il centro. Invece
Pompeo, un generale che aveva sempre reagito con rapidit
e coraggio, rimase talmente colpito dal ripiegamento della
sua preziosa cavalleria che fu incapace di reagire.
Fu il preludio del disastro, dal momento che a quel punto
Cesare ordin alle riserve della terza linea di avanzare attraverso
i varchi che si erano aperti nelle prime due. Concentr
l'assalto contro il fianco di Pompeo e prese il nemico d'infilata,
poi lo travolse. L'attacco di un reparto fresco di forze,
sommato alla sorpresa causata dalle sue sei coorti, ebbe cos
un successo travolgente che decise le sorti della battaglia.
La retroguardia di Pompeo fu scompaginata e i suoi soldati
vacillarono sotto un attacco che li aveva colti del tutto impreparati.
Quella che poco prima era stata una formazione
compatta e in avanzamento, fu colta dal panico e si trasform
in un'accozzaglia disordinata di soldati che correvano
per salvare la pelle. Quanto ai legionari di Cesare, non diedero
loro alcuna tregua, ma li inseguirono senza piet. Era
infatti tipico del modo di fare la guerra di Cesare l'aver proibito,
sotto pena di morte, di saccheggiare l'accampamento
di Pompeo prima che i nemici fossero stati completamente
annientati, dal momento che lasciarli fuggire consentendo
loro di riorganizzarsi avrebbe reso vana la vittoria. L'esercito
di Pompeo fu sbaragliato: ebbe 15.000 morti, mentre Cesare
perse solo 230 uomini.
Caesar imperator! Le province romane si schierarono
unanimi dalla parte di Cesare, mentre Pompeo fugg in Egitto,
dove chiese al re Tolomeo XIII e alla sua coreggente,
nonch sorella, Cleopatra di dargli asilo. Avendo in mente
l'eliminazione dell'unico uomo che ancora poteva ostacolargli
la conquista del potere, Cesare si imbarc con 4.000
uomini e insegu Pompeo ad Alessandria. Al suo arrivo in
Egitto, fu accolto dal tutore di re Tolomeo, Teodoto, con la
frase: I morti non mordono!, poi ricevette in dono la testa
di Pompeo. Ad Alessandria, Cesare fu poi conquistato dalla
bella Cleopatra, il cui ingresso nella vita di Cesare fu spettacolare
quanto unico: il suo servo Apollodoro entr nella
camera di Cesare portando in spalla un prezioso tappeto arrotolato.
Un regalo, grande Cesare! Poi srotol il tappeto
e, meraviglia, comparve la bella regina egiziana, all'epoca
probabilmente ancora vergine dal momento che il fratello e
marito, re Tolomeo, aveva soltanto dieci anni. Quella notte
Cleopatra divenne l'amante di Cesare e in seguito gli gener
un figlio, Cesarione. Poi lo segu a Roma; qui fu installata
dall'amante in uno dei suoi palazzi, dove Cesare puntualmente
si recava a passare la notte, anche se, per ragioni di
opportunit politica, la sua dimora ufficiale rimase quella
della moglie Calpurnia.
Quanto alla teoria che Giulio Cesare fosse spinto semplicemente
da un desiderio di gloria o da uno spartano senso
del dovere, era indubbiamente certo che Roma ammirava e
celebrava l'eroismo, e non sempre considerava la prudenza
la parte migliore del coraggio. Cesare seppe seguire il consiglio
dei pi grandi generali del mondo antico, Alessandro
e Annibale, i quali ritenevano che, in battaglia, quello che
contraddistingue un grande generale sia sapere quando  il
momento di ritirarsi. Molte volte gli accadde di infastidirsi
e persino di arrabbiarsi quando gli indisciplinati Galli, o
altri indolenti ausiliari che combattevano ai suoi ordini, resistevano
ai suoi tentativi di imporre la disciplina delle legioni
romane. Non giunse mai a comprendere appieno i suoi sottoposti
stranieri e li giudic sempre con gli standard romani.
Cesare, brillante teorico della forza d'urto e della mobilit,
perfezion le tecniche militari dello zio Mario, che sostanzialmente
erano senza tempo e non legate agli sviluppi
tecnologici. Comprese l'efficacia di colpire il punto nevralgico
della forza avversaria: una volta che i reparti pi forti
del nemico fossero stati sconfitti e i suoi centri economici
occupati, tutto il resto sarebbe venuto di conseguenza. Cap
che il modo migliore di raggiungere i suoi scopi era radunare
un esercito considerevole e concentrarlo sugli obiettivi essenziali.
Questo potere militare, unito alla politica, rifletteva
il bisogno psicologico di Cesare di arrivare alla conquista e al
dominio assoluto. Il nazionalismo conclamato dell'epoca di
Cesare dava ai nuovi eserciti di massa di Roma una notevole
spinta motivante che Alessandro e Annibale avevano conosciuto
solo in forma rudimentale. Faceva parte del temperamento
di Cesare arrivare alla gloria personale attraverso il
riconoscimento pubblico. Roma non ha mai avuto un uomo
come Cesare e se dovesse continuare con lo stesso slancio e
gli stessi principi anche in futuro, sicuramente conquisterebbe
il mondo.
Le vittorie di Cesare non furono meno greche di quelle
di Alessandro, i suoi princpi strategici non meno classici
di quelli di Annibale, ma il suo esercito, le sue armi e le sue
macchine d'assedio erano cambiati al punto di essere irriconoscibili.
Non gli mancava il coraggio fsico e non fu mai
ossessionato dalla sicurezza personale: lo dimostr infinite
volte quando, stando in prima linea, condusse i suoi uomini
in battaglia. Cesare era tutt'altro che perfetto, e si comport
con grande brutalit nei confronti dei popoli conquistati, soprattutto
in Gallia. Si tratt di azioni che macchiavano la coscienza
e pesavano sul cuore. Non per su quello di Cesare.
Veni, vidi, vici. Venni, vidi, vinsi(5). Cesare conquistatore,
Cesare dittatore, Cesare imperator. La sua personalit possedeva
caratteristiche che sarebbero rimaste legate per sempre
a quanto rappresenta il titolo di cesare. In lui c'era un'aura
di grandezza, di eroismo, che non era semplicemente il risultato
delle sue strabilianti vittorie. Era qualcosa di mistico, di
inspiegabile e di incalcolabile. Persino senza i suoi successi
militari si sarebbe comunque conquistato un posto nel panteon
dei grandi.
Non possedeva n la nobilt di Alessandro, n la genialit
militare di Annibale, ma certamente fu uno statista molto
scaltro, disposto al compromesso pur di conquistare il potere,
e di esercitarlo da solo. A questo fine, copr di regali
il senato e il popolo, dimostrando di avere la saggezza e la
grandezza di spirito che gli consentivano di governare bene
e con equilibrio. I suoi nemici non erano altrettanto sicuri
delle sue buone intenzioni. Alla presenza di Cesare, ci si
deve muovere con cautela se si vuole mantenere la testa sulle
spalle. Nel 46 avanti Cristo, quando ormai era cinquantaquattrenne,
il popolo di Roma lo pose a capo della praefectura morum,
la magistratura incaricata della sorveglianza sulla moralit,
carica che gli permise di coniare monete con la sua effigie.
La sua personalit divenne oggetto di culto e come le divinit
fu adorato nel corso di cerimonie religiose. E ora questo
uomo  diventato un dio...(6). Fu nominato imperator a vita,
giudice supremo in tempo di pace, comandante supremo in
tempo di guerra. Si assicur un ampio consenso concedendo
a intere province il diritto di cittadinanza, cre un potente
esercito, aument il salario dei legionari e in ogni carica importante
pose uno dei suoi ufficiali. Cesare era un vincitore
e la folla lo port sulle proprie spalle a prendere il potere.
Continuarono a esserci tribuni e senatori, questori e consoli,
ma solo di nome, Caio Giulio Cesare era il padrone di Roma,
e dunque di tutto il mondo antico.
Il suo fascino era immenso, i suoi soldati lo adoravano e
nessuna donna era in grado di resistergli. Le folle lo amavano,
ed egli gustava ogni istante della loro adulazione; ovunque
si recasse veniva osannato: Cesare... Cesare... Cesare.
Ma soprattutto Cesare era un uomo dalla smisurata ambizione,
con uno sfrenato desiderio di potere, e la conquista
della Gallia divenne lo strumento per ottenerlo. Il suo unico
fine era diventare padrone di Roma e brig per eliminare
tutti gli oppositori politici: Pompeo fu assassinato in Egitto,
il figlio di Pompeo fu sconfitto in Spagna, Catone and in
Africa, dove si uccise dopo essere stato sconfitto. Uno invece
sopravvisse, poich seppe come adattarsi all'ambizione di
Cesare: Cicerone. Una volta nominato imperator, nessuna
autorit avrebbe potuto fermarlo, nessun uomo avrebbe potuto
dire quale sarebbe stata la sua prossima mossa. Eppure
c'era chi riteneva che l'usurpatore dovesse essere fermato. E
pi d'uno prese la fatale decisione.
Giulio Cesare fu uno scrittore dotato e prolifico che scrisse
la propria storia; altri, che lo adoravano, scrissero di lui
con le espressioni della pi abbietta adulazione. Al contrario,
coloro che detestavano le sue azioni e osarono dire la verit
su un usurpatore che calpestava cadaveri pur di arrivare al
potere furono messi a tacere. Cesare fu il Grande Manipolatore,
che con straordinaria destrezza cambi il modo di
ragionare delle folle osannanti per prepararle alla schiavit
sotto un despota imperiale, una schiavit che avrebbero
sopportato per secoli.
Gi nel 62 avanti Cristo, Cicerone aveva cercato di mettere in guardia
il popolo di Roma: Chiunque voi siate, ricordatevi che
siete comunque in bala del conquistatore. Quando poi gli
amici gli chiesero che cosa gli avesse fatto cambiare parere su
Cesare, Cicerone se la cav affermando: Cuiusvis hominis
est errare! Nullius, nisi insipientis, in errore perseverare...,
ovvero: Tutti possono sbagliare, ma solo gli stolti perseverano
nell'errore. La meteorica ascesa di Cesare dimostr che
aveva ragione. Si avvicinava l'ora in cui il Dio della Vittoria,
con Cesare come gran sacerdote, si sarebbe rivelato al senato
e al popolo di Roma.
Il complesso della divinit lo port a convincersi di essere
effettivamente prescelto dagli di: un politico disposto
a macchiarsi di crimini, ma anche un uomo animato da passioni
e sogni che stava per cadere vittima del suo sfrenato
desiderio di potere.
...
.
...
Note.
.
1. Riportato da Svetonio nel suo Divus lulius.
2. Frase pronunciata da Cicerone, suo contemporaneo, davanti al senato.
3. Plutarco, Vite parallele: Mario.
4. Virgilio (70-19 avanti Cristo), Eneide, Libro Secondo.
5. Messaggio inviato a Roma da Cesare dopo la sua vittoria su Farnace, re del Ponto, nella battaglia di Zela (2 agosto 47 avanti Cristo).
6. Shakespeare, Giulio Cesare.
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CAPITOLO 13.
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UN UOMO D'ONORE.
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Roma, Teatro di Pompeo, Idi di marzo 44 avanti Cristo
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Marco Bruto, possedendo bont d'animo, non aveva eguali in onest e sincerit di propositi.
Plutarco.
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 una curiosa coincidenza della storia che la pi grande
repubblica del mondo antico sia stata fondata e abbattuta
da due membri dello stesso clan familiare, la gens Giunia.
Entrambi portavano il nome di Bruto: Lucio Giunio Bruto
e Marco Giunio Bruto; ma tra questi due eventi erano trascorsi
cinque secoli.
Nel 535 avanti Cristo, il tiranno Tarquinio il Superbo usurp il
trono di Roma e come prima cosa pens bene di uccidere
tutti coloro che avevano appoggiato il suo predecessore, tra
cui il maggiore dei due fratelli della gens Giunia. Costretto
ad assistere all'esecuzione pubblica del fratello, il pi giovane
dei Giunii medit vendetta. Tuttavia doveva attendere il
momento opportuno e nel frattempo fare il tonto. Il giovane
Giunio salv dunque la pelle, ma si conquist il soprannome
di Brutus, che in latino significa appunto tonto. Da quel
momento in poi fu conosciuto soltanto come Lucio Giunio
Bruto, il tonto.
Quando re Tarquinio aveva inviato i propri figli a consultare
l'oracolo di Delfi, i principi avevano portato con
s, come passatempo, il loro stupido cugino, Lucio Giunio
Bruto. L'oracolo diede loro uno strano responso: Colui che
per primo bacer sua madre, otterr la suprema autorit su
Roma. I fratelli, ansiosi di correre a baciare la madre, erano
impazienti di tornare a Roma, ma mentre attendevano la
nave, per caso uno allung una gamba facendo cadere a terra
il cugino Bruto. In questo modo Lucio Giunio Bruto fu il
primo a baciare sua madre: la Madre Terra.
Per anni Lucio Giunio attese pazientemente l'occasione
propizia per vendicarsi e liberare Roma dall'usurpatore, occasione
che si present infine nel 510 avanti Cristo Ora, sebbene tra
le classi privilegiate l'assassinio fosse spesso tollerato, soprattutto
se commesso da un membro della famiglia reale, adulterio
e violenza sessuale non lo erano affatto.
Un principe di sangue reale, Sesto Tarquinio, si invagh
della moglie di suo cugino, il giovane senatore Lucio Tarquinio
Collatino. Il suo nome era Lucrezia: era di squisita
bellezza e stimata da tutti perch donna di impeccabile virt.
Una notte, Sesto Tarquinio riusc a introdursi nella casa
di Collatino e a entrare nella stanza in cui riposava la bella
Lucrezia. Lucrezia mormor, appoggiando la mano sul
suo seno nudo, non farti sentire. Sono Sesto Tarquinio e
sono armato. Non gridare o sarai uccisa. Lucrezia lo guard
atterrita: non poteva sperare che qualcuno le venisse in
aiuto, perch il marito era lontano per incarico del re. Sesto
le confess il suo desiderio e le chiese di darsi a lui, invano;
neppure minacciata di morte la casta Lucrezia avrebbe mai
commesso una colpa cos vergognosa. A Sesto non rimase
che violentarla(1).
Il mattino seguente, la povera Lucrezia chiam il marito,
che nel frattempo era tornato, gli narr l'oltraggio subito e
gli chiese di vendicarla. Poi si conficc un pugnale nel cuore
e mor tra le braccia del consorte. Collatino, sconvolto dal
dolore, si rivolse all'unico amico di cui poteva fidarsi, Lucio
Giunio. Mentre l'infelice marito piangeva la morte dell'amata
sposa, Bruto estrasse il pugnale dal petto di Lucrezia e
corse nel foro, dove la notizia lo aveva preceduto e si era
raccolta una grande folla. Agitando il pugnale insanguinato,
arring i presenti: Per il sangue di Lucrezia, pi casta di
qualsiasi altra donna e disonorata dal figlio di un tiranno, io
giuro per questo pugnale, per il fuoco e per tutto ci che d
forza al mio braccio, che caccer Tarquinio il Superbo, la sua
malvagia moglie, i suoi maledetti figli e non permetter che
lui, i suoi discendenti o chiunque altro mai pi possa regnare
su Roma(2). Il sacrificio di Lucrezia port dunque alla
fondazione della pi grande repubblica del mondo antico.
Forse esiste una versione assai pi veritiera di questo racconto,
per quanto nobile possa apparire. Verso il VI secolo
avanti Cristo, gli insegnamenti del Padre della Repubblica, l'ateniese
Solone (590 avanti Cristo) avevano infatti cominciato a diffondersi
nella societ romana, e quando la tirannia di Tarquinio il Superbo
divenne intollerabile, le famiglie patrizie si rivolsero
a Bruto, che aveva tutti i requisiti per capeggiare la rivolta:
onest, patriottismo e acume politico. Certo, Bruto voleva
vendicarsi, ma voleva anche salvare Roma. Peraltro, la sua
impresa richiedeva il pieno appoggio sia delle famiglie patrizie
sia dei plebei. Il popolo di Roma lo segu, cos come
l'esercito (che Lucio Giunio Bruto aveva convinto, con l'oro
dei patrizi, a passare dalla sua parte) e il re e la sua famiglia furono
cacciati. Raggiunto lo scopo e liberata Roma dal tiranno,
Lucio Giunio Bruto fece qualcosa che nessuno si aspettava:
non volendo diventare un altro usurpatore, ma mantenere le
sue promesse e la sua integrit, rifiut la corona, che gli spettava
di diritto. Poteva infatti prevedere la guerra civile, se non
avesse concesso ai plebei ci che volevano in cambio del loro
costante appoggio, ma senza scontentare i patrizi.
Peraltro, le difficolt maggiori gli vennero dalla sua famiglia:
i suoi due figli complottarono per ristabilire la monarchia.
Il complotto fu scoperto e i cospiratori arrestati. Tocc
a Bruto giudicarli. Dovendo scegliere tra la sua famiglia e
la repubblica, questo grande patriota non ebbe neppure un
attimo di esitazione: per dare un esempio alle generazioni
future ed essere certo che mai pi ci sarebbe stata una rivolta
contro SPQR, il senato e il popolo di Roma, il fondatore
della repubblica fece giustiziare pubblicamente i suoi figli
con l'accusa di tradimento. E Bruto, il primo a portare quel
nome, era un uomo d'onore...
Con saggezza politica, Lucio Giunio Bruto si accinse a
costruire la repubblica romana sull'esempio greco. Due magistrati,
eletti ogni anno, avrebbero operato come consules:
in questo modo divise il potere ed elimin i pericoli della
tirannia di una sola persona. Il sistema funzion e divenne
l'antesignano della moderna suddivisione dei poteri. La fiducia
dei Romani nel loro ordinamento politico era incrollabile
e non c' dubbio che per cinque secoli il sistema funzion
alla perfezione.
Roma conquist l'Italia, sopravvisse a guerre, invasioni
barbariche, disastri naturali e lotte interne; sopravvisse ad
Annibale e agli Elvezi. Poi per, improvvisamente, si trov
a fronteggiare una sfida che avrebbe potuto rovesciare la repubblica
e i princpi su cui si fondava.
Fu a questo punto che venne alla ribalta un altro Bruto.
Marco Giunio Bruto, colui che sarebbe poi diventato il capo
della cospirazione anticesariana, trascorse la sua giovinezza
leggendo i filosofi greci che avevano esposto le loro idee su
una repubblica unica e indivisibile. Eppure, nonostante il
suo sincero amore per la repubblica, questo secondo Bruto
avrebbe contribuito alla restaurazione della monarchia tanto
quanto il suo grande antenato era stato l'artefice della sua
fine. Dopo aver visto la morte di Cesare, un amico o forse
persino una figura paterna, sarebbe vissuto abbastanza per
rendersi conto che l'assassinio del conquistatore della Gallia
era servito soltanto a ritardare l'inevitabile.
Marco Giunio Bruto, il primo governatore onesto della
Gallia Cisalpina, era rimasto sconvolto dalla corruzione
politica che scopr al suo ritorno a Roma, quando vi fu richiamato
per ricoprire la pi alta carica cittadina, quella
di pretore. Trentaseienne, colto e raffinato quanto l'uomo
che ammirava di pi, Giulio Cesare, e imbevuto dello stesso
spirito, improvvisamente si trov di fronte alla prospettiva
di dover condonare l'illegalit di coloro che, sotto l'apparenza
della legalit, piegavano la legge per favorire i propri
interessi. Che Bruto nutrisse un sincero affetto per Cesare
 innegabile; ci nondimeno guardava con angoscia come
il suo idolo fosse cambiato. Peraltro, non c' dubbio che
Cesare fosse il pi affascinante dei despoti: non esitava a
ordinare lo sterminio di un'intera trib senza provare il minimo
rimorso e contemporaneamente a perdonare un nemico
personale. La sua capacit di prendere rapidamente
le proprie decisioni e la tenacia nelle avversit gli valsero
la reputazione di genio militare, ma in campo politico non
aveva uguali. Come censor, manipolava il senato a suo piacimento;
anzi, il senato gli aveva addirittura concesso il titolo
di pater patriae, padre della patria, sebbene egli preferisse
quello di imperator. Dal punto di vista legale, questo faceva
s che l'intera popolazione di Roma fosse sottoposta alla
sua autorit. Come pontifex maximus, poteva manipolare
la religione in modo che favorisse i suoi obiettivi politici, e
come praefectus morum aveva modo di approvare tutte le
leggi che gli facevano comodo. Con la sua pungente ironia,
Cicerone descriveva cos il modo in cui Cesare abusava del
suo potere politico: All'una, Cesare annunci l'elezione
di un console che sarebbe rimasto in carica fino al primo
gennaio, vale a dire fino al mattino seguente. Pertanto io vi
comunico che durante il consolato di Cannino nessuno ha
pranzato. Inoltre nulla di disdicevole  accaduto mentre era
console: tale fu la sua vigilanza che durante il suo consolato
non ha chiuso occhio!.
Ma mentre come imperator Cesare era venerato e ammirato
dal popolino, nelle classi dirigenti suscitava risentimento
e la sensazione di essere stati traditi. Salvatore della patria
per alcuni, per altri divenne un nemico interno. Costoro
provavano un crescente bisogno di fermare il demone che
stava distruggendo tutti i princpi democratici che erano loro
tanto cari; mormoravano che aveva inquinato i concetti di
libert, lealt e giustizia e si dichiaravano pronti a qualsiasi
cosa pur di impedirgli di continuare. Marco Giunio Bruto
aveva cercato di mettere in guardia Cesare, facendogli notare
come la sua spregiudicata ascesa alla dittatura suprema
fosse in contrasto con i sentimenti repubblicani del popolo
romano, tuttavia il dittatore, sprezzante, aveva ignorato l'avvertimento.
Di per s Marco Giunio Bruto non costituiva
un pericolo per Cesare, ma alcuni dei suoi amici ben presto
avrebbero fatto in modo che lo diventasse.
Diversi indizi lasciavano intendere come la megalomania
dell'imperator fosse in aumento. Per esempio, durante i giochi
romani del 45 avanti Cristo, la sua effigie era stata portata nell'arena
davanti a quella degli di, un atto blasfemo che sconvolse
il patriziato. Cominci dunque a prendere forma una cospirazione,
che per al momento non aveva un capo carismatico.
Da parte sua, Bruto rimase esitante fino a quando fu
invitato, insieme ad altri ventimila Romani, dall'amante di
Cesare, la regina Cleopatra, a un sontuoso banchetto. L'occasione
era stata appositamente preparata per tastare le reazioni
dell'opinione pubblica alla restaurazione della monarchia.
Dopo il banchetto, Bruto ud infatti molti degli invitati
rivolgersi a Cesare chiamandolo rispettosamente rex. A quel
punto, pur con tutto il suo affetto e la sua ammirazione per il
grande Cesare, Bruto prese finalmente la decisione di unirsi
alla cospirazione di Cassio Longino. In questo modo, Marco
Giunio Bruto divenne il capo carismatico della cospirazione,
che richiedeva meno armi che audacia e la reputazione di
un uomo onesto come Bruto che con la sua sola presenza
fosse garante della legalit dall'inizio alla fine(3). Nella sua
qualit di pretore di Roma, che controllava l'intero apparato
giudiziario della capitale, Bruto aveva la possibilit di
vibrare il colpo fatale. Ma Bruto era un uomo d'onore che
trascorse settimane nell'angoscia, combattuto tra il dovere e
il sentimento, finendo poi per diventare l'ultimo romano ad
anteporre la fedelt allo stato alla lealt a un benefattore.
Si ritrov dunque nel ruolo del pesce fuor d'acqua, trascinato
dal suo disgusto per la situazione della repubblica in una
cerchia di cospiratori per i quali nutriva soltanto disprezzo.
Nel febbraio del 44 avanti Cristo, il senato, la cui consistenza numerica
era stata notevolmente ampliata da Cesare, che per
inserirvi i suoi amici aveva portato i senatori a novecento, lo
aveva nominato dictator perpetuus. Il fatto che fosse dittatore
a vita voleva dire che in pratica Roma era posta sotto il controllo
di un'unica persona; cosa che fece s che Cesare diventasse
il punto focale di un odio veemente da parte di molti
esponenti della classe dirigente. Poco dopo, durante quello
stesso febbraio, Cesare dichiar di voler intraprendere una
nuova campagna in Spagna e fiss la data della partenza per
il 18 marzo. I cospiratori, colti dal panico, dovettero decidere
in fretta, anche perch non potevano permettergli che si
conquistasse una popolarit ancora maggiore con una nuova
vittoria. In realt, se Cesare e i cospiratori avessero avuto
modo di discutere della faccenda con calma e obiettivit,
senza l'aspra animosit causata dalla guerra civile, si sarebbero
resi conto di avere molte cose in comune. Sia l'uno sia gli
altri avevano infatti a cuore gli interessi di Roma e, seppure in
modo diverso, desideravano che Roma tornasse alla stabilit,
sotto un dittatore o due consoli. Peraltro, l'intera esistenza di
Cesare fu un continuo conflitto tra un innato idealismo che
lo portava a cercare di creare per Roma un super-regno e la
disciplina ferrea di un conquistatore dittatoriale.
Una delle cause principali del dramma che and in scena
alle Idi di marzo del 44 fu la faccenda delle corone. Accadde
durante la festa dei Lupercalia, quando, alla presenza di
una gran folla, il comandante della cavalleria di Cesare offr
al censor e imperator una corona. Questa scena dell'incoronazione
fu poi ripetuta da Marco Antonio nel foro davanti a
una moltitudine di illustri personaggi. Quando Cesare, con
falsa modestia, rifiut la corona, la folla esult ed egli invit
i presenti a portare la corona d'alloro in Campidoglio. Nei
primi giorni di marzo del 44, un sostenitore del dittatore
(probabilmente lo stesso Marco Antonio) pose quelle corone
su due delle statue di Cesare situate all'ingresso del senato e
poi propose che Cesare fosse nominato re di Roma. Il che
sconvolse a tal punto i patrizi che sedevano in senato che
due tribuni, Marnilo e Flavio, tolsero le corone e con la forza
delle armi cacciarono coloro che avevano salutato Cesare
come loro re. Quel gesto aveva dimostrato che il senato e
il popolo di Roma amavano Cesare, ma non i re. Cesare era
furibondo e ordin che i due tribuni fossero allontanati. Per
i cospiratori era arrivato il momento di mettere in atto i loro
piani; non osavano affrontarlo apertamente in senato, ma
Cesare doveva comunque essere fermato. Colui che aveva
sempre fatto affidamento sulla fortuna, non sarebbe pi stato
fortunato. Conversa subite fortuna est. Improvvisamente
la fortuna lo aveva abbandonato(4).
Se il cielo ha occhi, non vivr a lungo. Cos disse Casca,
uno dei capi della cospirazione. Bruto aggrott la fronte, ma
i suoi occhi avevano uno sguardo pensoso e tetro. Vedeva
quale poteva essere l'insidia: lo spargimento di sangue sarebbe
servito soltanto a creare un martire. Fu comunque
fissata la data del 15 marzo, poich Cassio aveva saputo che
in senato la fazione dei sostenitori dell'imperator intendeva
proclamarlo re il mattino seguente.
La notte prima delle Idi di Marzo, Cesare partecip a un
sontuoso banchetto nella casa del suo amico Lepido. Il mattino
seguente, quando giunse al Teatro di Pompeo, era ancora
sotto l'influsso del troppo vino bevuto la sera precedente e
non era certo nelle condizioni di affrontare una minaccia o di
mettere fine a un ammutinamento tagliando corto, con poche,
risolute parole. In attesa dell'imperator, sui gradini della
curia di Pompeo dove si era riunito il senato, c'era Bruto,
circondato dai suoi cospiratori. I loro princpi erano nobili,
tutto il resto assai meno. La scena, che ebbe luogo davanti
alla statua di Pompeo, contrasta con la dirittura morale di
Bruto uomo d'onore. Come nella rappresentazione teatrale
di un omicidio, ventitr patrizi in toga si gettarono su
Cesare e la sua ambizione cadde vittima dei loro pugnali.
Tillio Cimbro, afferrando la toga di Cesare con entrambe
le mani, gliela strapp dal collo: era il segnale convenuto.
Casca gli vibr il primo colpo nel collo, colpo che non fu
mortale e neppure pericoloso, come se fosse stato sferrato da
una persona che nell'intraprendere un'azione tanto temeraria
era sconvolta e piena di timore; Cesare si volt di scatto
e immediatamente afferr il pugnale. Entrambi gridarono
contemporaneamente, colui che aveva ricevuto il colpo, in
latino: Spregevole Casca, che cosa significa? e colui che
lo aveva vibrato, in greco rivolgendosi al fratello: Aiutami,
fratello!.
Di fronte a un'azione tanto inattesa, coloro che non erano
al corrente del complotto rimasero allibiti, l'orrore e lo
stupore per quanto stava accadendo davanti ai loro occhi
era infatti cos grande che rimasero annichiliti, incapaci di
fuggire o di venire in aiuto di Cesare, senza riuscire neppure
a pronunciare una parola. I cospiratori invece si strinsero
attorno a Cesare, con i pugnali sguainati. Ovunque si voltasse,
veniva colpito e vedeva i loro pugnali all'altezza del viso,
stretto da ogni parte come una bestia feroce caduta nella
rete. Era infatti stato stabilito che ciascuno di loro vibrasse
un colpo e si macchiasse del suo sangue; per questo motivo
anche Bruto lo colp all'inguine. Alcuni riferirono che lott e
si difese, contorcendosi per evitare i colpi e chiedendo aiuto,
ma che quando vide la spada di Bruto si copr il viso con la
toga e si arrese, lasciandosi cadere, per caso o perch spinto
in quella direzione dai suoi assassini, ai piedi della statua di
Pompeo, il cui basamento fu bagnato con il suo sangue. In
questo modo sembr che lo stesso Pompeo avesse diretto
la vendetta sul suo avversario, che giaceva ai suoi piedi ed
esalava l'ultimo respiro, trafitto da numerose ferite: si dice
che siano state ventitr.
Quando Cesare fu morto, Bruto si fece avanti per spiegare
il motivo della loro azione(5).
Tra gli assassini di Cesare c'era anche Decimo Bruto, imparentato
con Cesare e comandante navale che aveva sconfitto
i Veneti sul mare, da non confondersi dunque con Marco
Giunio Bruto, il capo della cospirazione, figlio della ex
amante di Cesare, Servilia. E a Giunio Bruto che il dittatore
morente rivolse la celebre frase: Tu quoque, Brute,
fili mi!.
Subito dopo il compimento dell'assassinio, si udirono le
grida del popolo che correva da un capo all'altro della citt,
cosa che aument indubbiamente la paura e il tumulto riferisce
Plutarco. Quando tutti i senatori ostili se ne furono
andati e la curia fu vuota, Bruto pens di poter facilmente
trarre vantaggio dalla situazione, ma i Romani cominciavano
ad accorrere gridando. La notizia aveva fatto il giro della
citt e un'immensa folla si era radunata davanti alla curia
per rendere l'estremo omaggio all'assassinato Cesare. Bruto
comprese che non sarebbe potuto diventare il nuovo leader
del senato senza scatenare un tumulto e forse addirittura la
guerra civile. Uno dei cospiratori, il repubblicano Lucio, si
affrett a giustificare l'assassinio come un sacrificio
necessario: Popolo di Roma, guardate il volto e ammirate la nobilt
d'animo di colui che vi ha liberati del dittatore. Non tradite
la vostra libert, o colui che l'ha difesa. Ci nondimeno il
popolo rimase dell'idea che si fosse trattato del brutale assassinio
di un grand'uomo, soprattutto dopo che il suo risentimento
fu infiammato dall'appassionato elogio funebre
pronunciato da Marco Antonio davanti al cadavere
dell'Imperator assassinato... e Bruto  un uomo d'onore...(6).
I peggiori timori di Bruto erano giustificati. Da morto,
Cesare era diventato un martire e quello che i cospiratori
avevano disperatamente cercato di impedire stava inesorabilmente
accadendo. Il popolino pianse il defunto imperator
come ogni buon suddito avrebbe pianto la morte del suo re,
e l'assassinio di Cesare precipit Roma in una nuova guerra
civile. Negli anni seguenti, furono infatti molto pi numerosi
i soldati romani che si diedero reciprocamente la morte di
quanti perirono durante tutto il bellum gallicum.
Ma la lotta tra i sostenitori della monarchia e i fanatici della
repubblica non sarebbe finita l. Marco Antonio, generale
veterano delle guerre di Cesare, si schier con il nipote del
defunto imperator, Ottaviano, politico astuto, contro Bruto,
e Cassio. Alla testa di un esercito interamente composto da
Romani, Antonio si scontr dunque con le truppe repubblicane
di Bruto e Cassio in un terreno paludoso nei pressi di
Filippi.
Alla vigilia della battaglia, Bruto si rivolse al suo amico
Cassio: Se la sorte vorr che le cose non vadano secondo i
nostri desideri, sono deciso a non battermi pi oltre, ma morir
soddisfatto di quanto ho realizzato. Infatti ho gi dato la
mia esistenza per il mio paese alle Idi di Marzo, e da allora
ho vissuto una seconda vita per il bene della mia patria, con
libert e onore!.
Il mattino del 3 ottobre del 42 avanti Cristo ebbe inizio la battaglia.
Bruto ebbe successo sull'intero suo fronte, non cos Cassio,
che comandava l'ala destra. Bruto infatti attacc e subito respinse
le truppe congiunte di Antonio e Ottaviano, tuttavia,
attaccando prima che Cassio fosse pronto all'assalto, aveva
creato una discontinuit nella loro formazione di battaglia
e fu separato da Cassio da una trincea realizzata dai soldati
di Antonio. Questo cre il varco fatale. Nel frattempo, del
tutto ignaro del pericolo, Bruto continuava ad avanzare e,
con una marcia a sorpresa attorno all'ala di Ottaviano, entr
nel campo del nemico. Bruto pensava che la battaglia volgesse
a suo vantaggio, ma non aveva ricevuto il messaggio
con cui Cassio gli chiedeva di accorrere in suo aiuto. Mentre
Bruto, che si trovava di fronte un indeciso Ottaviano, stava
vincendo, Cassio venne spinto in una palude dall'abile Marco
Antonio e dalle sue legioni. Fu quello il momento cruciale
della battaglia. Come sarebbe stata diversa la storia se Bruto
avesse inviato anche soltanto una sola legione in aiuto di Cassio!
Invece Cassio, trovandosi senza truppe che gli venissero
in soccorso, si convinse che anche Bruto stesse perdendo.
Con le sue legioni spinte sempre pi in mezzo alle paludi e
fatte a pezzi, e vedendo che tutto era perduto, Cassio entr
nella sua tenda e si gett il mantello sulla testa scoprendo il
collo. Poi chiese al fedele amico Pindaro di sferrare il colpo
mortale.
Prima che avessero la possibilit di saccheggiare l'accampamento
di Cassio, Marco Antonio radun i suoi soldati per
attaccare in forze Bruto. Nel far questo si aspettava di avere
il pieno appoggio di Ottaviano, cos da stringere l'avversario
in una morsa. Da parte sua, Bruto non si rendeva conto del
rischio di essere preso in mezzo tra i due eserciti. Eppure,
l'esito della battaglia avrebbe ancora potuto essergli favorevole
se si fosse lanciato immediatamente contro Antonio e le
sue legioni, poich a quel punto si verific un incidente che
cambi nuovamente le cose. La notte prima della battaglia,
Altorio, un amico di Ottaviano, aveva fatto un sogno che si
era affrettato a narrare all'interessato. Aveva infatti sognato
di aver visto Ottaviano portato via dal campo di battaglia su
una lettiga, trafitto da molte frecce e agonizzante. Cosa che
lo aveva atterrito a tal punto che, quando Bruto entr nel
suo accampamento e i suoi duemila mercenari greci furono
uccisi, Ottaviano si lasci prendere dal panico e si diede
alla fuga. Nell'entrare nella sua tenda Bruto la trov dunque
vuota, sebbene alcuni dei suoi soldati gli mostrassero le
spade insanguinate e gli dicessero di aver ucciso Ottaviano.
Fuggendo, Ottaviano aveva dunque privato Antonio di una
vittoria certa e aveva lasciato la battaglia irrisolta, rendendo
quindi inevitabile un nuovo scontro.
Nei venti giorni successivi, gli eserciti di Antonio e di
Bruto rimasero accampati l'uno di fronte all'altro. Poi, il 23
ottobre del 42 avanti Cristo, con una mossa a sorpresa degna di
Annibale, Antonio affid a Ottaviano il compito di tenere il
fronte dello schieramento, mentre da parte sua conduceva
alcuni reparti del suo esercito attraverso la palude e attaccava
alle spalle le legioni di Bruto. Ancora una volta, l'esito
della battaglia risult incerto, dal momento che Ottaviano
non era riuscito a rafforzare il successo di Antonio con le sue
legioni. L'abile politico, che ben presto sarebbe diventato
imperatore, non era infatti in grado di compiere un'azione
militare decisa. Ci nondimeno questa battaglia distrusse
tutte le speranze di una restaurazione della repubblica; Bruto
l'uomo d'onore era demoralizzato perch il popolo di
Roma non si era schierato al suo fianco, lasciandosi invece
accecare dalle vuote promesse di Ottaviano di mantenere il
regime repubblicano, promesse che l'ambizioso Ottaviano
non avrebbe mai mantenuto. La repubblica era morta. Bruto
era arrivato al capolinea e non c'era pi nulla che potesse
fare per fermare l'inarrestabile processo. Gli di, i suoi di e
quelli della repubblica, avevano deciso di condannare l'unico
uomo che con il suo spirito autenticamente repubblicano
avrebbe potuto contrastare il potere assoluto di un re, ovvero,
in questo caso, di un imperatore.
Marco Giunio Bruto fu responsabile della reintroduzione
della monarchia tanto quanto il suo illustre predecessore
Lucio Giunio Bruto era stato l'artefice del suo abbattimento.
Ma questa consapevolezza lo sconvolse a tal punto che si
gett sulla sua spada. Non piango per la mia triste sorte, ma
per quella della mia patria furono le sue ultime parole(7).
Il suo corpo fu trovato da Marco Antonio, che lo copr con il
suo splendido mantello di porpora e quando un ladro cerc
di rubare il mantello lo fece mettere immediatamente a
morte. Il nobile Bruto fu cremato con tutti gli onori e le sue
ceneri furono inviate alla madre, Servilia.
Bruto aveva dunque voluto morire, aveva voluto pagare
per le colpe di una traballante repubblica in cui aveva creduto
e che aveva cercato di rafforzare. Con lui mor anche
la repubblica romana, mor per essere sostituita da un
imperium romanum.
Il cerchio si chiudeva. Una monarchia si trasform in tirannia,
la tirannia diede origine a una repubblica dominata
dall'aristocrazia; poi gli aristocratici furono propensi a una
repubblica pi democratica finch un'altra monarchia rinneg
gli antichi valori e riport la tirannia della monarchia
assoluta.
Le differenze tra il nostro secolo e il mondo antico sono
profonde, ma non abbastanza da rendere superficiale
un'analogia. I cinquecento anni della repubblica romana sono
infatti una realt troppo preziosa per essere trascurata. In
quei cinque secoli accaddero molte cose: le grandi conquiste
(dell'Italia, di Cartagine, della Grecia, della Gallia),
Catone e Scipione, Attilio Regolo e Cincinnato, e la lotta per la creazione
di uno degli ordinamenti politici meglio elaborati della
storia repubblicana.
Con il pi famoso assassinio della storia, il grande comunicatore,
il visionario sicuro di s, abile ingannatore e manipolatore
di cause nobili o disperate cadde vittima della
sua stessa ambizione. Caio Giulio Cesare fu uno di quegli
inesplicabili fenomeni che appaiono di tanto in tanto nella
storia dell'umanit. Ipnotizz il popolo romano come raramente
 accaduto che prima o dopo di allora un popolo lo
fosse.
Le Idi di Marzo suonarono la campana a morto per l'ordinamento
repubblicano che per cinque secoli era stato alla
base di una societ giusta, il cui motto, dalla caduta della
monarchia, era stato Senatus Populusque Romanus, il Senato
e il Popolo Romano.
Un assassinio bast a cambiare profondamente i successivi
cinque secoli di storia.
...
.
...
Note.
.
1. Tito Livio, Ab Urbe condita (I). Quest'opera fu scritta seicento anni dopo gli eventi.
2. Ibid.
3. Plutarco, Bruto.
4. Cornelio Nepote (99-24 avanti Cristo).
5.  quanto riferisce Plutarco (46-102 dopo Cristo), la cui descrizione dell'assassinio di Cesare
si pu considerare la pi aderente alla realt.
6. Shakespeare lo ha tratto da Plutarco.
7.  anche possibile che Bruto abbia chiesto a Strato, il suo fedele amico, di ucciderlo poich Strato fu condotto davanti a Marco Antonio da uno dei tribuni di Bruto il quale dichiar: Questo  l'uomo che ha compiuto l'ultimo gesto di amicizia nei confronti del mio carissimo Bruto.
...
.
...
PARTE QUINTA.
...
.
...
GLI IMPERATORI.
...
.
...
Da Augusto a Tito. 27 avanti Cristo - 81 dopo Cristo.
...
.
...
Dalla guerra, dall'assassinio e dalla morte improvvisa...
Invocazione tratta dal Libro delle Preghiere.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
UN'EPOCA DI ASSASSINE.
...
.
...
Domus Aurea, Roma, 9 giugno 68 dopo Cristo.
...
.
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Quid leges sine moribus vanae proficiunt? A che servono delle vuote leggi se non c' morale?
Orazio, 65 avanti Cristo - 8 dopo Cristo.
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Dei primi dieci imperatori, tutti tranne uno fecero una fine violenta.
Augusto: 29 avanti Cristo - 14 dopo Cristo, fece uccidere Cesarione, figlio di Cesare e Cleopatra.
Tiberio: 14-37 dopo Cristo, strangolato.
Caligola: 37-41 dopo Cristo, assassinato.
Claudio: 41-54 dopo Cristo, avvelenato.
Nerone: 54-68 dopo Cristo, morto suicida.
Galba: 68-69 dopo Cristo, decapitato.
Otone: 69 dopo Cristo, morto suicida.
Vitellio: 69 dopo Cristo, assassinato.
Vespasiano: 69-79 dopo Cristo, morto per cause naturali.
Tito: 79-81 dopo Cristo, assassinato.
Domiziano: 81-96 dopo Cristo, assassinato.
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Povero SPQR! La repubblica del Senatus Populusque Romanus non esisteva pi, sostituita dal dominio di una serie
di imperatori senza scrupoli e spesso pronti all'assassinio.
C'erano molti modi per arrivare al soglio imperiale: elezione,
violenza, usurpazione e legittima ereditariet. Tuttavia
il modo migliore per ottenere la porpora era assassinare il
fratello e tutta la sua famiglia. E nelle famiglie imperiali gli
assassinii non finirono mai!
Corruzione e oppressione militare avrebbero sostituito il
concetto della dignit della natura umana, e il risultato finale
fu la decadenza morale e una propensione a lasciarsi trascinare
da tutti gli appetiti, preferibilmente sessuali. Gli imperatori
se la spassavano grazie alle immense ricchezze che
sottraevano ai sudditi, mascherando l'assassinio con l'amministrazione
della giustizia, violando i diritti fondamentali
del popolo mentre si nascondevano dietro espressioni di
patriottismo.
L'imperatore era un dio. Il nipote di Cesare, che sarebbe
diventato il primo imperatore e a cui sarebbe stato conferito
il titolo di Augusto, indic il modo.
Tu osi definirmi un mistico? chiese Ottaviano a un augure,
il quale, davanti a un altare, lo aveva sfidato chiedendogli:
Non credi in un dio?.
Non ho nulla contro questo o quel dio in particolare.
Naturalmente, dio  un'ipotesi, ma devo ammettere che un
dio  essenziale per l'armonia, intendo l'armonia universale.
Poi, dopo un momento di silenzio aggiunse: Forse dovremmo
inventare un dio....
E con questa frase tracci il cammino della Roma imperiale
per i quattro secoli successivi. Un dio, un augustus, vale
a dire una persona sacra e venerabile, innalzata al cielo.
Il sentirsi un dio  la conseguenza di una smisurata vanit,
l'illusione di un potere senza limite e il primo passo verso la
paranoia. Dopo che tra i mortali la loro volont era divenuta
legge, gli imperatori romani si dichiararono divini. Il loro
regno fu per lo pi il regno della paura e dell'angoscia, che
portava alla perfidia e all'assassinio. Quid leges sine moribus
vanae proficiunt? A che servono delle vuote leggi se non c'
morale?(1).
Il nipote di Cesare non si preoccup di vendicare l'infame
azione degli assassini di Cesare, a questo aveva gi
provveduto Marco Antonio a Filippi. Il risultato della lotta
politica fu semplicemente che il vittorioso Antonio divise il
potere con Ottaviano, e il patto fu suggellato dal matrimonio
di Antonio con Ottavia, sorella di Ottaviano. Il tutto senza
tener conto della bella Cleopatra. La vivacit intellettuale di
Cesare l'aveva attratta in un modo che uomini pi appassionati
non avrebbero saputo fare; con Antonio invece fu
diverso: un amore ardente, immortale, anche se folle, inframmezzato
da momenti di rimorso. Per amore di una regina
egiziana Antonio ripudi la moglie Ottavia, e questo nonostante
la collera pubblicamente manifestata dal fratello della
moglie tradita, il quale riusc a trasformare la tanto incensata
amante dello zio Cesare in una infame sgualdrina.
In realt, per Ottaviano tutta la faccenda fu un ottimo pretesto,
una vera e propria manna, per mettere al bando Marco
Antonio e impadronirsi del potere, esattamente come lo zio
assassinato. Capriccioso e inflessibile, Ottaviano incoraggi
apertamente la violenza contro i sostenitori del suo avversario,
e Marco Antonio precipit nella disperazione. Colui
che aveva promesso al suo amico Cesare di proteggere per
sempre, colui che tanto abilmente aveva aiutato ad arrivare
al potere supremo, quell'Ottaviano, un cinico che proveniva
da un mondo che aveva rinnegato la purezza di spirito della
repubblica, lo avrebbe messo in croce. Le loro flotte, forti
di quattrocento navi ciascuna, si scontrarono in mare aperto
nei pressi di Azio (2 settembre 31 avanti Cristo). Tuttavia, con l'oro,
Ottaviano si era comprato la lealt di alcuni capitani di Antonio
che, poco dopo l'inizio della battaglia, si erano arresi
ad Agrippa, comandante di Ottaviano. Cleopatra e Antonio
fuggirono, inseguiti da Ottaviano. Quando poi Antonio scese
in campo per fermare l'avanzata di Ottaviano su Alessandria,
fu (falsamente) informato che la sua amata Cleopatra si
era uccisa; disperato si suicid. Ottaviano prese prigioniera
Cleopatra e le comunic che sarebbe stata condotta in catene
per le strade di Roma. Questa donna orgogliosa, che
aveva conquistato Cesare e fatto innamorare perdutamente
Antonio, non pot tollerare una simile ignominia e si fece
mordere il seno da un aspide.
Nel 29 avanti Cristo Ottaviano torn a Roma in trionfo e assunse
il titolo di imperator, cui fu aggiunto anche quello di
princeps reipublicae, primo cittadino della Repubblica. Due anni
dopo, nel 27 avanti Cristo, il senato comp il passo prevedibile di innalzarlo
allo status di divinit. Con questo, la repubblica era
definitivamente abolita e Ottaviano cambi il suo nome in
Cesare Augusto, colui che  stato innalzato al cielo. I suoi
successi non consistettero nelle conquiste territoriali, come
nel caso dei suoi antenati, ma nell'aver messo fine alla guerra
civile e nell'aver garantito la stabilit dello stato. Garante
della sicurezza era un forte sistema di difesa. Riform infatti
l'esercito e cre un mostro; da quel momento in poi le decisioni
politiche dell'imperatore sarebbero dipese interamente
dal buon volere dell'esercito. Era l'esercito, e non lo stato o
l'imperatore che decideva e manteneva la Pax Romana.
Con la sua morte, avvenuta nel 14 dopo Cristo, sulla sua successione
scoppi qualcosa di simile a una guerra dei Diadochi(2).
Il periodo che segu la fine della dominazione di Augusto
non accrebbe la gloria dell'impero.  quasi superfluo enumerare
gli indegni successori di Augusto. Il tetro, implacabile
Tiberio, il furioso Caligola, il debole Claudio, il depravato
e crudele Nerone, il bestiale Vitellio e il disumano Domiziano
sono condannati all'infamia eterna. Roma fu oppressa da
una costante tirannia, che stermin le antiche famiglie della
repubblica e fu fatale per quasi ogni virt e ogni talento che
emersero in quel disgraziato periodo(3).
Gli imperatori si accontentavano di mantenere il loro territorio
libero dalle incursioni dei Parti e degli ebrei in Asia
Minore, e delle trib barbare a nord del Danubio e oltre il
Reno. Non per nulla quei valorosi guerrieri teutonici avevano
mostrato quale prezzo dovesse pagare un imperatore
romano per le sue ambizioni territoriali quando le legioni
di Roma avevano cercato di conquistarli. Nel 9 dopo Cristo, le trib
germaniche unite sotto il comando di Arminio, principe
dei Cherusci e ufficiale romano cui era stata concessa la
cittadinanza onoraria, annientarono infatti le tre legioni di
Quintilio Varo nella Foresta di Teutoburgo(4). In una furiosa
battaglia decisa da un capriccio del tempo, un improvviso
temporale, Arminio tese un'imboscata a Varo e alle sue legioni
nel bel mezzo di una fitta foresta, massacr i legionari
e inchiod i prigionieri agli alberi. Questo disastro, una delle
battaglie decisive della storia, mise fine a ogni piano di
espansione territoriale oltre i confini fluviali del Reno e del
Danubio; i due grandi fiumi divennero cos i termini imperii,
il confine che la natura aveva imposto all'impero romano.
Dopo quella terribile sconfitta, Augusto non ebbe pi voglia
di fare la guerra. In Asia Minore, per recuperare le insegne
perdute dalle legioni di Crasso, prefer dunque pagare un
riscatto ai Parti piuttosto che affrontare in campo aperto
quegli imbattibili cavalieri.
Quando Augusto mor, il suo testamento fu letto dai
gradini del foro. In esso, Augusto aveva stabilito i confini
dell'impero, confini basati su barriere naturali, come fiumi
e deserti: il Reno e il Danubio a nord, l'Atlantico a ovest,
l'Eufrate a est e l'ampia striscia del deserto nord-africano
a sud. E cos sarebbe rimasto per i successivi quattrocento
anni.
Gli interessi imperiali di Roma erano definiti dalla necessit
di proteggere il territorio dell'impero. Per questo motivo
tutte le legioni erano dislocate strategicamente lungo i confini
in vasti accampamenti, in cui molto spesso non era di
stanza un generale, dal momento che un augustus non aveva
bisogno di un generale cui le legioni si sentissero pi legate
che non all'imperatore stesso. L'iniziativa di un comandante
militare era tutt'altro che incoraggiata e anche questo port
a un declino nell'efficienza e nella disciplina delle legioni. Il
che voleva dire che le legioni, eterni difensori di Roma, non
erano pi quelle di un tempo; nelle loro file non c'era pi
quel cameratismo e quel sincero patriottismo che avevano
fatto s che Roma sopravvivesse a terribili crisi e diventasse
potente. Una guerra consentiva all'imperatore di sfruttare
la cupidigia di uomini che altrimenti sarebbero stati fuori
della legalit per molti tipi di crimini e che si arruolavano
per riconquistare la libert nell'ambito della legge, la legge
dell'imperatore. Infatti, chiunque fosse disposto a combattere
veniva graziato. In questo modo, i ranghi dell'esercito
venivano ingrossati da persone che altrimenti sarebbero
state condannate per crimini orribili, e che diventavano legionari
semplicemente per evitare la punizione. Peraltro, i
poveri entravano nell'esercito per assicurarsi il cibo quotidiano
nelle cucine delle guarnigioni, o magari nella speranza
di far fortuna. I giovani patrizi, che avrebbero prestato
servizio come ufficiali, e che non miravano n al bottino n
all'arricchimento, entravano nelle legioni per desiderio di
gloria, o semplicemente per passione. In guerra potevano
infatti uccidere e violentare, il tutto senza violare la legge. La
noia della vita nella guarnigione veniva interrotta di tanto in
tanto da scorrerie e azioni di guerra, per il resto le giornate
scorrevano nell'attesa di questi momenti. Il legionario passava
il suo tempo per lo pi oziando; le esercitazioni erano
assai poche e le sue armi finivano per rovinarsi; il resto della
giornata lo trascorreva andando con prostitute, dormendo,
vantandosi, mangiando e bevendo. I vari gruppi etnici erano
anche divisi da difficolt di comunicazione, dovute alla
diversit di lingua; spesso scoppiavano liti e i conti venivano
regolati ricorrendo alle armi che avrebbero dovuto essere
usate contro il nemico.
Questo spostamento delle truppe lungo le frontiere lasci
vulnerabile il cuore dell'impero, dal momento che solo poche
legioni erano disponibili per soffocare eventuali disordini
interni. La protezione dell'imperatore e della citt era
affidata interamente a diecimila uomini scelti della Guardia
Pretoriana. Una mossa che si sarebbe rivelata pericolosa.
Infatti mentre l'esercito impediva che i cittadini e gli schiavi
creassero disordini, i pretoriani tenevano sotto controllo
l'esercito, e gli augusti passavano il loro tempo a studiare il
modo di tenere sotto controllo i pretoriani. Anche perch
i pretoriani non si limitavano a fare da guardia del corpo
all'imperatore: ben presto cominciarono a decidere chi dovesse
essere l'imperatore. Pertanto furono gli imperatori stessi
a creare i presupposti della situazione che spesso avrebbe
portato alla loro caduta o al loro assassinio.
Quanto alle masse popolari, gli imperatori a poco a poco
stavano spogliando i sudditi del sistema di protezione sociale
che aveva funzionato cos bene sotto la repubblica, trasformando
il paese in una macchina spietata e avulsa dal contesto
sociale che modificava le regole dello stato nel modo a
loro pi favorevole. E ogniqualvolta il popolino dava segni
di irrequietezza, gli imperatori lo calmavano con elargizioni
di frumento, spettacoli nell'arena e magari qualche fastidioso
cristiano da far divorare dai leoni. La nuova religione costituiva
infatti una sfida al potere dell'imperatore. Si temeva
che prima o poi i seguaci di Cristo sarebbero arrivati all'insubordinazione,
o peggio ancora, e l'imperatore proib il culto
cristiano. Il che peggior soltanto la situazione: il cristianesimo
si diede alla clandestinit e continu a diffondersi e
prosperare. Intanto Roma divenne un covo di vipere, dove
fiorivano intrighi, cospirazioni e assassinii. Accadde cos che
gli imperatori si preoccupassero maggiormente di garantire
la propria sicurezza eliminando i potenziali oppositori che
non di governare l'impero.
Tutti i lavori manuali erano svolti da una moltitudine di
schiavi, centinaia di migliaia di schiavi che provenivano da
ogni angolo dell'impero. Gli schiavi non osavano ribellarsi,
e se si azzardavano a lamentarsi del trattamento inumano cui
erano sottoposti, i pretori li punivano con estrema brutalit.
Mentre i Romani venivano strangolati dietro le mura delle
prigioni, gli schiavi erano infatti pubblicamente crocifissi
lungo le strade principali e poi lasciati in pasto agli avvoltoi.
Per uno schiavo, il modo migliore per conquistarsi la libert
era rendere un buon servizio al suo padrone e sperare nella
sua generosit. Sfortunatamente, per, a Roma l'avarizia faceva
s che si trattasse di una prospettiva poco realistica. Uno
schiavo era uno schiavo, un uomo senza patria, manodopera
poco costosa.
Il senato era impotente, ridotto a un giocattolo nelle mani
dell'imperatore; le sue riunioni erano brevi e ad altro non
servivano se non a ratificare le decisioni dell'imperatore e
votare nuovi riconoscimenti per il divino augustus. Il cittadino
romano non prendeva pi parte alla vita pubblica e,
contrariamente ai suoi antenati, non voleva prendervi parte.
Gli interessava soltanto andare al Colosseo a godersi gli spettacoli
in cui i gladiatori si uccidevano a vicenda. Ave Caesar,
morituri te salutant...
Ovunque c'erano intrighi, e la morte arrivava in fretta, per
mezzo del veleno o del pugnale e quasi nessun imperatore
romano o pretendente al trono fin i suoi giorni morendo per
cause naturali. I rapporti di Tiberio con Germanico, pretendente
alla corona imperiale, divennero difficili. Germanico
con la carica di comandante delle truppe fu di fatto esiliato
in Oriente dove, dopo un pasto servitogli da uno degli
schiavi di Tiberio, mor. Il successore di Tiberio sul trono
imperiale si comport in modo tale che il suo nome  rimasto
sinonimo di brutalit. Nipote di Tiberio, che secondo alcuni
fece strangolare nel sonno per prendere il potere (16 marzo
34 dopo Cristo), Caio Cesare, meglio noto come Caligola, figlio di
Germanico e sadico, era convinto che la sua vita fosse guidata
da forze cosmiche e non ascoltava altre voci se non quelle
provenienti dal cielo, che ovviamente riecheggiavano le sue
idee. Se riusc a imporsi sui suoi nichilisti cortigiani uccidendoli
uno dopo l'altro indiscriminatamente, non riusc per
mai a controllare gli incontrollabili pretoriani, a cui peraltro
doveva la corona. La sua ferma convinzione della propria
missione messianica lo fece impazzire: continu nella sua orgia
di uccisioni, eliminando i possibili rivali e parimenti i suoi
pi stretti collaboratori. Fin per perdere completamente la
testa e fu assassinato da alcuni ufficiali della sua stessa guardia
pretoriana.
Gli succedette Claudio, un uomo relativamente perbene
rispetto agli altri imperatori romani. Claudio era sposato
con Messalina, la cui spettacolare bellezza era leggendaria
quanto la depravazione sessuale. Peraltro il marito era pi
interessato agli studi storici che all'adempimento dei suoi
doveri coniugali. Desiderosa di distrazioni ed emozioni forti,
Messalina tendeva all'autodistruzione e si affrett a tornare
allo stile di vita sfrenato e dissoluto per cui era nota gi prima
di sposare Claudio. I suoi ricevimenti, che terminavano regolarmente
in un'atmosfera di licenziosa bisboccia, divennero
la favola di Roma. E ogni mattina congedava i suoi amanti,
accusando mal di testa, nausea e maggior desiderio. Riusciva
a introdursi nelle scuole per gladiatori, dove si concedeva a
dozzine di maschi giovani e ardenti, e cercava sollievo nelle
prigioni accoppiandosi con coloro che il mattino seguente
sarebbero stati giustiziati. Quando poi cominci sfrontatamente
a portarsi a letto i pretoriani dell'imperatore, Claudio
si decise a farla uccidere da uno dei suoi ex amanti mentre si
trovava tra le braccia di ancora un altro uomo.
Claudio ag poi con estrema ingenuit quando prese in
moglie Agrippina, sorella del folle Caligola. Infatti
Agrippina era molto pi pericolosa della consorte precedente: era
ambiziosa e in men che non si dica prese le redini del potere,
il che sconvolse a tal punto i Romani da indurla a cambiare
i suoi piani. Per giunta, anche il passato di Agrippina era
tutt'altro che di specchiata moralit; negli accampamenti
romani la ragazza aveva infatti avuto ampie opportunit di
gustare il frutto proibito con una nutrita serie di amanti,
che andava dai generali ai soldati semplici, e aveva un figlio:
peraltro, non aveva dimenticato le grida di dolore durante il
travaglio del parto. Era la maledizione di Giove, mormorava
il popolino: la sorella del demoniaco Caligola aveva generato
un covo di vipere. Costrinse il debole marito ad adottare il
ragazzo, cui venne dato l'altisonante nome di Nerone Claudio
Cesare Druso Germanico. In questo modo il futuro mostro
fu inserito tra coloro che potevano aspirare al trono,
ma prima di salirvi avrebbe dovuto eliminare tutti quelli che
lo precedevano nella graduatoria.
Per tutta la vita Nerone sarebbe stato tormentato dal bagno
di sangue che lo aveva portato al potere. Infatti, non
appena Nerone fu adottato dall'imperatore, divenne indispensabile
che Claudio morisse prima che il figlio da lui avuto
da Messalina, Britannico, raggiungesse l'et in cui poter
regnare. Fu dunque ordito un complotto, la cui mente ispiratrice
era la stessa madre di Nerone, Agrippina, che si mostr
degna dell'esempio del fratello Caligola. Il 13 ottobre del
54, l'imperatrice Agrippina organizz una festa privata di
tipo speciale.
La pi nobile delle dame ti chiede udienza annunci a
Claudio il capitano delle guardie.
L'imperatrice entr. Mio caro marito, ultimamente mi
hai trascurata.
Le questioni di governo assorbono tutto il mio tempo
fu la risposta.
Non questa notte, amor mio. Batt le mani e uno dei
suoi servi entr con due bicchieri di vino. Ovviamente
Agrippina aveva avuto cura di prendere un antidoto prima
di entrare nella camera dell'imperatore. Sapeva dunque di
non rischiare l'avvelenamento. Non ti fidi? rise e vuot
la sua coppa. Il vino le fece girare un po' la testa; ma si rendeva
conto di dover avere pazienza e aspettare che il marito
bevesse. Claudio bevve e stramazz a terra, gemendo e boccheggiando,
con il viso contorto, prima di chiudere gli occhi
per sempre. Nell'uscire dalla camera, Agrippina guard
le guardie accasciate e i bicchieri in cui era stato versato il
vino avvelenato. Tolto di mezzo Claudio, occorreva soltanto
sbarazzarsi del figlio di Messalina, Britannico. Quattro mesi
dopo il padre, il ragazzo mor dopo aver mangiato una pietanza
ricca di spezie e all'et di diciassette anni Nerone divenne
l'indiscusso erede dell'immenso impero, continuando
la tradizione materna di eliminare tutti i membri della sua
stessa famiglia che riteneva potessero dargli fastidio. Negli
anni seguenti fece dunque assassinare due mogli oltre alla
terribile madre, poich Agrippina aveva commesso l'imperdonabile
errore di prendere le redini dell'impero.
L'imperatore divenne succube di uomini che lo odiavano
e lo disprezzavano. I barbari eccessi commessi dai suoi
pretoriani potevano forse disgustarlo, ma era lieto di qualsiasi
scusa gli consentisse di giustificare la sua mancanza di
risolutezza. Trascorreva ogni mattina impegnato nelle solite
incombenze, che comprendevano l'approvazione dell'infornata
successiva di esecuzioni capitali. Lusingato dalle relazioni
positive dei suoi cortigiani che gli dicevano quello che
lui voleva udire, Nerone continu il suo lascivo stile di vita
in cui si susseguivano orge e assassinii. Doveva per essere
cieco per non vedere l'avvicinarsi della bufera.
In realt, era ossessionato dalla diffidenza e dalla nevrosi
che l'accompagna, e la sua sete di potere era rafforzata dalla
paura del tradimento. Per non crollare sotto la tensione di
un simile stile di vita, Nerone ricorreva abbondantemente a
droghe. I suoi auguri riuscivano a mascherare lo sfinimento
dell'imperatore per mezzo di stimolanti, una pratica che lo
rovin completamente. Una costituzione robusta avrebbe
forse potuto impedire un prematuro crollo fisico e mentale,
ben presto invece furono evidenti i cambiamenti delle
sue condizioni fisiche e i violenti scoppi di collera presero la
forma di una vera e propria follia. Inoltre soffriva con sempre
maggior frequenza di crampi allo stomaco. I suoi auguri,
proprio coloro che gli somministravano quei rimedi calmanti
ma tossici, si guardavano ammiccando di fronte alle obsolete
cerimonie religiose che celebravano solennemente alla
presenza dell'imperatore, e poi gli somministravano altre sostanze
stupefacenti per tenerlo calmo. Nerone vedeva cospirazioni
ovunque e molti cortigiani, illustri senatori, persino
membri della sua famiglia pagarono con la vita questa paranoia;
i malcapitati venivano accusati di tradimento e giustiziati,
e qualora l'accusa di tradimento risultasse palesemente
infondata, venivano semplicemente assassinati. La corte di
Nerone brulicava di cortigiani fatui e affettati: l'imperatore
li intratteneva con la lettura dei suoi poemi, li obbligava ad
ascoltare la sua musica e a procurargli le distrazioni amorose,
assai spesso i loro stessi figli e figlie. Abbondavano i parassiti
e i suoi profumati adulatori lo influenzavano nel prendere le
decisioni politiche. I brutti scherzi della Fortuna: buffoni
di paese ieri, arbitri di vita e di morte oggi, domani custodi
delle latrine pubbliche(5).
Desideroso di ripetere i grandi successi di Cesare, Nerone
lanci le sue truppe in una spedizione contro i Parti. Il
comando delle legioni fu affidato a un buon generale, Cneo
Domizio Corbulone, che eredit un esercito rammollito da
anni di inattivit e lo trasform in un efficiente strumento di
guerra. Sotto l'abile guida di Corbulone, ben presto le legioni
riacquisirono carattere e determinazione e cominciarono
a sfidare il predominio dei sicofanti della corte neroniana.
Il che atterr a tal punto il folle imperatore che si affrett
a sostituire Corbulone con un uomo che dal punto di vista
militare era un perfetto idiota e che non avrebbe mai potuto
costituire una sfida: Cesennio Peto. Il nuovo comandante in
capo and, vide e fu sconfitto a Rhandeia (62 dopo Cristo) dalle
truppe congiunte di Parti e Armeni agli ordini di re Tiridate.
Il fatto che i cavalieri parti continuassero a seguirli, ronzando
loro attorno come mosconi ma tenendosi sempre a una
certa distanza, l'inesperto Peto lo aveva interpretato come
un segno di paura; ritenne pertanto che il suo esercito fosse
sufficientemente forte da poter fare a meno di un'avanguardia
e non si prese neppure la briga di mandare avanti degli
esploratori. Quanto alle sue legioni, che dopo l'allontanamento
del generale Corbulone erano ripiombate nella consueta
pigra routine, si limitarono semplicemente a rifiutarsi
di continuare la marcia se prima non avessero avuto modo
di fare un'adeguata sosta per il rancio, e questo sebbene una
staffetta avesse riferito di aver visto grandi masse di uomini
e cavalli, con tanto di lance e armature. Peto fece dunque
fermare le legioni e mentre i suoi uomini ciondolavano attorno
alle cucine da campo un diluvio di frecce si abbatt su di
loro. Un momento prima non si vedeva anima viva, ed ecco
che improvvisamente migliaia di arcieri spuntavano da dietro
gli arbusti e le basse alture, come se fossero sbucati dalla
terra. Costoro accesero un cerchio di fuoco che subito incendi
l'erba secca, mentre alte fiamme si levavano nell'aria. Poi
si alz un vento frizzante che aliment ulteriormente l'incendio
finch l'intera valle si trasform in un inferno di fumo e
fiamme. I Romani restarono intrappolati, mentre attraverso
le fiamme piovevano nugoli di proiettili.
La salvezza era oltre il cerchio di fuoco, oltre la schiera di
arcieri e frombolieri, ma coloro che cercavano di raggiungerla
morivano tra le fiamme o venivano colpiti a distanza
ravvicinata dagli arcieri armeni. A causa della confusione
e dell'incessante grandinare di proiettili, ciascuno pensava
solo a se stesso. Intanto le legioni erano sepolte sotto una
pioggia di frecce, aste lunghe quanto il braccio di un uomo
adulto, con la punta indurita dal fuoco, scagliate da archi
maneggiati da uomini che fin dall'infanzia erano abituati a
servirsene per cacciare gli animali selvatici. Ora per andavano
a caccia di animali pi grandi, uomini come loro. I legionari
gridavano per il dolore e i loro centurioni per la collera.
La carneficina era spaventosa: le frecce si conficcavano in
cavalli e selle, alcuni uomini cadevano, altri inciampavano
nei caduti. Tutto il campo era in preda al caos, mentre ovunque
c'erano corpi e lance, spade e cavalli morti. Una coorte
di cavalleria riusc a balzare in sella e a lanciarsi attraverso le
fiamme, ma fu immediatamente attaccata da una moltitudine
di Parti e i Romani furono disarcionati e fatti a pezzi. L'inetto
Peto fu uno degli ultimi a morire: venne catturato e messo a
morte: infatti i Parti e gli Armeni non avevano tempo di fare
prigionieri. Dopo il massacro di Rhandeia, Nerone richiam
Corbulone, che riorganizz le legioni e invase l'Armenia per
ristabilire la dominazione romana.
Da Augusto in poi, tutti gli imperatori divennero oggetto
di un vero e proprio culto religioso e furono elevati al rango
di divinit. Ma il potere di un augustus era fragile, basato interamente
sulla lealt della Guardia Pretoriana, dell'esercito
e di un'ampia percentuale del populus romanus. Se un imperatore
non si mostrava pari alle loro aspettative, e poich
in quanto dio non poteva essere rimosso dal suo incarico, in
pratica c'era un solo modo di farlo uscire di scena: assassinarlo.
Una sorte gi toccata ad altri prima di Nerone, in particolar
modo al fratello di sua madre, il malvagio Caligola, e
ora i patrizi avevano validi motivi per volersi sbarazzare di
Nerone. Infatti, l'imperatore era pi interessato a sovrintendere
alle corse nell'ippodromo che a farsi vedere sul campo
di battaglia e frequentava le pi malfamate taverne e i pi
squallidi bordelli, sempre vestito come uno schiavo, per scegliersi
amanti occasionali. Le sue orge divennero la favola di
Roma. Vergini di nobile famiglia venivano costrette ad accoppiarsi
con animali; l'imperatore, vestito con abiti femminili,
si esibiva facendosi pubblicamente violentare da forzuti
legionari; tuttavia la sua specialit era sodomizzare ragazzi
giovani, strangolandoli con una sottile corda di seta nel momento
dell'orgasmo. Una volta organizz un matrimonio in
cui lui era la sposa e il suo amante prediletto lo sposo. Tutto
ci poteva condurre a una vera e propria rivolta, soprattutto
dopo che ebbe costretto eminenti cittadini, persino senatori,
a unirsi a lui, offrendo le loro mogli e le loro figlie a una serie
di maschi muscolosi, scelti appositamente e che indossavano
maschere grottesche.
Una drammatica serie di eventi port alla caduta di Nerone.
Nel 64 dopo Cristo una grave catastrofe si abbatt su Roma:
un incendio scoppi in un magazzino. Non fu mai possibile
accertare come fosse iniziato, se per caso o deliberatamente;
sta di fatto che ben presto sfugg a ogni controllo e divor un
settore considerevole della citt, soprattutto i quartieri pi
poveri, costruiti interamente in legno. Gran parte di Roma
fu distrutta. Soltanto le grandi dimore dei patrizi, fatte di
marmo e pietra, non furono toccate dall'incendio: un simbolo
della estrema tensione che esisteva nella societ romana,
oltre che dell'abisso che divideva i ricchi dai poveri. Tra gli
strati pi poveri si diffuse la voce che Nerone avesse fatto
appiccare l'incendio cos da trarre ispirazione per una composizione
poetica dedicata a uno dei suoi amanti. Che fosse
vero o meno,  certo che il popolino cominci a credere a
simili dicerie perch voleva crederci. Bande di malviventi
presero ad aggirarsi per le strade, bastonando i sostenitori
dell'imperatore (pi per derubarli che per eliminarli) mentre
i pretoriani stavano a guardare senza muovere un dito,
sperando di ricavarsi la loro nicchia di potere nel caos generale.
In preda al panico, i patrizi fuggirono nelle loro tenute
di campagna, mentre Nerone non si curava della situazione
e dello scontento della popolazione. Tuttavia commise un
errore fatale quando si ordin un nuovo palazzo, la domus
aurea(6), che doveva essere costruito sulle ceneri ancora fumanti
e su terreni di propriet di alcune delle pi ricche famiglie
di Roma. Il che lo pose definitivamente in conflitto
con i patrizi. Fino a quel momento infatti avevano tollerato
le sue orge e gli assassinii dei membri della sua famiglia, ma
una volta che la sua condotta and a colpire i loro interessi
personali, divenne una questione di interesse generale. E dal
momento che non osavano opporsi apertamente alla divina
persona dell'imperatore, iniziarono una campagna di diffamazione.
Ottennero infine il risultato desiderato e ben presto
settori sempre pi ampi della popolazione romana non
furono pi disposti a sopportare i suoi eccessi.
Il generale Corbulone non era soltanto un abile soldato:
era stato educato nella pi nobile tradizione militare del
mondo antico, e pertanto era fedele al suo comandante supremo,
l'imperatore. Nel 67 dopo Cristo, quando erano sempre pi
numerosi e palesi gli indizi che lasciavano pensare a una minaccia
per chi sedeva sul trono imperiale, Corbulone non
smise di appoggiare i comportamenti arbitrari e violenti di
un despota corrotto dall'enormit del suo potere. Per difendere
la persona di Nerone, sugger dunque di dislocare le sue
leali legioni attorno a Roma in modo da prevenire qualsiasi
avventato proposito da parte dei patrizi, del popolino o degli
imprevedibili pretoriani. Tuttavia, pur continuando a fare il
suo dovere, ben sapeva quale sarebbe stata la sua ricompensa.
Cesare vorr la mia testa, indipendentemente da quello
che far per lui aveva detto al suo tribuno. E cos fu. La
paranoia di Nerone era arrivata a un punto tale che vedeva
soltanto e ovunque tradimenti; e cos consider la proposta
che Corbulone aveva fatto a fin di bene come un attentato
alla corona. Un traditore rugg Nerone e pubblicamente
lo copr a tal punto di infamia da costringerlo a suicidarsi
(67 dopo Cristo). Provocando la morte di Corbulone, Nerone si era
scavato la tomba.
Persino nelle ultime settimane, quando ormai non aveva
pi il potere di punire o premiare, Nerone si illuse ancora di
poter regnare per decreto, ma firm la sua condanna a morte
nel momento in cui cerc di sciogliere il senato. Il debole
ed esautorato senato os finalmente mostrare un briciolo di
coraggio quando cerc di corrompere i pretoriani di Roma
legando sacchi d'argento sulla schiena di numerosi asini e
inviandoli nel loro accampamento, dopo aver dichiarato Nerone
nemico di Roma (68 dopo Cristo). Scoppiarono disordini;
molti furono uccisi in rivolte di piazza quando la pazienza
del popolino non riusc pi a sopportare gli eccessi dell'oppressione
imperiale. Ricchi cittadini furono trascinati in strada
da folle inferocite che al grido Schiavi, tornate al vostro
lavoro! (esortazione che fino a quel momento era stata diretta
verso di loro) malmenavano i loro padroni. Molti morirono.
Poi una voce profonda grid: E voi, morti, tornate
nel vostro inferno!. Il senato fu sciolto per volont della
folla. I volubili pretoriani seguirono la vox populi soprattutto
quando ebbero la sensazione di essere stati privati della loro
quota della ricchezza distribuita dall'imperatore; a quel punto
passarono dall'altra parte e si schierarono contro Nerone.
Preso dal panico, Nerone chiam le sue legioni, che per
non risposero all'appello. Come dovette essersi pentito di
aver ordinato, soltanto pochi mesi prima, la morte dell'unico
uomo che certamente sarebbe accorso in suo aiuto schierando
le legioni: il vincitore dell'Armenia, Cneo Corbulone.
Attorno al suo splendido palazzo, la sua domus aurea, la
folla inferocita invocava la sua morte. Non devo essere disturbato
disse l'imperatore ai servi quando entr nella sua
camera il 9 giugno 68. Nerone, il mostro sanguinario, giaceva
sul suo letto, con il viso stravolto dall'angoscia, rigirandosi
senza darsi pace. Guardava il soffitto e vedeva immagini di
tradimenti, di orribili assassinii e tutte le morti che aveva ordinato.
Voci di persone morte da tanto tempo gli giungevano
alle orecchie. Si nascose il viso tra le mani tremanti, mordendosi
le dita e singhiozzando miseramente. Le litanie, i regali
riversati sulle guardie personali, gli innumerevoli sacrifici
umani: tutto ormai sembrava privo di significato. Eppure,
quando gi era possibile udire i passi dei suoi giustizieri che
salivano le scale, Nerone trov il tempo di inscenare uno spettacolo
per la sua apocalittica fine. Indoss abiti fluenti come
se si fosse trattato dell'ultimo atto di una tragedia greca, poi
ordin al suo schiavo personale di trafiggerlo con un pugnale
d'oro. Mentre i pretoriani si precipitavano verso le sue stanze
con le spade sguainate, fu udito gridare: Quale grande artista
muore con me!. Eppure i pretoriani non osavano ancora
toccarlo, intimoriti dalla vicinanza della persona dell'imperatore,
che si contorceva e gemeva negli spasimi dell'agonia.
Solo quando rimase immobile, afferrarono la sua mano senza
vita e sfilarono gli anelli, cos come la collana d'oro e le
preziose armille dal collo e dalle braccia. All'esterno la folla
gridava: Il furfante  morto, Roma  salva. Erano quelle
stesse persone che lo avevano acclamato e avevano apprezzato
i suoi spettacoli nell'arena, il volubile popolino di Roma.
Nerone divenne lo stereotipo dell'imperatore romano folle,
che si deliziava delle sue perversioni. Dopo di lui ci sarebbero
stati altri augusti, imperatori saggi ed equilibrati che diedero
prosperit e sicurezza ai loro sudditi, ma nessuno si sarebbe
mai conquistato una notoriet pari a quella di Nerone.
Con Nerone ebbe fine il lignaggio di Augusto. Non c'
di che stupirsi se dopo il rapido declino morale e gli anni
della perversione, che videro come protagonisti persone del
calibro di Caligola e Nerone, di Messalina e Agrippina, uomini
spregiudicati, delusi e amareggiati si scagliarono gli uni
contro gli altri con la furia di animali feriti. Con la morte di
Nerone scoppi la guerra civile tra i generali e i legati pi
ambiziosi e potenti, che si batterono per la corona come cani
che si azzuffano per un osso. Il 69 dopo Cristo fu un anno di grande
confusione, in cui non meno di quattro legati provinciali
pretesero, armi in pugno, di diventare imperatori.
Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano: fin dall'inizio ciascuno
di loro ebbe una concezione diversa del modo migliore
di arrivare al potere. Il pi rapido a scattare dai blocchi di
partenza fu Servio Sulpicio Galba, che si fece proclamare
imperatore dalle sue legioni spagnole e fu accettato come
tale dai pretoriani romani, ma si comport cos male nei loro
confronti che questi ultimi si affrettarono a passare dalla parte
di Marco Salvio Otone, che aveva ottenuto un sostanzioso
prestito da un banchiere con cui pagarli profumatamente.
Otone fece assassinare Galba dalla Guardia Pretoriana mentre
veniva portato nel foro a celebrare sacrifici a Giove. Fabio
Fabulo, un semplice legionario, tagli la testa a Galba e
la offr al suo generale, Marco Otone. Dopodich gli uomini
di Otone si scatenarono e uccisero tutti gli uomini di Galba.
Fatto questo, Otone fu proclamato imperatore. Nel frattempo
per, un altro legato che presidiava il confine germanico,
Aulo Vitellio, ebbe la stessa idea e alla testa delle sue legioni
marci su Roma.
Il nuovo imperatore, sul trono solo da trenta giorni, si
scontr con lui nella prima battaglia di Bedriacum (Cremona,
aprile 69 dopo Cristo). L'esercito imperiale fu sconfitto, Otone fu
catturato, ma gli fu concesso di darsi la morte con le proprie
mani. Prima di gettarsi sulla sua spada, dichiar: So morire
in modo pi onorevole di quanto possa regnare. Morendo
ristabilir la pace e la concordia e l'Italia non vedr un altro
giorno infausto. Con questa vittoria, Aulo Vitellio divenne
di fatto imperatore. Ma, e la storia  piena di ma, nelle
guarnigioni della Pannonia (Ungheria) sulle rive del Danubio
c'era un altro legato che non stava dalla parte di Aulo
Vitellio. Si chiamava Antonio Primo, tuttavia poich era il
tipo che amava restare dietro le quinte, volle che a cingere la
corona imperiale fosse un suo amico, il generale Vespasiano.
Poich Vespasiano era ancora impegnato nella guerra ebraica,
Antonio Primo marci alla testa delle sue legioni contro
l'usurpatore Vitellio. Nella seconda battaglia di Bedriacum
(ottobre 69) Antonio sconfisse Vitellio, che riusc a fuggire
ma fu ucciso poco dopo da una folla inferocita. Fatta piazza
pulita, il generale Tito Flavio Vespasiano, che si era distinto
al tempo della conquista della Britannia e della Giudea, fu
dichiarato imperatore dal senato di Roma. Il suo primo atto
fu sciogliere quattro legioni che si erano mostrate sleali, poi
mand Cneo Agricola in Britannia per estendere la dominazione
romana fino alla Scozia e al Galles (77 -84 dopo Cristo).
Quando Vespasiano rimase senza liquidit con cui pagare
le sue legioni, istitu una tassa sulle latrine pubbliche. Tito
lo rimprover, dicendogli: Come puoi fare una cosa simile,
padre?.
L'imperatore tir fuori una moneta e replic: Non olet!
Non puzza!.
Dopo l'improvvisa morte di Vespasiano (79 dopo Cristo), suo figlio,
Tito Flavio Sabino Vespasiano, che aveva preso il posto
del padre alla testa delle legioni di stanza in Medio Oriente,
divenne il naturale candidato al trono. Torn dunque a
Roma e i suoi sostenitori organizzarono una spettacolare
processione trionfale, come non se ne erano mai viste. In
effetti, aveva di che essere fiero, questo conquistatore della
santa Gerusalemme!
Il primo secolo dell'imperium romanum vide l'ascesa al
trono di dieci imperatori, dei quali tutti tranne due morirono
di morte violenta. Sembra incredibile che questi sovrani folli
di potere potessero credere che le stelle avrebbero protetto
la loro immagine divina, o che azioni brutali come l'assassinio
della loro famiglia potessero salvarli.  evidente che non
si resero mai conto di quanto certa fosse la loro rovina. In
ogni caso, uccidendo l'unica sua speranza di salvezza, il leale
Corbulone, Nerone segn la propria fine.
...
.
...
Note.
.
1. Orazio, Odi, Libro III, Ode XXIV.
2. In senso stretto la lotta per la suddivisione dell'impero di Alessandro Magno (dal greco diadocos = successore).
3. G.M. Low, Gibbon's Decline and Fall of th Roman Empire, London 1960.
4. Cfr. Durschmied, Il generale inverno, cit.
5. Giovenale.
6. Da alcuni anni  stata aperta al pubblico e vale una visita.  situata non lontano dal Colosseo.
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CAPITOLO 15.
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...
E SARANNO PASSATI A FIL DI SPADA.
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Gerusalemme, 8 settembre 70 dopo Cristo
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...
...verranno giorni in cui di tutto quello che ammirate non rester pietra su pietra che non venga distrutta [...] Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione  vicina [...] perch vi sar grande calamit nel paese e ira contro questo popolo. E saranno passati a fil di spada e saranno condotti schiavi tra tutti i popoli...
Luca 2, 6-24.
...
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...
Il destino di Israele era gi segnato nel 63 avanti Cristo, quando
Pompeo marci contro la Giudea e, dopo un assedio durato
tre mesi, entr in Gerusalemme. La Giudea divenne cos una
provincia romana e la sua indipendenza ebbe fine. Sulla scia
della sostituzione, operata da Pompeo, dei giudici ebrei con
procuratori romani e del suo tentativo di imporre le divinit
pagane a un popolo che credeva in un unico Dio, gli zeloti
si organizzarono come un partito di ebrei militanti che univa
la stretta osservanza della Legge Mosaica con l'opposizione
armata alla dominazione romana. Per cacciare i Romani non
esitavano a ricorrere al pugnale. Gli zeloti erano comparsi
per la prima volta come forza organizzata e combattente
quando avevano resistito al censimento della Galilea ordinato
nel 6 dopo Cristo dal governatore romano della Siria, Cirenio.
Predicavano la ribellione aperta ed erano pronti a dare la vita
per l'indipendenza dalla dominazione romana.
Con Erode il Grande (62 avanti Cristo - 4 dopo Cristo), i Romani misero
al potere un uomo di cui pensavano di potersi fidare. Erode
cerc di calmare il fervore dei fanatici religiosi restaurando
il Secondo Tempio, quello del 520, e riportandolo al suo antico
splendore, ma a parte questo il suo regno fu contrassegnato da
un'estrema crudelt che suscit l'odio del popolo
nei confronti del suo regime. Non era un re, ma il tiranno
pi crudele che mai sia salito sul trono. Fece assassinare un
gran numero di persone e quelle che lasci in vita erano cos
miserevoli che i morti potevano considerarsi fortunati(1). Regn
per trentasei anni e il suo regno rimase famoso perch
non pass un solo giorno senza che condannasse qualcuno
a morte, tra cui sua moglie Mariamne (il cui nome diede
a una delle torri del suo palazzo) e i suoi figli Alessandro,
Aristobulo e Antipatro. Il re, che dominava come una bestia
feroce, lasci in vita un solo familiare, una ragazza di
diciannove anni, la bella Salom che, secondo la Bibbia,
danz per suo figlio, Erode Antipa, in cambio della testa
di Giovanni il Battista. La sua azione pi infame potrebbe
essere stata compiuta a Betlemme, quando ordin la strage
degli innocenti (Matteo 2,16).
L'odio del popolo ebraico per la tirannia di Erode e dei
suoi discendenti(2) era tuttavia superato da un'esecrazione ancora
pi profonda nei confronti delle forze di occupazione
della Palestina, rappresentate dal corrotto governatore romano,
Ponzio Pilato, il solo che avesse l'autorit di pronunciare
una condanna a morte. Quando Ges, il Cristo (che
deriva dal greco e significa unto del Signore, che a sua
volta traduce la parola ebraica messia) il quale predicava il
suo Vangelo (in greco buona novella) fu trascinato davanti
a Ponzio Pilato, costui dichiar: In quest'uomo non vedo
alcuna colpa (Luca 23,4). In effetti, al romano non interessavano
pi di tanto le dispute religiose che dividevano gli
ebrei. Ma i farisei, aizzati dal Sommo Sacerdote, Caifa, che
vista la sua posizione aveva invece molto da temere da un
riformatore religioso, non erano disposti a lasciar correre.
Ges aveva detto: Io sono la via, la verit e la vita: nessuno
viene al Padre, se non per mezzo di me (Giovanni 14,6).
Queste parole furono citate come esempio di bestemmia;
anzi Caifa e i giudei definirono il galileo Ges un falso messia,
pronto a usurpare la corona di Cesare, e pertanto ne
chiesero la morte, ...ma i giudei gridarono: Se liberi costui
non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette
contro Cesare (Giovanni 19,12). Ponzio Pilato sapeva che
il tradimento contro l'imperatore era punito con la morte e
che se non avesse agito la sua stessa vita sarebbe stata in pericolo.
Udite queste parole Pilato fece condurre fuori Ges e
sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litostroto, in ebraico
Gabbatha... Poi lo consegn loro perch fosse crocifisso
(Giovanni 13-16). Era l'ora terza quando lo crocifissero
(Marco 15,25)(3).
(Sebbene la data della crocifissione di Ges sia incerta, 
innegabile che in epoca romana la crocifissione fosse la pena
comminata a coloro che si macchiavano di crimini contro
lo stato romano. La crocifissione in massa di schiavi al tempo
della rivolta di Spartaco ne  un esempio. Nell'estate del
1968, mentre erano in corso degli scavi su una collina nota
come Givat Hamivtar, un bulldozer inavvertitamente apr
un antico sepolcro che conteneva parecchi resti umani. Uno
degli scheletri, che si ritiene fosse di un certo Johanan ben
Hagalgol, aveva il cranio fracassato. Tuttavia si pu immaginare
lo shock degli operai quando si scopr che i piedi della
vittima erano staccati dal corpo, trafitti da un chiodo e ancora
legati a frammenti di una tavola di legno. Non appena
furono informate del ritrovamento, le autorit israeliane, ben
comprendendo le implicazioni e le discussioni che tutto questo
poteva scatenare, inviarono due illustri esperti, l'archeologo Vassilios Tzaferis e il patologo Nicu Haas, a esaminare
i resti. I due studiosi scoprirono segni simili di penetrazione
dei chiodi non attraverso il palmo, ma negli avambracci
dell'uomo, vicino ai polsi. Conclusero dunque che il peso del
corpo avrebbe causato la lacerazione dei tessuti se i chiodi
fossero stati conficcati attraverso il palmo. Trovarono tracce
anche di un'altra frattura apparentemente inspiegabile: le
tibie della vittima erano state spezzate. Gli scienziati ipotizzarono
che probabilmente non si era trattato di un'ulteriore
tortura, ma piuttosto di un colpo di grazia, per affrettare la
morte del condannato(4). Questo possibile mezzo per abbreviare
l'agonia suscit una serie di accese discussioni e di contestazioni
da parte della Chiesa circa il modo in cui Cristo
mor sulla croce.)
Durante il regno dell'imperatore Claudio (41-54 dopo Cristo)
scoppiarono altri disordini, ancora una volta legati alla religione.
Per molte generazioni successive di ebrei fu davvero
un guaio che gli zeloti avessero deciso di esportare la loro
rivoluzione in ogni angolo dell'impero romano. Infatti, se la
rivoluzione si fosse fermata alla retorica, forse l'imperatore
avrebbe potuto far finta di non vedere; ma una volta arrivata
a Roma, qualcosa doveva essere fatto. I dissidenti che
attiravano l'attenzione su di s non potevano essere tollerati
e l'imperatore Claudio cacci gli ebrei da Roma. Coloro
che sopravvissero a quel primo pogrom fuggirono in Israele e
i disordini si diffusero rapidamente in tutta la Galilea, dove
i fanatici zeloti chiedevano la rimozione di tutto ci che era
romano dalla loro terra. La scintilla scocc nel maggio del 66.
A causare il tutto era stata una questione di poco conto,
ma le conseguenze sarebbero state gravissime. Uno dei
molti e inetti governatori romani, Floro, non migliore del
corrotto Ponzio Pilato, aveva chiesto il pagamento di diciassette
talenti tratti dal tesoro del Tempio, ma la richiesta era
stata respinta. Floro incaric allora una dozzina di soldati
romani di riscuotere la tassa con la forza. Costoro commisero
l'indicibile offesa di fare irruzione nel pi sacro recinto
del Tempio ebraico, provocando una violenta indignazione
seguita da una vera e propria ribellione che dilag rapidamente
in tutta la Giudea. Gli zeloti diffusero il terrore nelle
citt e gravi disordini scoppiarono a Cesarea e Gerusalemme,
dove molti simpatizzanti dei Romani furono assassinati.
Dando prova di una prontezza e di un'efficienza che i loro
conquistatori romani avevano sempre ritenuto che non possedessero,
gli ebrei organizzarono allora azioni di guerriglia
di notevole efficacia. Con una serie di attacchi mordi-e-fuggi,
si diedero infatti a bruciare ville romane e a tendere imboscate
alle truppe di Roma. Incoraggiati dall'iniziale successo,
divennero sempre pi numerosi gli ebrei che si unirono agli
zeloti. Nell'ottobre del 66 fu attaccata la guarnigione romana
di Bezetha e la maggior parte dei suoi seimila occupanti fu
massacrata. Prima che scoppiasse una vera e propria ribellione
antiromana in grado di dilagare in tutta l'Asia Minore,
dalla Siria si provvide dunque a organizzare una spedizione
che soffocasse la rivolta ebraica. Il generale incaricato di
riportare l'ordine era il governatore romano della Siria, il
proconsole Cestio Gallo, che alla testa di una legione e di
un certo numero di truppe ausiliarie si precipit in soccorso
del governatore romano assediato entro le mura di Gerusalemme.
Tuttavia, quando le sue truppe arrivarono davanti
alla citt, Gerusalemme era in mano a una difficile alleanza
tra ebrei moderati e zeloti. La guerra giudaica stava per
scoppiare (66-73 dopo Cristo).
Giuseppe ben Matthias, filosofo e storico ebreo, molto
noto per il suo nom de piume romano di Giuseppe Flavio
(grazie all'intervento dell'imperatore Vespasiano divenne
poi cittadino romano) fu nominato comandante delle forze
della resistenza ebraica in Galilea e stabil il suo quartier generale
nei pressi di Jotapata.
I ricchi romani che risiedevano in Medio Oriente, temendo
che la rivolta dilagasse per l'intera regione, supplicarono
l'imperatore di inviare un abile generale. In verit, Nerone
si preoccupava ben poco della sorte delle lontane province
dell'Asia Minore, tuttavia sottrasse un po' di tempo alle sue
consuete orge, almeno quanto bastava per affidare al competente
generale Vespasiano l'incarico di riportare l'ordine
in Asia Minore. Vespasiano ag con rapidit ed energia. La
terra in cui soltanto pochi anni prima un certo Ges aveva
predicato la pace tra tutti gli uomini divenne cos il teatro di
terribili massacri (ottobre 67). Qualsiasi ebreo arrestato per
aver dato prova di un comportamento insolito, cosa che comprendeva
anche guardare furtivamente un legionario romano,
veniva condannato senza avere la possibilit di difendersi. Nel
dicembre di quello stesso anno, le fortificazioni di Jotapata,
che avevano resistito per quarantasette giorni, furono travolte
dai sessantamila legionari di Vespasiano e Giuseppe Flavio fu
fatto prigioniero. Fu uno dei pochi ebrei che sfuggirono alla
crocifissione e pot cos lasciarci un'accurata descrizione di
quegli eventi nella sua monumentale opera La guerra giudaica.
Peraltro, la sua vita potrebbe essere stata risparmiata per
una curiosa circostanza. Il generale Tito, figlio di Vespasiano
e comandante in seconda, aveva infatti ordinato che alcuni
prigionieri fossero gettati nel Mar Morto dall'alto della montagna
di Moab. Inspiegabilmente, per, subito dopo essere
caduti in acqua, costoro galleggiavano e venivano spinti verso
la riva. Il che stup a tal punto il comandante romano, che
pens all'intervento di un qualche demone ebraico, da fargli
sospendere l'esecuzione degli altri prigionieri(5).
Le notizie provenienti da Roma erano preoccupanti. Con
la morte di Nerone e lo spettro di una sanguinosa guerra
civile, i soldati di Vespasiano issarono il generale sulle loro
spalle al grido di Vivat Caesar. Vespasiano si mise allora in
viaggio per Alessandria in modo da preparare la conquista
dell'Italia e lasci il figlio Tito, un giovanotto estremamente
abile, a occuparsi del problema della Giudea, degli ebrei e
di Gerusalemme.
Tito era un uomo alto e robusto, dall'atteggiamento deciso
e inflessibile, con la resistenza tipica di colui che, al fianco
del padre, aveva trascorso tutta la vita in pericolose situazioni
di guerra. I suoi modi garbati potevano facilmente trarre
in inganno, ma quando si trattava di impartire ordini lo faceva
con l'austero rigore del soldato di professione. Peraltro,
Roma era piena di romantiche storie relative ai suoi exploit.
Tuttavia, si era anche creato una reputazione di efficiente durezza
che aveva persino procurato qualche preoccupazione
a suo padre. Al momento, per, il suo compito era ristabilire
l'autorit di Roma sulle sue province della Giudea e della
Galilea.
Nella primavera del 70, a capo di un esercito forte di
80.000 uomini e dotato di 340 catapulte (in altre parole,
una mazza per schiacciare una mosca), Tito si present davanti
alle mura di Gerusalemme. Era il periodo pi sacro
dell'anno e migliaia di fedeli erano accorsi per celebrare la
Pasqua ebraica, cosicch la citt era affollata all'inverosimile
di pellegrini provenienti da tutta la Palestina. Gli uomini di
Tito circondarono la citt, isolandola dal territorio circostante
e il generale romano intim la resa, un ordine cui fu
risposto con insulti nei confronti della persona del suo augusto
padre. Baliste e catapulte entrarono dunque in azione,
scagliando enormi pietre contro le fortificazioni. Gli arieti
martellavano le fondamenta e nella citt assediata le fazioni
rivali dei moderati e degli zeloti litigavano aspramente per
la supremazia. Solo quando le mura cominciarono a mostrare
ampie crepe la lotta interna cess: i capi delle fazioni in
lotta, il moderato Simone bar Giora e lo zelota Giovanni di
Gishala, concordarono una temporanea sospensione delle rivalit
interne - finch il nemico non fosse stato cacciato -
e insieme assunsero il comando della difesa della citt. Con
una popolazione enormemente accresciuta dalla presenza
di molti pellegrini provenienti da numerose trib guerriere,
i due leader avevano forze sufficienti a presidiare le mura e
le torri. Il resto era nelle mani di Yahwh che, cos assicuravano
i sacerdoti, non avrebbe abbandonato i suoi figli e il
Sancta Sanctorum, il Tabernacolo del Tempio.
All'inizio di maggio del 70, quattro legioni circondarono
la citt da ogni lato e iniziarono l'assalto. Una marea umana
di soldati della Quinta, Decima, Dodicesima e Quindicesima
avanz verso le mura, aprendosi la strada attraverso il pendio
roccioso e cominci a lanciare grida minacciose a mano
a mano che si avvicinava alle alte mura. Alcuni si fermavano
per ripararsi dalla gragnola di pietre che pioveva sulle
loro teste, mentre i centurioni li incitavano a continuare ad
avanzare, ma quanto pi si avvicinavano alle mura, tanto pi
erano bersagliati da pietre e altri proiettili. Uno strumento
di difesa si rivel particolarmente efficiente: poich gli ebrei
dovevano necessariamente fare un uso estremamente oculato
delle scarse riserve idriche e non potevano quindi permettersi
il lusso di sprecare acqua bollente per rovesciarla sulla
testa degli attaccanti, ricorsero alla sabbia, di cui avevano in
abbondanza. La riscaldavano in recipienti di bronzo e un
diluvio di finissima sabbia infuocata si abbatteva sugli attaccanti,
si appiccicava alla pelle e arrostiva i soldati romani
come polli allo spiedo.
Il primo tentativo romano di superare le mura non fu
coronato da successo. Soltanto dopo che furono innalzate
torri da assedio alte una quarantina di metri, costruite con
legno massiccio coperto di pelli d'asino inzuppate d'acqua
per ridurre gli effetti delle frecce incendiarie e spinte a un
tiro di giavellotto per costringere i difensori a stare al riparo,
le legioni riuscirono a posizionare i loro arieti di ferro. Ma
le difficolt non cessarono: i difensori tagliavano le corde
dell'ariete con falci legate a lunghi pali. L'assedio sembrava
destinato a una situazione di stallo, soprattutto perch gli
ebrei continuavano ad approvvigionarsi con cibarie introdotte
in citt grazie ad alcuni varchi che si aprivano attraverso
i vari accampamenti romani. I legionari cominciarono
a chiedersi che razza di soldati fossero quegli ebrei che riuscivano
a tener loro testa con tanta fiera determinazione
nonostante fossero in condizioni di pesante inferiorit.
Tito, nel tentativo di risparmiare il pi possibile la citt,
non per considerazioni umanitarie ma in vista del bottino e
soprattutto per mantenerne intatte le mura cos da potersene
servire come fortezza romana, ordin un'imponente parata
militare, quale non si era mai vista al di fuori di Roma.
Quell'ostentazione di forza doveva servire come arma psicologica
e spaventare gli ebrei, spingendoli alla resa. Per
quattro interi giorni, reparto dopo reparto, con le armature
perfettamente lucidate e tenendo alte le aquile dorate delle
legioni, i Romani sfilarono dunque davanti al loro comandante
di fronte al muro settentrionale di Gerusalemme. Ma
Tito rimase deluso: la parata non ottenne l'effetto desiderato.
Ben riforniti di provviste, gli ebrei asserragliati in citt
erano convinti di poter resistere per mesi, senza tener conto
delle migliaia di pellegrini che si erano aggiunti ai consueti
abitanti e potevano dare manforte.
Spesso un forte temporale  preceduto da una bella schiarita.
Era la sacra giornata dello Shabbat e tutti coloro che non
erano preposti alla difesa delle mura, vale a dire la maggior
parte della popolazione, si erano recati nel Tempio per ascoltare
la parola del Signore. Gli zeloti arringavano la folla con
parole di sfida e sebbene i moderati cercassero di convincere
i loro concittadini ad ascoltare la ragione, suggerendo di
arrivare a un accordo con Roma, che al momento sarebbe
ancora stato possibile, le loro voci concilianti venivano zittite
dagli estremisti che incitavano le masse a seguirli nella tragedia
e nel disastro, come sempre hanno fatto gli estremisti in
tutte le situazioni e in tutte le epoche.
Spinto dall'odio e aizzato dalle parole di fuoco, il popolino
commise un imperdonabile errore che gli sarebbe costato
molto caro. Migliaia di ebrei sovreccitati salirono infatti sulle
mura e sui tetti delle case per gridare i loro insulti e sbeffeggiare
le lucide armature dei Romani, simili a un bel vestito,
indossato da una donnetta senza coraggio. Per provocare
Tito e i suoi romani, cominciarono addirittura a sputare sui
legionari che stavano marciando e a bersagliarli con letame
e immondizia. Per un po' gli uomini della Decima Fretensis,
orgogliosi veterani provenienti dalla Sicilia cui quel giorno
era toccato l'onore di sfilare, non reagirono agli insulti, poi
per arriv il loro tribuno con l'aquila della legione. Mentre
i portainsegne passavano accanto a un tratto di mura su cui
erano schierati gli zeloti pi estremisti, l'aquila d'oro della
legione fu presa di mira dal lancio di sterco. In questo modo
gli zeloti ottennero lo scopo che si erano prefisso, anche se il
risultato fu poi ben diverso da quello in cui avevano sperato.
Infatti i Romani avevano stoicamente subito tutti gli insulti
di cui erano stati fatti oggetto in precedenza, ma ora si trattava
di un'offesa infame che n i legionari, n il loro cesare,
Tito(6), avrebbero mai potuto tollerare. Tito rimase a bocca
aperta, poi strinse i denti. Per Giove! Fu l'unica cosa cui
riusc a pensare con lucidit; il resto era solo rabbia e la consapevolezza
della presenza di migliaia di testimoni che avevano
assistito a quell'infamia. L'insulto scaten la collera di
Tito e dei suoi legionari al limite della ferocia, ispirando loro
il desiderio di uccidere tutti gli ebrei che si fossero trovati
di fronte. Ogni legionario si sentiva personalmente offeso
e questo diede uno slancio particolare a quello che fino ad
allora era stato un assedio di routine. Questo avvenimento,
per quanto sfortunato possa essere stato, port a una delle
svolte pi drammatiche della storia.
Tito interruppe immediatamente la parata e ordin di
prepararsi all'attacco. Ma era necessario far breccia nel
muro che circondava il settore settentrionale. I genieri si
misero subito all'opera: in settimane di duro lavoro crivellarono
le fondamenta delle mura con una serie di gallerie
che poi puntellarono con travi di legno. Una volta dato fuoco
ai puntelli si crearono dei vuoti sotto le fondamenta e il
peso della struttura port al crollo di una parte del Muro
Settentrionale. I soldati azionarono gli arieti e seminarono
morte dalle torri da assedio mentre le loro trecentoquaranta
catapulte scagliavano pesanti macigni sulla citt. I legionari
afferrarono le lance e si prepararono all'assalto. Inutilmente,
poich ancora per parecchio tempo i Romani non sarebbero
riusciti a salire sulle mura. Gli ebrei si battevano infatti con
grande ostinazione e dall'alto dei bastioni scaricavano un
diluvio di frecce sui Romani.
I legionari cadevano, trafitti o bersagliati dalle pietre, senza
neppure vedere chi li avesse colpiti, e il ripido pendio
che portava alle mura fu ben presto cosparso dei loro corpi.
Mentre la pressione aumentava, gli ebrei tentarono una
sortita: i Romani furono presi alla sprovvista e gli attaccanti
bruciarono alcune catapulte e torri da assedio, ma poterono
fare ben poco contro i tunnel che erano stati scavati sotto le
mura. Un rapido intervento delle coorti romane port infine
all'accerchiamento degli ebrei prima che potessero rientrare
dietro le mura. Tutti i soldati catturati furono crocifissi sui
due piedi.
Eppure gli ebrei si difendevano bene e chiusero la breccia.
Giunse per un momento, come accade tanto di frequente in
caso di assedio, in cui i difensori, sfiniti, cedettero al sonno.
Un tratto del Muro Settentrionale era privo di difesa e un reparto
di legionari si apr la strada attraverso il muro parzialmente
demolito, penetrando nel settore settentrionale della
citt. Altre coorti della Decima Legione, spalleggiate dalla
Dodicesima, si precipitarono dietro di loro, infilandosi alla
rinfusa attraverso la breccia e dilagando nel dedalo di vicoli
e strade. La loro avanzata cre il panico e fece accorrere pi
rifugiati di quanti potessero trovarvi posto nella parte alta
della citt, protetta da un muro che dal palazzo di Erode
arrivava fino al Tempio. Cosa che rese disperata la situazione
dei difensori che ancora restavano nel settore settentrionale.
Davanti a loro, le porte che davano accesso al secondo muro
erano state chiuse e tutti coloro che erano rimasti fuori dal
secondo muro furono circondati dai Romani e uccisi. Un
grido si innalz dai bastioni da cui i difensori ebrei assistettero
alla brutale fine dei loro compagni. Ora la Gerusalemme
degli zeloti si era ridotta alla parte racchiusa entro il muro
mediano, o Muro del Tempio, e i bastioni meridionali. Gigantesche
macchine da assedio furono avvicinate alle mura e
scagliarono tonnellate di pietre, facendo molte vittime.
La perdita del settore settentrionale fu avvertita quasi subito,
dal momento che priv i difensori di pressoch tutti
i preziosissimi depositi di cibo. La fame si avvicinava rapidamente.
Il cibo malsano e l'aria contaminata dai germi dei
cadaveri in decomposizione caus una serie di epidemie che
decimarono i difensori molto pi rapidamente delle pietre
scagliate dalle catapulte romane. Tito ordin anche la costruzione
di una circumvallatio, un terrapieno presidiato notte e
giorno come quello che si era dimostrato tanto utile al grande
Giulio Cesare ad Alesia. I Romani abbatterono un buon
numero di case e con le macerie costruirono dunque un terrapieno
che circondava completamente la citt e la tagliava
fuori da qualsiasi potenziale soccorso. Gerusalemme era cos
condannata a una morte lenta per fame. La notizia dell'imminente
arrivo di truppe di soccorso da parte di alcune trib
delle montagne vicine spinse gli ebrei a un ultimo sforzo,
mentre ciascuno combatteva come se da lui solo fossero dipese
le sorti di Gerusalemme. Ma quando si vide che queste
truppe non comparivano e si comprese che si era trattato
soltanto di una voce messa in circolazione dalla disperazione,
le speranze della popolazione crollarono e la volont di
continuare a combattere venne meno.
Di fronte a una situazione sempre pi disperata e in mancanza
di qualsiasi aiuto esterno o del Dio degli zeloti, Tito
tent un'ultima volta di farli ragionare. Nel corso della battaglia
di Jotapata, le sue legioni avevano catturato Giuseppe
Flavio, che era a capo delle truppe della Galilea. Non solo
Tito era rimasto tanto colpito dallo strano galleggiamento
dei corpi degli ebrei gettati nel Mar Morto da decidere di
risparmiare la vita agli altri prigionieri, ma Giuseppe Flavio
era stato risparmiato anche per poter essere usato per negoziare
la resa degli ebrei. Come prima cosa gli fu fatto fare
un giro dei castella, cos da dimostrargli l'inutilit di un'ulteriore
resistenza, poi, a suo uso e consumo, ci fu un pesante
bombardamento da parte degli scorpiones, infine Tito lo
mand a parlamentare. Uomini dal cuore duro, gettate via
le armi e abbiate piet del vostro paese sull'orlo dell'abisso!
li supplic, facendo loro notare come la situazione fosse disperata.
Inutilmente; il suo saggio consiglio non fu ascoltato.
Accanto al complesso del Tempio si innalzava la Fortezza
Antonia, una roccaforte presidiata dagli zeloti pi intransigenti
di Giovanni di Gishala, che in altezza superava il recinto
sacro del Tempio. Sotto la protezione di una tettoia
di legno, i Romani accostarono i loro pesanti arieti al muro
mediano. Il martellamento andava avanti notte e giorno e
alla fine il muro cominci a mostrare segni di cedimento.
Intanto sulla citt affollata all'inverosimile cadeva incessantemente
un diluvio di proiettili, mentre la fame e le epidemie
facevano migliaia di morti tra gli abitanti, i pellegrini e
i combattenti.
L'incessante martellamento delle catapulte e le vibrazioni
causate dall'impatto dei proiettili contribuivano a intorpidire
i sensi degli assediati. Gerusalemme la Santa stava per
essere riportata all'Et della Pietra. Ma l'azione militare era
nulla rispetto alle sofferenze della popolazione: ogni giorno
morivano di fame a migliaia e c'era chi uccideva i propri
simili per mangiarne la carne. Il caldo dell'estate aveva quasi
prosciugato la poca acqua ancora disponibile e la gente beveva
le proprie urine, il che provocava dolorosi crampi e poi
la morte. Comunque la cosa peggiore era certamente la fame.
La spaventosa carestia, che si aggravava di giorno in giorno,
distruggeva intere famiglie. Le terrazze erano piene di
donne e bambini crollati per la fame, e lungo le strade si
ammucchiavano i corpi dei vecchi. Bambini e ragazzi, con il
ventre gonfio per la mancanza di cibo, vagavano come fantasmi
finch crollavano. Gli adulti erano cos spossati che non
avevano pi la forza di seppellire i morti, e se provavano a
scavare una fossa cadevano addosso al cadavere che stavano
seppellendo. La disperazione era indicibile. Non appena
da qualche parte si vedeva persino l'ombra di qualcosa di
commestibile, diventava oggetto di contesa e i migliori amici
si azzuffavano e si strappavano di mano la pi miserabile
bazzecola. Nessuno voleva credere che i morti non avessero
provviste nascoste da qualche parte, per cui i ladri si gettavano
su chi stava esalando l'ultimo respiro e frugavano nei
suoi abiti. La loro fame era cos insopportabile che erano
costretti a masticare qualsiasi cosa e mettevano le mani su
roba che neppure l'ultimo degli animali avrebbe toccato, e
tanto meno mangiato.
E Giuseppe Flavio esprimeva tutto il suo orrore nelle ultime
righe della sua narrazione: Ma perch dovrei descrivere
la vergogna e l'abbrutimento cui la fame spinse gli uomini,
facendo s che mangiassero cose indegne degli esseri
umani?(7).
Giuseppe Flavio, che bas la sua descrizione su quanto
vide con i suoi stessi occhi e che scrisse soltanto cinque
anni dopo quei drammatici eventi (75-79 dopo Cristo), racconta di un
gruppo di zeloti tanto indeboliti dalla fame da non riuscire
pi a sollevare le pietre da gettare contro gli assedianti.
Stavano cercando un po' di cibo quando improvvisamente
udirono un odore di carne arrostita. Si precipitarono nella
casa della ricca famiglia Beth-Ezob e trovarono gli anziani
coniugi che giacevano morti sul pavimento, ma la loro figlia
Maria era ancora viva e se ne stava rannicchiata in un angolo
della stanza, sebbene impaurita. Di fronte alle loro minacce
la giovane donna tese loro la carne arrostita: era il corpo
semidivorato di un bambino, il suo.
All'interno della citt, anche la terra sembrava avvelenata
e in putrefazione, contaminata dal tanfo della morte, delle
malattie e degli escrementi. Negli stretti vicoli aleggiava
l'odore di un'umanit compressa in uno spazio angusto,
mentre l'aria risuonava di strazianti lamenti. Portatori di malaugurio,
stormi di avvoltoi si libravano sulla citt per nutrirsi
delle migliaia di cadaveri in putrefazione. Per prevenire lo
scoppio di epidemie, i morti venivano sbrigativamente gettati
oltre le mura, e il loro fetore aumentava l'orrore generale.
Esseri scheletrici cercavano di fuggire dalla citt facendosi
calare di notte oltre le mura, ma chiunque venisse preso finiva
inchiodato a una croce. I Romani tagliarono uliveti e
frutteti e ne usarono gli alberi per farne croci. In effetti, gliene
servivano davvero molte, se si considera che cinquecento
ebrei al giorno morivano in quel modo orribile, tanto che
una foresta di croci fin per circondare la citt. La guerra
ha trasformato la bellezza di questo paesaggio in una spaventosa
desolazione lamentava Giuseppe Flavio nel descrivere
l'assedio. E coloro che non morivano di fame o inchiodati a
una croce, qualora fossero stati presi andavano comunque
incontro a una fine non meno orribile. Si era infatti sparsa la
voce che gli ebrei ingoiassero i loro gioielli perch non fossero
scoperti quando venivano perquisiti. Il che fece s che in
una sola notte gli avidi legionari sbudellassero duemila ebrei
per vedere se nelle loro viscere ci fossero dei tesori. Quando
Tito lo seppe, fece mettere a morte tutti coloro che si erano
macchiati di una simile infamia; dopodich il massacro degli
ebrei continu esattamente come prima... ma di nascosto.
Ed erano sempre di pi le pile di cadaveri nudi addossati alla
cerchia di mura, contorti negli spasimi della morte o appesi
alle croci come orribili vessilli. Un motivo in pi per gli ebrei
per non cedere; ironia della sorte, la morte era diventata la
forza vitale degli zeloti.
Verso la fine di luglio, Tito prepar l'assalto finale. I suoi
legionari dilagarono su per la collina e raggiunsero la sommit
dell'altura che sorgeva davanti alla cerchia di mura ormai
in rovina. Le legioni penetrarono attraverso il muro mediano
e fecero irruzione nella Fortezza Antonia, e i Romani trionfanti
si davano reciprocamente pacche sulle spalle. La notizia
pass di bocca in bocca: la seconda cerchia di mura era stata
infranta. I legionari ricevettero l'ordine di sparpagliarsi e di
accertarsi che nel dedalo di viuzze non si nascondessero zeloti.
Ma non trovarono che donne sporche di sangue che pregavano,
piangevano e si stringevano al petto bambini in lacrime.
Soltanto la terza cerchia di mura e le poderose difese attorno
al monte del Tempio restavano ancora nelle mani degli ebrei.
Ormai la situazione dei difensori era quanto mai disperata,
tuttavia non intendevano arrendersi. La foresta di croci che
sorgeva attorno ai bastioni, e che avrebbe dovuto atterrire gli
ultimi difensori spingendoli alla resa, dimostrava chiaramente
come la guerra psicologica potesse avere l'effetto opposto di
quello sperato. I difensori non avevano scelta e sapevano che
li attendeva soltanto la morte, sui bastioni o su una croce. E
cos il massacro continuava, senza che ci si aspettasse o fosse
concessa alcuna piet. Gli ultimi difensori si erano rifugiati
dietro le mura del Tempio, vicino al Sancta Sanctorum, che
con il suo labirinto di gallerie, cortili e portici costituiva una
formidabile barriera. Forse fu per rispetto nei confronti dei
suoi di che Tito ordin tassativamente di rispettare il luogo
sacro e non violare la santit del Tabernacolo. O forse si
rendeva semplicemente conto che i suoi arieti non sarebbero
serviti a nulla contro le spesse lastre di pietra con cui era stato
costruito il Tempio. Per l'ultima volta, Giuseppe Flavio cerc
di convincere gli zeloti ad arrendersi. Invano.
Il 7 settembre del 70, le legioni, con in testa la Decima,
sferrarono l'attacco finale seguendo gli ordini di Tito: Prendere
la fortezza, risparmiare il santuario. Le terribili catapulte
non sfondarono dunque le pareti interne del Tempio,
ma un diluvio di proiettili di metallo scagliati dalle baliste,
piazzate sull'alta Fortezza Antonia, si abbatt su centinaia
di difensori ammassati entro il recinto, che si accasciarono
morenti sul lucido pavimento dell'ampio cortile del Tempio,
mentre il loro sangue si spargeva sul suolo normalmente riservato
alle fervide preghiere di migliaia di pellegrini. Il Tempio
non era pi un luogo di rifugio e di fede, ma di morte e
disperazione(8).
Poich le pareti erano intatte, Tito ordin di dar fuoco
alla massiccia porta del Tempio. Sotto la protezione di una
testuggine, una sorta di tettoia fatta di scudi e tenuta sopra
la testa dei genieri, balle di paglia intrisa di olio furono
sistemate contro la porta di quercia e bronzo e poi date alle
fiamme. Tuttavia ci volle un'intera giornata perch la porta
fosse devastata dal fuoco quanto bastava per consentire
ai Romani di penetrare nell'interno. Quando per il varco
fu sufficientemente ampio, il centurione della Decima non
ebbe bisogno di dare l'ordine: le coorti dilagarono nell'interno
come l'acqua attraverso un buco che si apre in una
diga. Peraltro, il tribuno della legione pensava che i difensori
fossero meno preparati all'assalto di quanto apparve subito
evidente. Si trov infatti davanti a un muro di zeloti che
combattevano per ogni palmo di suolo sacro, per ogni muro,
per ogni varco come se fossero posseduti dal demonio in persona.
Il centurione che per primo era penetrato attraverso
la porta ancora in fiamme fu subito ucciso, ma quelli che gli
erano alle calcagna scavalcarono il suo corpo e si slanciarono
avanti. I difensori si precipitarono contro di loro, ma invano.
I Romani li fecero a pezzi e dilagarono nel primo cortile. La
prima coorte fu seguita da una seconda e poi da una terza,
che avanzarono sulle lucide pietre del grande cortile reso scivoloso
dal sangue dei feriti. Le prime file correvano a tutta
velocit contro il muro di difensori, conficcando le lance in
petti e ventri, mentre abbattevano l'ultima barricata eretta
davanti a una ripida scalinata che portava a un passaggio che
si apriva nella parte alta del muro. Un centurione che aveva
preso il posto del compagno caduto sal sulla scalinata insieme
a una coorte e qui, cedendo alla collera, amareggiati per la
morte di tanti compagni, afferrarono i difensori e li gettarono
oltre il parapetto, nella valle di Cedron che si apriva decine
di metri pi in basso. Soltanto un muro, attorno al Tempio
vero e proprio, separava i Romani dal Sancta Sanctorum, il
Tabernacolo. Attorno a quest'ultimo muro la carneficina era
particolarmente sanguinosa: ogni uomo era solo in un mondo
di confusione assordante e la terra stessa sembrava tremare
sotto i loro piedi. Ebrei e Romani combattevano e cadevano,
l'uno sull'altro, finch furono quasi tutti morti o morenti, ammassati
attraverso l'ingresso. Nella confusione di quest'ultimo
assalto, accadde l'inimmaginabile:
Uno dei soldati, senza attendere ordini e senza rendersi conto
dell'enormit del suo gesto, afferr una torcia accesa e, salito sulle
spalle di uno dei suoi compagni, la gett attraverso la Finestra
d'Oro che si apriva sulle stanze adiacenti al Sancta Sanctorum [...]
per quanto grande fosse il timore di compiere quanto Cesare(9)
aveva espressamente vietato, il loro odio per gli ebrei e il loro desiderio
di combattere non erano meno grandi. Cos il Sancta Sanctorum
fu incendiato senza l'approvazione di Cesare(10).
Non c' dubbio che Tito avesse impartito l'ordine tassativo
di risparmiare il Tabernacolo. Il centurione Liberalio
corse infatti verso di lui, gesticolando e urlando: Il Tempio
 in fiamme!. Tito radun rapidamente un gran numero
di soldati e si affrett attraverso la porta in fiamme, oltre il
cortile cosparso di cadaveri, per spegnere l'incendio che non
aveva ancora raggiunto la stanza che conteneva il Tabernacolo.
Troppo tardi. Sebbene i soldati affrontassero il fuoco con
decisione non fu pi possibile far nulla per salvare le stanze
rivestite di pannelli di legno; ormai il fuoco aveva raggiunto
l'interno e le grandi giare, piene di olio sacro, esplosero
come stelle cadenti. Le loro fiamme scatenarono un inferno
cui nessuno osava avvicinarsi. Dal centro dell'edificio,
attraverso le cortine infrante che ormai non proteggevano
pi il Sancta Sanctorum da sguardi profani, si diffondeva una
luce accecante, pi luminosa di un migliaio di soli, seguita
da un assordante boato simile alle grida di dolore di un'orda
di furie.
I Romani rimasero impietriti quando scorsero uno degli
zeloti arrampicarsi su per le scale che stavano per crollare,
puntando direttamente verso le fiamme. Per un'ultima volta
l'uomo volse il viso, con gli occhi pieni di odio e la bocca
aperta in un grido. Stava urlando qualcosa che venne soffocato
dal fragore delle fiamme, mentre il suo dito accusatore
puntava direttamente contro il comandante romano; poi
spar dietro una cortina di fuoco. Tito avrebbe voluto volgere
altrove lo sguardo, ma qualcosa costringeva i suoi occhi a
guardare nella direzione dell'accecante cortina di fuoco che
aveva appena divorato un essere umano.
Mentre continuava la lotta per il possesso dell'edificio del
Tempio, Giovanni di Gishala e poche decine di seguaci riuscirono
a fuggire attraverso una galleria segreta e tentarono
un'ultima quanto disperata resistenza all'interno delle tre
restanti torri del palazzo di Erode. Tito fu cos costretto a
posizionare ancora una volta le sue macchine da assedio, che
ridussero in macerie la splendida dimora di Erode, prima
che i difensori deponessero le armi e mesi di combattimenti
e di sofferenze giungessero finalmente al termine. Gli ultimi,
macilenti, zeloti furono circondati, incatenati e tenuti in serbo
per il trionfo del vincitore.
Ad azione conclusa, nessuno pot dire con certezza quanti,
dei seicentomila che si trovavano a Gerusalemme all'inizio
dell'assedio, furono uccisi durante i combattimenti, quanti
morirono di fame e quanti furono invece massacrati nel corso
dei saccheggi che seguirono la caduta della citt.
Con le ceneri ancora fumanti, i legionari innalzarono le
loro aquile dorate nel recinto del Sancta Sanctorum, ormai
sgombro dalle macerie, e celebrarono sacrifici in onore del
loro dio della guerra, Marte. Come punizione, per aver osato
opporsi alla potenza di Roma e insultare il suo onore, Tito
ordin che Gerusalemme fosse rasa al suolo.
Distruggete ogni cosa! Non lasciate pietra su pietra.
Cancelleremo ogni traccia della razza ebraica. Questa citt
deve essere distrutta per non risorgere mai pi. I soldati
romani persero la testa all'idea delle ricchezze che si aspettavano
di trovare nelle case: martelli e scalpelli, usati per creare
oggetti preziosi, infransero vasi e ornamenti, trasformandoli
in minuscoli frammenti di pietra e stucco. Le asce si abbatterono
su pareti delicatamente ornate, riducendole in macerie,
poich dietro ogni muro, cos almeno credevano, poteva
essere nascosto un tesoro. Nuvole di polvere si innalzarono
nel cielo azzurro. I soldati devastarono quel che restava dei
luoghi di culto, asportando i rivestimenti d'oro dalle pareti.
Coloro che supplicarono i soldati di non distruggere i loro
santuari vennero trafitti e lasciati a morire dissanguati accanto
ai numerosi corpi gi in decomposizione e coperti di mosche.
Non dobbiamo seppellirli? chiese un soldato della
Decima Legione. Lasciateli l rispose il centurione. Non
meritano di essere sepolti. Credevano di potersi opporre a
noi. Lasciateli in pasto agli avvoltoi e agli sciacalli.
La citt di Davide, un tempo splendida per la sua magnificenza,
era in macerie. Solo le torri di Mariamne, di Ippico
e di Fasaele, che costituivano le fortificazioni del palazzo di
Erode, furono lasciate in piedi per poter essere utilizzate
come depositi per il materiale bellico e confortevoli residenze
per gli ufficiali romani. I loro servi furono quegli stessi ebrei
che, nei giorni che avevano preceduto l'assedio, proprio in
quelle stanze avevano goduto dell'ospitalit di re quali Erode
il Grande. Ora invece dovevano assistere impotenti mentre
le loro figlie erano costrette a soddisfare gli appetiti sessuali
dei conquistatori e a mettere al mondo i figli illegittimi dei
legionari che le avevano violentate.
I capi della resistenza ebraica furono catturati e trascinati
in catene davanti a Tito. Gli abiti di Giovanni di Gishala erano
in brandelli, la barba, simbolo della sua fiera resistenza,
era arruffata, mentre il viso macilento e gli occhi infossati
indicavano chiaramente la spossatezza e la fame. Pochi giorni
dopo, alcuni legionari scoprirono Simone bar Giora che
si nascondeva in una grotta. Sia Giovanni di Gishala sia Simone
bar Giora erano personalit messianiche i cui seguaci
erano loro fanaticamente devoti. A parte questo, tra di loro
non c'erano altre somiglianze, infatti sebbene entrambi fossero
palesemente e ostentatamente nazionalisti, e ciascuno
sostenesse di voler liberare Israele e la Giudea dai Romani, i
loro fini erano totalmente diversi. Entrambi avevano fallito.
Entrambi avevano osato sfidare la potenza di Roma e avevano
perso. Un cesare spietato aveva insegnato loro a non
scherzare con Roma.
Nuvole nere salivano dal monte del Tempio, fumo usciva
dal cuore stesso del paese. E le nuvole di fumo portarono a
tutto Israele la notizia della distruzione del suo Tempio(11).
Gli ebrei avevano accettato le privazioni e la fame, persino
la morte, ma la distruzione del loro Tempio era qualcosa che
andava al di l della loro sopportazione. Per loro si trattava
del segnale della fine e un silenzio irreale piomb sulla terra
di Giudea, il silenzio della morte. La strage di vite umane fu
terribile: 1.100.000 morirono durante gli anni di guerra, di
cui 850.000 in combattimento. I 300.000 superstiti furono
venduti come schiavi. Da quel momento in poi ebbe inizio la
diaspora, la dispersione degli ebrei in tutto il mondo antico.
A Tito fu concessa una monumentale parata trionfale a
Roma, durante la quale furono esibiti i prigionieri incatenati.
Nulla per poteva eguagliare il suo pi prezioso bottino,
un candelabro d'oro a sette bracci. Una copia, scolpita nella
pietra, pu tuttora essere ammirata sul suo arco di trionfo,
a Roma. Peraltro, della sorte del candelabro non si sa pi
nulla, anche se  probabile che questo ricordo dell'olocausto
che distrusse un Tempio e mand a morte i suoi fedeli sia
stato rubato durante il sacco di Roma a opera dei barbari e
poi fuso per utilizzarne la grande quantit d'oro.
La resistenza ebraica dur ancora per tre anni, e la fine
giunse sulla cima di una collina che sovrasta il Mar Morto,
Masada. Le legioni di Tito la assediarono. Per molti mesi
Eleazar ben Ya'ir e poche centinaia di combattenti resistettero,
finch i Romani costruirono una rampa che arrivava
alla sua sommit. A quel punto i novecento difensori e le
loro famiglie, piuttosto che cadere nelle mani dei Romani, si
uccisero. Fu l'ultimo atto della guerra giudaica e fece cadere
il sipario sulla Terra Promessa (73 dopo Cristo).
Sotto pena di morte, i Romani proibirono agli ebrei di
calpestare il terreno della citt rasa al suolo. Sulle sue rovine,
usando il materiale degli edifici originari, architetti greci e il
lavoro degli schiavi ebrei, l'imperatore Adriano avrebbe poi
ordinato la costruzione di una nuova citt, Aelia Capitolina.
Dove un tempo sorgeva il Tempio, fu cos innalzata una statua
di Giove, e sulla collina del Golgota, dove fu crocifisso
Ges, il simulacro della dea dell'amore, Venere.
La Decima Legione che aveva aperto la breccia nella
cerchia di mura, dato alle fiamme il Tempio e conquistato
Masada rimase in Giudea come forza di occupazione per
sessant'anni. E lasci numerose tracce della propria presenza,
mentre gli ebrei non lasciarono nulla. Nonostante secoli
di scavi archeologici e molte ricerche, non sono state infatti
rinvenute testimonianze certe della presenza di Israele dopo
il saccheggio di Gerusalemme del 70: nessun cimitero ebraico,
nessuna iscrizione, nessuna pietra tombale, come se il Signore
avesse deciso di cancellare ogni traccia dei suoi figli. Il
destino, e la mano pesante di Roma, hanno fatto il resto, non
lasciando nulla. L'antica civilt ebraica fu schiacciata sotto
il tallone delle legioni romane. Eppure, mentre il Tempio
veniva ridotto in cenere, una nuova religione si stava affermando;
a diffonderla era stato un rabbi galileo che predicava
il perdono e l'amore. E anche se non era armato di spada,
il suo messaggio sarebbe sopravvissuto per migliaia di anni
alle aquile romane.
Tito succedette al padre Vespasiano sul trono imperiale
e divenne la vittima successiva della maledizione che gravava
sugli imperatori. Durante una cura termale, fu infatti
assassinato da uomini leali al fratello, Tito Flavio Domiziano,
che, dopo aver usurpato la corona, sarebbe stato a sua volta
assassinato dall'amante della moglie.
Quanto ai figli di Israele, ...saranno passati a fil di spada,
e saranno condotti schiavi tra tutti i popoli... (Luca 21,24).
Gli ebrei avrebbero dovuto attendere duemila anni perch
si avverasse la profezia di Ezechiele: Quella terra desolata,
che agli occhi di ogni viandante appariva un deserto, sar
ricoltivata e si dir: La terra che era desolata  diventata ora
come il giardino dell'Eden (Ezechiele 36,34-35). Eppure
ancora oggi la pace  lontana.
* * *
La decisione di distruggere Gerusalemme fu presa mentre
le legioni sfilavano sotto le mura della citt assediata. Se mai
Tito aveva lasciato intendere che fosse sua intenzione salvare
Gerusalemme, l'insulto alle aquile della legione da parte dei
fanatici zeloti si rivel un oltraggio troppo pesante, un'ignominia
che un comandante romano non avrebbe mai potuto
tollerare. Fu in quel momento di collera e indignazione che
Tito decise di punire gli ebrei distruggendo Gerusalemme.
E cos fece.
...
.
...
Note.
.
1. G. Flavio, La guerra giudaica.
2. A Erode il Grande succedettero il figlio, Erode Antipa, re di Galilea (4 avanti Cristo - 30 dopo Cristo) ed Erode Agrippa Secondo, re di Giudea (28-91 dopo Cristo).
3. La data della crocifissione di Ges  compresa tra il 29 e il 33, dal momento che Ponzio Pilato rimase in carica dal 26 al 36, e Caifa dal 18 al 37, durante il regno dell'imperatore Tiberio (14-37 dopo Cristo)
4. J. Landay, Silem Cities, Sacred Slones, New York 1971.
5. Il fenomeno pu essere spiegato con l'elevata presenza di sale nelle acque del Mar Morto, concentrazione che consente il galleggiamento del corpo umano. Una spiegazione pi razionale  semplicemente che Tito volesse risparmiare il capo ebraico per esibirlo a Roma, aggiogato al suo carro in occasione del trionfo.
6. Qui nella sua carica di caesar, secondo soltanto all'augustus (l'imperatore).
7. G. Flavio, La guerra giudaica.
8. La sequenza di eventi che port infine alla distruzione del Tempio  sepolta nelle nebbie dei secoli. Giuseppe Flavio fu l'unico testimone oculare a lasciarci una descrizione dei drammatici eventi nella sua La guerra giudaica, ma essendo ebreo, il suo non pu essere considerato il resoconto di un osservatore imparziale.
9. Si intende Tito, cui spettava il titolo di cesare durante il regno di Vespasiano, l'Augusto.
10. G. Flavio, La guerra giudaica.
11. La ricostruzione del Tempio sarebbe diventata l'aspirazione messianica del giudaismo.
...
.
...
PARTE SESTA.
...
.
...
I BARBARI.
...
.
...
Da Fritigerno ad Alarico. 375-410 dopo Cristo
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
.
...
CAOS NELL'IMPERO.
...
.
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9 agosto 378 dopo Cristo
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Nox ruit et fuscis telluris amplectitur alis.
Giunge la notte e avvolge la terra nelle sue scure ali.
Virgilio, 70 avanti Cristo - 19 dopo Cristo
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Il caos regnava in tutto l'impero. Ormai da quasi duecento
anni i numerosi aspiranti al titolo di augustus erano soliti assassinarsi
a vicenda. Un imperatore seguiva l'altro, e talvolta i
pretendenti erano due o tre contemporaneamente. Le legioni
del nord elessero Massimino, il senato scelse Balbino e
Pupieno, e le truppe di stanza in Africa vollero come imperatore
l'ottantenne Gordiano. Gordiano si suicid all'udire che
Massimino aveva ucciso suo figlio; Massimino fu ucciso dai
suoi legionari; i due imperatori eletti dal senato furono uccisi
dai pretoriani; e il nipote di Gordiano sal sul trono solo per
essere assassinato dalla sua guardia del corpo. Questo massacro
fu seguito dall'Et dei Trenta Tiranni, anche se in realt
furono solo diciannove, tutti morti di morte violenta.
Intanto un altro potere cominciava a farsi strada, quello
della Chiesa cristiana, che aveva acquisito notevole prestigio.
Gran parte di tutto questo era legato al disordine che
regnava nella corte imperiale e alla sua rilassatezza morale.
E dunque l'adorazione di Ges ben presto prese il posto
dell'adorazione delle antiche divinit, e di imperatori
proclamatisi divini. Una sorta di smania religiosa divenne comune,
risultato di una divorante vanit da parte degli augusti,
dell'illusione di un potere senza limiti e della propensione
alla paranoia. Cos, dopo che la loro volont era divenuta
legge per i comuni mortali, gli imperatori romani pretesero
di essere divinit. La rigorosa disciplina che aveva fatto la
grandezza di Roma ed era poi diventata la forza trainante
della societ romana cominci a venir meno. Le imperatrici
erano sfrenate nel comportamento e passavano svergognatamente
da un amante all'altro, mentre le mogli dei semplici
cittadini seguivano il loro esempio e dimostravano uguale
licenziosit. Infranto il codice di comportamento morale, e
mentre tutti si lasciavano andare alla dissolutezza, comparvero
altri vizi. L'eccessiva indulgenza nelle passioni dell'anima
dilag come una pestilenza per tutta la nazione.
Da molto tempo, i cittadini romani avevano smesso di
prestare il servizio militare per ammassare colossali fortune
nelle terre conquistate dalle loro valorose legioni, e poich
gli schiavi non potevano prestare il servizio militare, il reclutamento
avveniva nelle terre non ancora conquistate a nord
del Danubio, in Illiria e Hispania. Un caso speciale fu quello
dei terribili Goti. Costoro erano arrivati dalle regioni baltiche
e si erano stabiliti nei territori del delta del Danubio e
dell'Ucraina. La loro scaltrezza e il loro coraggio li rendeva
valenti cacciatori e guerrieri, con un'inquietante e istintiva
abilit nel tendere trappole e imboscate. I guerrieri goti erano
la risorsa umana ideale per soddisfare il vorace appetito
con cui Roma voleva infittire i ranghi delle sue legioni di
ausiliari.
Erano eccellenti cavalieri e combattenti, e dalle loro trib
giunsero un gran numero di legioni mercenarie liete di accorrere
sotto bandiere che consentivano il saccheggio legalizzato.
In tutte le battaglie romane di quel periodo, i Goti
si guadagnarono una parte notevole di onori, oltre che di
pericoli. Ma tutto questo diede loro una grande esperienza
nell'arte del fare la guerra.
In sostanza, la base del regno di Augusto era una politica
militare difensiva. Per proteggere i confini dell'impero,
aveva creato venticinque legioni, ovvero 150.000 uomini in armi
e per rafforzare questo contingente romano volle che ci fosse
un numero uguale di truppe ausiliarie, che fu poi portato a
400.000; costoro erano ingaggiati per prestare servizio per
venticinque anni ed erano pagati sensibilmente meno delle
truppe imperiali. Comunque la paga non era il problema
principale; al contrario, lo era il fatto che Roma addestrasse
militarmente un potenziale nemico. I successivi imperatori
fecero pochi cambiamenti nell'organizzazione militare,
a parte arruolare un numero ancora maggiore di ausiliari,
chiamati foederati, finch i barbari divennero la componente
principale delle legioni romane. I comandanti militari pi
esperti erano usati per insegnare ai barbari a combattere.
Da parte loro i barbari si mostrarono studenti intelligenti e
desiderosi di imparare che, alla fine del servizio, trasmettevano
le conoscenze acquisite alle rispettive trib. In questo
modo Roma contribu notevolmente alla definitiva caduta
dell'impero romano. Deve tuttavia essere ascritto a lode e
gloria dell'abilit politica di Roma il fatto che per svilupparsi
questa situazione abbia richiesto quattro secoli.
La maggior parte degli imperatori era dominata da una
vuota idea di autostima. Tutti erano viziati dalla ricchezza
e dal potere, si atteggiavano a imperatori, ma quando dovevano
fare i conti con la realt la facciata crollava e non vedevano
alcun modo per fermare la precipitosa caduta verso
il disastro. Allora finivano in ginocchio e chiedevano aiuto.
Ma coloro cui si rivolgevano li guardavano ironicamente e
non facevano nulla, n per l'imperatore n per l'impero. Di
qui, l'ironia della sorte che siano stati i barbari a detenere il
potere della trasformazione: furono loro che divennero gli
attori principali, perseguendo la propria concezione dei loro
interessi tribali, come l'espansione delle terre in cui pascolare
le loro mandrie o, ancor pi spesso, un facile bottino.
La disciplina delle legioni, che da sola, dopo la scomparsa
di ogni altra virt, aveva mantenuto la grandezza dello
stato, fu corrotta dall'ambizione o allentata dalla debolezza
degli imperatori. La sicurezza delle frontiere che si era
basata sempre sull'efficienza dei combattenti pi che sulle
fortificazioni, diminu notevolmente; e le province pi ricche
restarono esposte alla rapacit o all'ambizione dei barbari,
che ben presto si resero conto del declino dell'impero
romano.(1)
In questo modo a determinare l'andamento delle agitazioni
interne era una forza esterna: l'avanzata delle trib barbare
nel territorio romano. All'inizio del IV secolo, lo stato
romano era sistematicamente in crisi e gli imperatori non
erano gli unici arbitri dell'impero. I Goti e i Vandali, che costituivano
il grosso delle truppe imperiali, fissavano i tempi
e li calibravano sulle loro necessit. Le conseguenze erano
profonde. Inoltre, insieme al disordine creato da un dispotismo
militare in continua crescita e all'indebolimento degli
imperatori romani, che divennero poco pi che fantocci tollerati
dai mercenari barbari, emerse una nuova minaccia per
l'impero: la migrazione di interi popoli originari delle grandi
pianure che partendo dall'Elba, dal Danubio e dal Don si
estendono verso est o dal grande nord si allungano verso le
acque scure e increspate del Baltico. Erano gli abitanti di un
vasto e misterioso territorio fatto di laghi, foreste e paludi,
che parlavano la loro strana lingua e veneravano le loro divinit
pagane. La trib pi grande era quella dei Goti.
Non era certo l'efficienza militare dei Goti la causa principale
dell'incombente disastro. Le legioni erano indubbiamente
meglio armate dei barbari: si erano avuti notevoli
progressi tecnici nella metallurgia del ferro per le spade e
ogni cento uomini c'era una catapulta o una balista. Quello
che mancava era l'ardore patriottico che aveva portato Roma
a dominare sul mondo. Infatti, la protezione dei confini
dell'impero non era pi assicurata da Romani, ma da limitanei
(soldati delle truppe di confine) e da comitatenses (milizie
dell'esercito di manovra). Con il crescente arruolamento di
combattenti provenienti dalle varie trib, soprattutto quando
furono inseriti con il rango di ufficiali, ben presto i barbari
divennero la pi potente autorit dell'impero. Un'autorit
che per giunta non manifestava particolare fedelt alle aquile
romane. E poi, di che aquile si trattava? I legionari di Scipione
e di Cesare erano stati nutriti con il latte patriottico
della Lupa Romana e avevano offerto con slancio la vita per
proteggere il loro paese e le loro famiglie, o per conquistare
territori che accrescessero la gloria di Roma. Non si poteva
certo dire la stessa cosa degli Illiri, dei Traci o dei Goti; e
sarebbe stato difficile che venissero a proteggere Roma,
una citt che la maggior parte di loro non avrebbe neppure
saputo trovare su una carta geografica. Ormai erano secoli
che tutte le guerre di Roma venivano combattute dai suoi
ausiliari: Reti, Galli, Alani, Goti o Vandali, che talvolta erano
restii a combattere contro i loro fratelli tribali.
Per un'ultima volta l'impero romano torn al suo antico
splendore sotto l'imperatore Costantino. Il suo potere era
per minacciato da Massenzio, che si era fatto proclamare
imperatore. Costantino decise che Massenzio fosse un nemico
troppo pericoloso per non essere eliminato, soprattutto
dopo che si era insediato a Roma; non gli restava dunque
che sconfiggerlo sul campo di battaglia. Ma prima della battaglia,
che si sarebbe combattuta sulle rive del Tevere presso
il Ponte Milvio (312 dopo Cristo) l'imperatore Costantino vide in
cielo una croce e ud una voce che gli diceva: In hoc signo
vinces! (Con questo segno vincerai). Giur allora che se
il dio cristiano lo avesse condotto alla vittoria, avrebbe consentito
ai cristiani di professare liberamente la loro fede.
Gli eserciti erano schierati alle due estremit del ponte e
Costantino condusse le sue truppe all'attacco. Le vittime furono
subito numerose per entrambi gli schieramenti, anche
perch, visto lo spazio ristretto, si combatteva corpo a corpo
e spada contro spada. La carneficina infuriava, con gli uomini
che cercavano di avanzare senza avere in mente null'altro che
di superare il ponte. Nel momento culminante della battaglia,
Massenzio fin in acqua e anneg, trascinato sul fondo dal
peso dell'armatura. Il vincitore Costantino mantenne la propria
promessa; peraltro si rendeva benissimo conto di come,
con un'unica astuta mossa, avesse unito buona parte della
popolazione di Roma dietro lo stendardo del Signore oltre
che dietro il suo. Nel 325 indisse poi il primo concilio della
Chiesa cristiana. Questo evento, che avrebbe segnato una
svolta nella storia della cristianit, si tenne a Nicea (Iznik
in turco). Il cristianesimo si avviava cos a diventare la religione
prevalente dell'impero romano. Con la morte di Costantino
(337 dopo Cristo), l'impero cominci a scricchiolare in attesa della
tempesta che lo avrebbe definitivamente travolto.
Mentre gli augusti erano impegnati a scannarsi a vicenda,
i barbari del nord cominciarono infatti a sfruttare la situazione,
e i confini dell'impero subirono continue incursioni da
parte di Quadi, Eruli e Sassoni (questi ultimi si muovevano
prevalentemente via mare e puntarono verso la Britannia).
Tuttavia il pericolo maggiore per la sopravvivenza
dell'imperium romanum veniva dalle tre maggiori trib teutoniche: i
Franchi, gli Alemanni e la pi forte di tutte, i Goti. Ci nondimeno
mancava ancora la scintilla che scatenasse l'incendio.
La scintilla sarebbe giunta dalle steppe interne della Mongolia.
Nel 372, un'orda di cavalieri in groppa a cavallini piccoli
e agilissimi apparve nella Russia Bianca, patria di Alani
e Ostrogoti. Si trattava della trib dei Hsiungnu, un nome
che i Goti non riuscivano a pronunciare correttamente e trasformarono
in Unni. Nulla poteva fermarli: la loro avanzata
travolse gli Alani nella battaglia del fiume Tanais (372 dopo Cristo),
da dove proseguirono nelle loro devastazioni minacciando
gli Ostrogoti. Mentre cercava di impedire agli Unni di attraversare
il Dnepr, il capo ostrogoto Ermanarico fu ucciso.
Un milione di Ostrogoti, guidati dai loro principi Alateo e
Safrax, dilagarono allora verso il territorio dei loro fratelli
goti, i Visigoti. Il capo visigoto, Atanarico, si rivolse all'imperatore
romano Valente perch intervenisse in modo da
impedire alla marea di Ostrogoti di invadere le terre dei Visigoti.
Valente esit, ma nel frattempo i Visigoti erano stati
sospinti a ridosso del Danubio. Allora l'imperatore romano
si dichiar disposto a concedere ai Visigoti di stabilirsi entro
i confini dell'impero, a patto che consegnassero le armi
e tutti i giovani in et da combattere. Ma mentre erano in
corso le trattative, e tutto lasciava prevedere che si sarebbero
protratte a lungo, due giovani principi visigoti, Alavio e
Fritigerno, incitarono il loro popolo a non accondiscendere
alle esagerate pretese romane. Un milione di Visigoti accorse
dunque alla loro chiamata alle armi; di essi duecentomila
erano guerrieri, ben addestrati e ben armati, che respinsero i
Romani e si aprirono la strada verso la Tracia.
Mentre i Romani erano impegnati in Tracia, una moltitudine
di Ostrogoti aveva raggiunto il Danubio nel bel mezzo
dell'inverno (376 dopo Cristo); qui blocchi di ghiaccio si erano ammassati
sul fiume. Sulla sponda opposta era situata la guarnigione
romana di Carnuntum, presidiata da una sola legione.
Il capo degli Ostrogoti, il principe Safrax, attese che tutto
fosse pronto, poi alz la spada: una freccia fiammeggiante
sal verso l'alto e centinaia di migliaia di lance furono sollevate
in aria. Lanci infine il grido di guerra cui rispose un
gioioso fragore, di metallo che batteva contro metallo e legno
contro legno. Il rumore aleggi nella fredda aria invernale
verso i legionari romani che presidiavano la riva opposta.
Mai prima di allora si era vista una simile moltitudine, di
trib e di guerrieri, pronta a invadere l'impero romano di
occidente. L'immensa valanga si mise in moto: con mogli e
bambini di tutte le et, animali domestici, cavalli e migliaia
di carri, scesero verso la riva e si avventurarono attraverso il
ghiaccio.
Era evidente che ben presto quelle due enormi masse di
Goti, sostanzialmente dello stesso sangue, ma nemiche da generazioni,
si sarebbero scontrate e che molto probabilmente
ci sarebbe stato un grande spargimento di sangue. Il che era
esattamente quello su cui contava l'imperatore romano. E
invece non si scontrarono affatto, almeno non con le spade
sguainate. Gli ostrogoti Alateo e Safrax incontrarono infatti
i visigoti Alavio e Fritigerno e strinsero un'alleanza che univa
le due trib in un'unica nazione, perch solo uniti avrebbero
potuto presentare un fronte comune contro le legioni romane.
L'imperatore Valente si trov dunque stretto in una morsa,
con due enormi armate in marcia contro Costantinopoli.
Cerc di superarli in astuzia, ma i risultati furono disastrosi.
La guerra tra Goti e Romani inizi nel corso di una trattativa
tra l'imperatore Valente e i capi visigoti. Fingendo di
voler intavolare trattative di pace, Valente aveva attirato i
principi nel suo accampamento; poi, mentre partecipavano
a un banchetto di benvenuto, gli uomini dell'imperatore fecero
irruzione nella sala: uccisero il visigoto Alavio, ma non
riuscirono ad assassinare Fritigerno. Da parte loro, le guardie
visigote ingaggiarono una lotta in cui morirono tutti, fino
all'ultimo uomo, ma nella mischia Fritigerno riusc a fuggire
attraverso una porta incustodita, salt in groppa al suo cavallo
e si precipit fuori, nella notte. Poi provvide a radunare
le trib. Prima di unire i suoi guerrieri visigoti con quelli
ostrogoti, si scontr con un esercito romano a Marianopoli
(Shumla, in Bulgaria, nel 377). Peraltro, non ebbe difficolt
a vincere, poich il modo di combattere dei Goti si basava
sulla mobilit e su una efficiente cavalleria. Dopo la battaglia,
Ostrogoti e Visigoti si unirono e insieme cominciarono
a compiere incursioni nella Tracia orientale romana.
Se continuiamo a stuzzicarli, i Romani ci attaccheranno
ammon l'ostrogoto Alateo. L'impero  una bestia gigantesca
che  meglio non svegliare. Volete combattere contro i
Romani?
S replic Fritigerno, e li sconfiggeremo.
In realt, li abbiamo sconfitti sul fiume e sulle montagne
afferm Safrax, il comandante in seconda degli Ostrogoti,
ma nessuno ha mai sconfitto le legioni in pianura. Non
riesco neppure a ricordare quando sia stata l'ultima volta che
qualcuno ci ha provato.
Possiamo schierare una gran quantit di uomini contro
l'impero, e la nostra gente canter le nostre imprese per migliaia
di anni ribatt Fritigerno, il cui scopo principale era
la vendetta piuttosto che il bottino.
Non tutte le trib risponderanno alla tua chiamata.
Risponderanno in molti se promettiamo loro le ricchezze
di Costantinopoli!
Ci fu un silenzio colmo di stupore. Attaccare Costantinopoli!
Fritigerno doveva essere matto! Ma Fritigerno parlava
con cognizione di causa: i legionari a piedi non avrebbero
mai potuto resistere alla cavalleria; e se Roma aveva i fanti, i
Goti avevano i cavalieri.
Un reparto di cavalieri ben allenati pu battere le legioni
! A poco a poco riusc a convincere gli altri e la guerra fu
decisa.
Un debole e incerto imperatore Valente fu infine costretto
a reagire; radun dunque un esercito che marci contro la
Tracia per impedire ai Goti di devastare l'intera provincia.
Mentre si dirigeva ad Adrianopoli passando per Costantinopoli,
con le forze concentrate nel settore orientale dell'imperium
romanum, lungo il confine Reno-Danubio si verific
qualcosa che per l'epoca pu essere davvero considerato
unico. Sia che fosse stato orchestrato dai Goti intenzionati a
far guerra o che si fosse trattato semplicemente di un contagio
spontaneo, sta di fatto che ogni trib germanica scese sul
sentiero di guerra e lungo tutta la frontiera Reno-Danubio
le guarnigioni romane furono duramente attaccate. Valente
chiese l'aiuto del suo co-imperatore, il nipote Graziano, che
si precipit sul Reno, dove gli Alemanni erano sconfinati in
Gallia. Graziano sconfisse i barbari ad Argentana (Colmar)
e 40.000 Alemanni, tra cui il loro re Priano, pagarono con la
vita il tentativo di invasione. Ma mentre Graziano vinceva, le
cose non andavano affatto bene per l'imperatore Valente nella
lontana Tracia, soprattutto dopo che a una forza congiunta
di circa 300.000 Goti si un un contingente di ben addestrati
ausiliari goti, che avrebbero dovuto combattere per Roma e
invece avevano ucciso i loro ufficiali romani prima di abbandonare
l'esercito imperiale. Gli ausiliari avevano portato con
s le armi, ma soprattutto avevano rivelato i piani di guerra
dell'imperatore.
Con questo, la guerra cambi decisamente registro. Il tribuno
Sebastiano, che presidiava l'ultima linea di difesa in
Tracia, venne informato dai suoi esploratori della possibilit
che un grosso contingente di barbari avanzasse rapidamente
dietro la protezione della cavalleria. I suoi esploratori avevano
cercato di superare la barriera ma erano stati respinti con
gravi perdite. Peraltro, un'avanzata cos rapida era del tutto
insolita, normalmente infatti quei barbari arrivavano come
una valanga, saccheggiavano tutto quello su cui riuscivano
a mettere le mani, poi si fermavano per godersi il bottino.
Sebastiano mand un numero maggiore di pattuglie di cavalleria
per tenere sotto controllo i movimenti del nemico
e, contemporaneamente, invi un messaggero a informare
l'imperatore.
Gli esploratori di Sebastiano avevano visto giusto: una
volta tanto, i Goti non si erano fermati a saccheggiare le
campagne, ma puntavano direttamente contro Adrianopoli.
Prima di notte avranno raggiunto i bastioni pi esterni
sospir il tribuno Sebastiano. Una dozzina di anni prima
avrebbe potuto disporre di tre legioni, ma dieci anni di litigi
e lotte interne avevano dimezzato i suoi effettivi. Inoltre, a
quel tempo gli imperatori preferivano evitare di avere armate
superiori allo stretto necessario per paura che si ribellassero,
si eleggessero un proprio imperatore e si schierassero contro
il legittimo augustus. Sebastiano doveva per fare di tutto
per fermare i Goti prima che raggiungessero Adrianopoli.
L'imperatore non avrebbe infatti mai perdonato il tribuno
che avesse permesso che una citt romana fosse saccheggiata
dai barbari. Doveva dunque rallentare il nemico e sperare
in un tempestivo arrivo di reparti di soccorso. L'imperatore
Valente era in marcia da Costantinopoli, ma se non giungeva
in tempo Sebastiano sarebbe stato schiacciato dagli zoccoli
dei cavalli goti.
Nei primi giorni dell'agosto del 378, l'avanzata dei Goti
si ferm improvvisamente, a sole dieci miglia dalla citt di
Adrianopoli. I Goti si accamparono in mezzo a dolci colline
e ampie vallate.
La determinazione romana di trarre il massimo vantaggio
dalla loro superba rete stradale era stata uno dei cardini della
loro strategia. Sfruttando al meglio le ben lastricate strade
militari, potevano infatti far percorrere rapidamente centinaia
di chilometri alle loro truppe per affrontare poderosi
eserciti nemici, formidabili se non altro per la loro schiacciante
superiorit numerica. Cos facendo, i generali romani
erano stati sempre in grado di radunare forze sufficienti a
infliggere una sconfitta pesante e immediata al nemico. I pi
illustri esponenti di questa strategia erano stati Mario e Cesare.
Ma tutto questo era accaduto cinquecento anni prima
e l'imperatore Valente non era Cesare.
Il futuro dell'impero cambi per uno scoppio di assurda
gelosia. Valente era invidioso dei successi che il nipote Graziano
aveva riportato sugli Alemanni, e anche di quelli del
suo subordinato, il tribuno Sebastiano, che con un contingente
relativamente ridotto era riuscito a ritardare l'avanzata
dei Goti mediante una serie di audaci sortite. La vigilia dell'8
agosto 378, l'imperatore raggiunse dunque Adrianopoli
con cinquantamila uomini. Qui venne a sapere che avrebbe
affrontato soltanto i Visigoti, e pens che si trattasse di
un'ottima occasione per mettere a posto le cose. In effetti,
gli Ostrogoti non c'erano, essendosi allontanati per una razzia.
Da parte sua, Valente non voleva dividere con nessuno
una vittoria che lo avrebbe innalzato al vertice della gloria.
Prese dunque l'affrettata e avventata decisione di non attendere
l'arrivo del secondo esercito romano agli ordini del
co-imperatore Graziano, che da nord stava dirigendosi verso
Adrianopoli. Graziano era a soli tre giorni di marcia e con
l'aggiunta dei suoi cinquantamila legionari, ben addestrati e
ben armati, con tanto di catapulte e di baliste, l'imperatore
Valente avrebbe non solo goduto di una schiacciante superiorit,
ma avrebbe preso i Visigoti in una tenaglia. Ma a che
prezzo? Avrebbe dovuto dividere il trionfo con quel parvenu
di suo nipote. Senza dunque permettere ai suoi uomini
di riposare, Valente condusse l'esercito direttamente contro
l'accampamento dei Goti. Voglio spazzarli via dalla faccia
della terra, non solo sconfiggerli. Voglio ucciderne cos tanti
che in futuro baster loro pensare all'augustus Valente per
cominciare a tremare.
Un unico episodio decise le sorti dello scontro. Cinque
giorni prima che Valente comparisse con le sue legioni, Fabio
Tullio, un inviato del tribuno Sebastiano, si era incontrato
con il capo dei Visigoti, Fritigerno. Il suo scopo era
duplice: cercare di fermare l'avanzata delle trib dei Goti offrendo
loro qualche concessione e, soprattutto, osservare le
dimensioni e il dislocamento delle loro forze. Mentre veniva
accompagnato nella tenda del capo goto, Fabio Tullio diede
un rapido sguardo all'accampamento. Quello che vide non
lo preoccup affatto: era pi simile a un caravanserraglio che
a un esercito.
Principe dei Goti disse l'inviato, faresti meglio a difendere
il tuo territorio dalla minaccia degli Unni che avanzano
da oriente invece di attaccare le truppe dell'imperatore.
Fritigerno, circondato da un gruppo di guerrieri dall'aspetto
minaccioso, guard sprezzante il romano. Mi sembra che
il tuo tribuno si stia rotolando nella polvere chiedendo la
pace. Lascia che sia il vostro augustus a rotolarsi in quella
polvere. Torna dunque dal tuo superiore e digli che siamo
noi che esigiamo vendetta per il vile assassinio del nostro
principe ordinato dal vostro augustus. I guerrieri annuirono
e pestarono i piedi. Fritigerno aggiunse sogghignando: E
poi, non ci sono tesori in mezzo agli Unni.
Dal momento che Fabio Tullio aveva incontrato soltanto
il visigoto Fritigerno e che nell'accampamento aveva visto
esclusivamente guerrieri visigoti, rimase con l'erronea impressione
che le trib si fossero divise e che dunque i Romani
si sarebbero trovati di fronte soltanto i Visigoti. Al suo ritorno,
rifer il tutto a Sebastiano, che a sua volta lo comunic
all'imperatore. Si tratt di un tipico caso di battaglia ingaggiata
affrettatamente e avventatamente da uno dei contendenti
che agiva sulla base di informazioni sbagliate. Infatti, quello
che i Romani non sapevano era che Fritigerno era stato scelto
dalle due trib come comandante supremo, pur condividendo
ogni responsabilit con i principi degli Ostrogoti, Alateo e
Safrax. Ora, il giorno della visita di Fabio Tullio, molti guerrieri
visigoti erano andati a caccia per procurarsi carne fresca
e gli Ostrogoti erano impegnati in una razzia.
Fritigerno contava sul fatto che Valente si fermasse ad
Adrianopoli in attesa dell'arrivo dell'esercito di Graziano, e
rimase sorpreso quando gli fu comunicato che l'imperatore
aveva invece superato Adrianopoli e si stava dirigendo verso
di lui. Fritigerno non perse tempo e invi delle staffette a
intercettare Alateo e Safrax, per richiamare al pi presto gli
Ostrogoti. Per affrontare con successo le legioni dell'imperatore,
che riteneva si fossero ormai congiunte con le truppe
di Graziano, aveva assolutamente bisogno di avere al fianco
gli Ostrogoti nella battaglia che sapeva di dover combattere.
Infatti non c'era pi tempo di togliere il campo e andarsene;
la presenza di moltissime donne, bambini e bestiame avrebbe
reso pressoch impossibile una rapida ritirata. Fritigerno
poteva soltanto sperare che il suo messaggio avesse raggiunto
in tempo i capi ostrogoti.
Su tutte le alture che circondavano l'accampamento, nelle
prime ore del mattino si vedevano brillare fuochi di bivacco
e non appena si sparse la voce dell'avvicinarsi dei Romani,
un'immensa folla si radun davanti alla tenda di Fritigerno,
che dovette affrettarsi a rassicurarla.
Quando Roma era ancora invincibile, l'unica differenza
tra i capi e i semplici soldati era una striscia rossa sulla
tunica. Ma oggi, quegli stessi patrizi indossano abiti di seta
e porpora, non cavalcano pi i loro cavalli, ma li attaccano
a carri colorati e poi si fanno trasportare su cuscini di seta
nelle loro lussuose tenute lungo la costa. E i loro imperatori,
ognuno vuole vedere la sua immagine riprodotta nelle statue
pi alte e imponenti, collocate in mezzo alle piazze, e sono
contenti soltanto quando la gente orna la loro immagine di
pietra con oro.
Giocava sul fatto che i Goti, essendo nomadi, non erano
abituati alle statue e ai simboli permanenti. La folla scosse la
testa, neppure il pi potente dei re avrebbe mai pensato di
farsi costruire una statua!
Ma sapete qual  la cosa peggiore?
Diccelo, Fritigerno grid la folla.
La cosa peggiore  che per il loro piacere non si intrattengono
con le mogli, ma si scelgono dei graziosi ragazzi...
I presenti lanciarono grida di disgusto, poich per loro nulla
era abbietto quanto la perversione sessuale.
C' oro e ci sono donne da prendere. E loro si sono presi
tutto. Il potere dell'imperium romanum  dovuto alla fortuna.
A questo, e all'agire al momento opportuno. Volont e
forza da sole non sono sufficienti per la conquista. Lo stesso
vale per noi. E il nostro momento opportuno  adesso!
I Goti alzarono le armi.
Attenti a noi, Romani, attenti a noi, perch noi siamo i
Goti, siamo il terrore, siamo il demonio...
Fritigerno si rizz sulla sella. Il suo viso mostrava orgoglio,
ma anche rabbia. Era come se solo allora avesse scoperto
che non ci sarebbe mai stata pace tra Romani e Goti.
Ed era vero: vivevano sotto lo stesso cielo, ma in due mondi
separati.
Augusto Valente aveva unito le sue truppe a quelle di
Sebastiano davanti ad Adrianopoli e marciava direttamente
contro l'accampamento dei Goti. Aveva 60.000 uomini, i Visigoti
ben 200.000. Ma i suoi uomini erano meglio addestrati,
meglio armati e disciplinati. L'avanzata li portava lungo
una vallata fiancheggiata da colline; aveva scelto quella valle
perch costituiva il campo di battaglia ideale per i suoi reparti,
formati prevalentemente di unit di fanteria. La notte
precedente, molti dei suoi cavalieri, valorosi Goti al soldo
di Roma, avevano per abbandonato il campo per unirsi ai
fratelli barbari. La situazione era folle: cavalieri con divise
romane e spade romane si sarebbero lanciati contro di lui.
Una volta vinta la battaglia, li avrebbe messi tutti a morte.
Per intanto, per, bisognava riportare la vittoria!
9 agosto 378 dopo Cristo Il sole sal rapidamente sopra l'orizzonte,
ma molti non lo avrebbero visto tramontare. La battaglia
ebbe inizio con una mischia furibonda quanto confusa. I Romani
attaccarono senza un piano preciso e i Goti risposero
allo stesso modo. Come due gigantesche testuggini che avanzavano
l'una contro l'altra, ausiliari romani pesantemente
armati si scontrarono improvvisamente con i guerrieri visigoti.
Lo scontro cominci con i due schieramenti che si
gridavano insulti; poi si precipitarono gli uni contro gli altri,
senza che nessuno fosse disposto a cedere. La situazione fin
completamente fuori controllo non appena altri combattenti
si unirono alla zuffa, finch si ingaggi una vera e propria
battaglia: tutto senza il minimo intervento dei rispettivi comandanti,
che se ne stavano in groppa ai loro cavalli incapaci
di prendere in mano la situazione. Di fatto non c'era la
minima possibilit di vittoria n per gli uni n per gli altri e
nessuno era disposto ad abbassare la spada per schierarsi in
formazione da combattimento. La confusione era cos grande
che persino i loro comandanti non erano pi in grado di
distinguere gli amici dai nemici, soprattutto dal momento
che uniformi romane erano indossate dai barbari disertori.
Le cose andarono avanti cos per circa mezz'ora finch entrambi
i contendenti furono cos esausti che cominciarono
lentamente a sganciarsi. I Romani, pi disciplinati e meglio
addestrati, furono i primi a reagire; si schierarono in formazione
da battaglia e posizionarono le macchine da assedio e
le catapulte. Una pioggia di proiettili di acciaio lanciati dalle
terribili baliste si abbatt sulla massa di Visigoti privi di leadership,
e gli uomini colpiti furono decine e decine.
Il comandante visigoto, Fritigerno, percorse il campo gridando
ordini, nel tentativo di ottenere una parvenza di disciplina.
Sapeva che a momenti ci sarebbe stato l'attacco da
parte dei Romani, ma non pot far altro che assistere alla carica
della sua indisciplinata marmaglia contro gli altrettanto
indisciplinati ausiliari dei Romani in un furioso corpo a corpo.
L'assalto non serv a Valente, che non poteva attaccare
con le sue disciplinate legioni mentre lateralmente avveniva
quella baraonda, ma consent a Fritigerno di prendere
tempo. Il capo visigoto ordin infatti di far scendere i carri
lungo il fianco della collina, e di addossarli gli uni agli altri
in modo da formare una barriera sul fondovalle. L'altra cosa
che gli riusc di fare fu impedire ai suoi cavalieri di spingersi
avanti e di partecipare all'inutile massacro. Quando guard
di nuovo verso la vallata vide che i centurioni erano riusciti
a riprendere il controllo dei loro uomini. Con le falangi
schierate e gli stendardi al vento, per i Goti si avvicinava il
momento critico, ma Fritigerno non aveva ancora notizie
degli Ostrogoti. Se non fosse riuscito a disimpegnare i suoi
guerrieri da quell'inutile scontro e a schierarli compatti di
fronte ai carri, il disastro sarebbe stato inevitabile.
Valente sapeva che i suoi uomini erano di gran lunga superiori
all'orda di barbari che gli stava davanti. Anche se
lentamente si stavano schierando in qualcosa di simile a una
formazione da combattimento, quel branco di segugi poteva
al massimo morderlo, ma di certo non avrebbe mai vinto.
I Goti avevano sputato sugli accordi stretti con l'imperium
romanum poich si illudevano di essere pi forti delle legioni
romane. Simili illusioni erano pericolose. Valente non
voleva soltanto vincere una battaglia, voleva annientare le
trib. Comunque voleva essere certo di non commettere un
fatale errore, come era accaduto a suo fratello Valentiniano
quando era andato incontro alla morte. Lungo il confine con
il Danubio, Valentiniano aveva infatti sottostimato la determinazione
e il coraggio dei Goti, un popolo di antica data,
imbevuto di tradizioni e credenze, una delle quali era la fede
nella propria invincibilit.
Valente alz la mano per fermare le sue guardie del corpo.
Voleva farsi avanti da solo e guardare negli occhi di quel
presuntuoso visigoto prima di costringerlo a inginocchiarsi e
mettergli il piede sul collo. Aveva fatto pochi metri quando le
trombe dei Goti cominciarono a suonare. Si volt sulla sella
per guardare i suoi uomini, che lo acclamarono a gran voce.
I nostri uomini sono impazienti, Augusto lo mise in
guardia il tribuno Sebastiano.
Maledizione. Non abbiate fretta, lasciate che la paura si
impossessi dei barbari rispose Valente. Aveva sperato che i
barbari si gettassero contro le sue schiere o si spaventassero
alla vista delle sue legioni e si dessero alla fuga. Invece non
facevano nulla di tutto questo. L'imperatore sollev le mani:
con passo cadenzato migliaia di legionari si fecero avanti
dietro il muro di scudi. Era uno spettacolo spaventoso, che
per molti secoli aveva atterrito i nemici. Ed ecco che improvvisamente
esitarono, poi si fermarono; sembrava che tra
le sue truppe si diffondesse una certa irrequietezza mentre
fissavano un punto in lontananza, dove i raggi del sole
facevano scintillare l'acciaio di molte armature, troppo lontane
perch si potessero riconoscere le loro bandiere. Certamente
si trattava dell'avanguardia dell'esercito di Graziano, che si
era mosso pi rapidamente del previsto. Molti reparti romani
lanciarono un grido di trionfo: i rinforzi stavano per arrivare
alle spalle del nemico, quei maledetti Goti sarebbero
stati presi in una morsa e la battaglia si sarebbe risolta in una
semplice passeggiata.
Anche Fritigerno aveva notato qualcosa di insolito. Guard
oltre i suoi uomini, verso la schiera di legionari che avevano
ripreso ad avanzare lentamente attraverso l'ampia piana
che separava le due colline. Si spinse lungo la barriera
di carri. Siate valorosi, guerrieri goti. Dobbiamo vincere
o morire. Con un urlo selvaggio, i Goti alzarono gli scudi
e brandirono le spade, poi si lanciarono contro la falange
romana. Davanti a tutti cavalcava Fritigerno in groppa al suo
massiccio stallone, sfrecciando sul terreno bagnato, mentre
il fango schizzava sotto gli zoccoli del cavallo. Punt direttamente
contro un centurione romano che esibiva piume rosse
sull'elmo e marciava alla testa della schiera. Il capo goto
riun le redini nella mano sinistra e vibr la sua lunga spada
barbarica. Con un solo colpo tagli la testa del centurione,
un'impresa osservata con grande stupore sia dai Goti sia dai
Romani.
Intanto i Romani avevano conficcato i loro scudi a terra e
formato un solido muro; poi attesero l'impatto. Per qualche
minuto il loro mondo si ferm... Valente chiam i cavalieri
romani di cui poteva ancora disporre; poche centinaia si fecero
avanti cavalcando attorno all'ala destra, sempre pi velocemente.
Il fragore divenne assordante... i Goti avanzarono
e poi incespicarono a centinaia. La pioggia di frecce scagliate
dagli archi romani li aveva paralizzati e in men che non si dica
si erano voltati, cercando di sfuggire alla gragnola di proiettili
scagliati dalle catapulte di Valente. L'imperatore invi i suoi
portaordini intimando alle legioni l'avanzata generale.
Erano a trecento metri dall'accampamento dei Goti, quando
un cavaliere si precipit gi dalla collina, con il corpo che
ondeggiava pericolosamente sulla sella. Il sangue sgorgava
da una profonda ferita sul petto. Con grande fatica scese da
cavallo e barcollando si avvicin all'imperatore. Augusto,
i barbari stanno arrivando... riusc a mormorare prima di
crollare. Quali barbari? Ma l'uomo era morto e i morti non
rispondono. Il viso di Valente era teso e sbalordito. I barbari?
Non era possibile.
Quando l'avanguardia fu a poche centinaia di passi dalla
barriera di carri e i corni da guerra delle legioni suonarono
l'attacco finale, improvvisamente un lampo balen sulle
colline che sovrastavano il campo di battaglia. Barbari! I cavalieri
ostrogoti erano arrivati da est! In effetti, come erano
soliti fare quando davano la caccia agli animali selvatici,
avevano nascosto la marcia di avvicinamento compiendo un
ampio giro. Avevano seguito il fragore della battaglia e una
volta udito il suono metallico del cozzare delle spade, si erano
divisi in due gruppi, uno al comando di Alateo e l'altro di
Safrax. La sorpresa fu totale. Apparvero come un'onda sulla
cima delle due colline, vicino, troppo vicino perch le avanzanti
legioni romane e i loro comandanti avessero modo di
reagire in tempo. Valente ordin alle legioni di voltarsi nella
direzione opposta e puntare contro i fianchi della cavalleria
ostrogota, ma era troppo tardi perch una simile manovra
potesse essere effettuata. I cavalieri goti si precipitarono gi
dalle colline su entrambi i lati della valle. Erano cos numerosi
e cavalcavano in formazione cos stretta che le loro ginocchia
si toccavano.
Prima di venire in contatto, si disposero in formazione
aperta con Alateo al centro. Venti passi dietro di loro si
fece avanti un'altra schiera di cavalieri goti. In questo modo
erano sparpagliati su una vasta area, ma ancora in grado di
accerchiare i Romani. Contemporaneamente i fanti visigoti
avevano raggiunto il fronte romano: le spade cozzarono
contro le spade, i corpi contro i corpi, rendendo praticamente
impossibile alle legioni voltarsi e fronteggiare i cavalieri.
Le trombe romane suonarono una frenetica ritirata, ma per
troppi di loro non era possibile alcuna ritirata. Una densa
nuvola di polvere copriva quella che si poteva definire una
carneficina di massa.
Due intere legioni, comandate da ufficiali romani ma
composte di ausiliari illiri e traci, deposero le armi e si arresero.
I legionari vennero subito circondati e spinti oltre la
barriera di carri da alcuni guerrieri. Qui dovettero affrontare
una massa di donne visigote isteriche che urlavano e imprecavano,
brandendo ogni sorta di armi, dai forconi ai coltelli
da cucina. Ci volle tutta la decisione delle guardie visigote
per impedire alle donne di massacrare i prigionieri. Per loro
la guerra era finita e il futuro tutt'altro che roseo: se avessero
vinto i Romani sarebbero stati giustiziati per codardia e se
avessero vinto i Goti sarebbero diventati schiavi.
La resa degli ausiliari di Valente aveva aperto un varco nel
fianco destro dello schieramento romano, e Fritigerno, dopo
aver radunato i suoi cavalieri visigoti, aveva aggirato il campo
di battaglia e si era gettato contro l'avanguardia dei Romani.
I suoi barbari dilagarono sulle legioni come una tempesta di
sabbia sulla superficie del deserto e i Romani che si trovarono
di fronte alla cavalcata dei Visigoti furono semplicemente travolti.
Le asce si abbatterono sulle teste, le armature andarono
in pezzi sotto i colpi delle pesanti spade e le lance infilzarono
migliaia di corpi. Abbandonati dai loro ausiliari, bloccati
sul davanti da una barriera di carri, martellati sui fianchi
da due ali di cavalleria ostrogota e attaccati alle spalle dai
cavalieri visigoti, i Romani continuavano a combattere, ma
quella che era sembrata una vittoria certa si stava rapidamente
trasformando in una lotta con la morte. I furiosi attacchi
che si erano abbattuti sulle loro legioni avevano suddiviso
lo schieramento romano in coorti separate, finch soltanto
piccoli gruppi continuavano a combattere. In quei momenti
brutali, di rissa corpo a corpo, i colpi di spada non facevano
distinzione tra amici e nemici. Era una piccola consolazione
che non ci fosse modo di sapere chi era stato trucidato e dalla
spada di chi. I legionari cominciarono a dar segni di cedimento,
la loro forza a venir meno a mano a mano che attorno
alle coorti si ammucchiavano i corpi dei caduti. Non era
tanto il silenzio dei morti quanto il dover ascoltare le grida
di dolore dei feriti, condannati a morte certa, a minare la volont
di combattere dei soldati romani. L'unico loro pensiero
divenne salvare la pelle dandosi alla fuga; ma trovarono ogni
via d'uscita sbarrata da orde di cavalieri goti che correvano
da ogni parte trafiggendo la schiena di coloro che cercavano
di fuggire. Non un solo uomo fu risparmiato.
Il rumore cess; il campo di battaglia era cosparso di cumuli
di cadaveri nei punti in cui uomini coraggiosi avevano
combattuto fino all'ultimo. Quando il sole giunse allo zenit,
i corni da guerra dei Goti suonarono la fine della vittoriosa
battaglia. I nemici morti o morenti furono lasciati in pasto
agli sciacalli e alle poiane. Poi, verso sera si alz il vento e
copr il campo di battaglia, cosparso di corpi, di un velo di
fine polvere.
Pi tardi, mentre sciacalli umani spogliavano i caduti degli
oggetti preziosi, una pattuglia di Goti trov Augusto Valente
ferito, ma ancora vivo. Trascinato davanti al vittorioso
Fritigerno, offr al principe barbaro una immensa somma in
cambio della vita. Ma il goto rifiut: voleva vendicare l'ignobile
atto commesso dal romano, null'altro. In che modo un
imperatore romano sia stato messo a morte da un barbaro la
storia non lo ha tramandato, sappiamo soltanto che fu ucciso
insieme al fedele tribuno Sebastiano e a tutti i prigionieri
romani.
Ottenuta la vittoria e con Adrianopoli a portata di mano,
i Goti stavano per dirigersi verso la citt quando una vedetta
giunse di corsa nell'accampamento con la notizia che
l'esercito di Graziano era infine arrivato e che la citt era
difesa da un forte contingente di legionari. I Goti, essenzialmente
un esercito di mobilissimi cavalieri che non avevano
mai imparato ad attaccare le robuste mura di una fortezza, si
allontanarono da Adrianopoli e si diedero a devastare il resto
della Tracia: la loro spaventosa distruzione dei favolosi tesori
dell'antica Grecia, di templi, monumenti e manoscritti li fece
passare alla storia come i barbari goti(2).
In una delle numerose battaglie tra i Visigoti impegnati a
razziare e le forze romane del tribuno Promoto, il principe
Fritigerno fu ucciso (383 dopo Cristo).
Con l'annientamento dell'ultimo esercito romano
dell'imperatore Valente, la battaglia di Adrianopoli divenne
uno spartiacque della storia antica: spogli l'imperium
romanum delle sue difese e ne caus gradualmente il crollo.
Inoltre diede inizio a una rivoluzione nella storia militare:
il declino della fanteria a opera delle formazioni a cavallo.
Le legioni romane furono calpestate dagli zoccoli della cavalleria
barbarica. In parecchie occasioni della sua storia
Roma aveva subito batoste altrettanto pesanti, ma mai cos
decisive. La battaglia di Adrianopoli fu un conflitto epocale
e l'impero ne fu scosso fino alle fondamenta(3). Pi della minaccia
di Annibale dopo il disastro di Canne, la battaglia di
Adrianopoli divenne un punto di svolta. Sconfitto Valente,
l'impero romano, che durava da mezzo millennio, si avviava
verso la fine.
Il dramma di Adrianopoli inizi quando una spia commise
un errore e un imperatore bas la sua strategia su un'informazione
sbagliata. Il tutto aggravato dalla negazione del
comune senso tattico, quando quello stesso imperatore accecato
dal desiderio della vittoria lanci il suo esercito contro
un nemico che appariva diviso, senza aver prima preso informazioni
circa i movimenti dell'altra met delle truppe avversarie.
E il caso, con l'improvvisa e inattesa comparsa di una
schiacciante massa di cavalieri, decise le sorti dello scontro.
La battaglia fece dei Goti una potenza di primo piano,
azzerando la convinzione romana dell'inferiorit dei popoli
barbari. Ad Adrianopoli l'ultimo esercito di Roma era stato
annientato: a quel punto la fine dell'imperium romanum era
inevitabile.
...
.
...
Note.
.
1. E. Gibbon, Declino e caduta dell'impero romano, Mondadori, Milano 1987.
2. Il termine gotico riferito a un tipo di cattedrale medievale voleva indicare uno stile barbarico e deriva dalle devastazioni compiute dai Goti in Tracia.
3. M. Bang, Cambridge Medieval History, vol. 1.
...
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...
CAPITOLO 17.
...
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...
QUANDO ROMA CADR, CADR ANCHE IL MONDO.
...
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...
Roma, 24 agosto 410 dopo Cristo
...
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...
Adest Alaricus, trepidarti Romam obsidet, turbat, irrumpit. Alarico si presenta alle porte di una Roma in preda al panico, la assedia, la precipita nel caos e irrompe in citt.
Orosio, Historiae adversus paganos, 414 dopo Cristo.
...
.
...
Il prefetto romano responsabile della regione delle Alpi
Giulie era seccato. Da quelle parti il confine era stato tranquillo
per anni e ora, proprio quando contava di ritirarsi nelle sue
ricche tenute nei pressi di Herculaneum e lasciare che fosse
qualcun altro a occuparsi di quella maledetta provincia, ecco
che a rovinare i suoi progetti compariva un cavaliere che osava
annunciargli un'invasione di barbari. Le vedette avevano
visto soltanto una piccola avanguardia, ma pensavano che alle
loro spalle si muovesse un contingente ben pi numeroso.
Dobbiamo spingerci verso le colline per dare loro una
bella lezione disse il prefetto Giulio Caio Licinio, che sapeva
di non essere un gran generale. E passato molto tempo
da quando abbiamo compiuto una spedizione. Questa volta
per distruggeremo questi barbari; non ci limiteremo a
sconfiggerli, ma ne uccideremo cos tanti che non oseranno
mai pi tornare indietro! Riteneva che con le sue legioni
rafforzate da ausiliari dell'Illiria avrebbe potuto rapidamente
aver ragione dell'incursione e inoltre avrebbe dato qualcosa
da fare a quegli sfaticati legionari, che al momento battevano
la fiacca. Ma Giulio Caio Licinio non si rendeva conto, e
neppure cerc di scoprirlo, di quello che sarebbe accaduto a
lui personalmente. Alcune settimane dopo era morto e cos
pure quel che rimaneva della sua legione. Anche perch non
si erano scontrati con qualche piccola trib di barbari, ma
con i vincitori di Adrianopoli, i Goti!
Con l'imperatore Onorio, una personalit estremamente
scialba e poco leale, ebbe inizio la fine dell'impero romano
di Occidente e il clima effeminato che regnava alla sua corte
contagi ben presto le legioni. I legionari presero infatti a lamentarsi
non solo per i bassi salari, ma anche per l'eccessivo
peso delle armature e degli elmi; la disciplina sub un tracollo(1),
l'addestramento venne abbandonato e le esercitazioni militari
snobbate. La terribile spada romana aveva perso la sua
affilatura: dal disastro di Adrianopoli in poi, l'imbelle esercito
romano veniva umiliato dai nemici e ogniqualvolta doveva
affrontare un avversario temibile preferiva l'ignominia della
fuga alla determinazione che aveva portato gli antenati alla
grandezza. Purtroppo, avrebbe dovuto affrontare ancora una
volta un nemico di tutto rispetto, un fiero popolo guerriero
pronto a usare la forza bruta e la violenza cieca per saccheggiare
la Citt Eterna. Non solo, ma questo popolo era guidato
da uno dei pi forti guerrieri dell'epoca, il goto Alarico.
Alarico, principe dei Visigoti, era entrato a far parte delle
truppe dell'imperatore Teodosio come comandante della
cavalleria. Mentre prestava servizio presso l'esercito romano,
il giovane Alarico dedicava gran parte del suo tempo ad apprendere
tutto il possibile in fatto di strategia militare, che
gi allora aveva in mente di usare contro i suoi istruttori.
Nel 390 dopo Cristo, condusse i Goti in un'incursione oltre il
Danubio, e fu la prima volta che mise alla prova il sistema
difensivo di Roma. Teodosio, impegnato a battersi con le
truppe di Valentiniano Secondo e dovendo far fronte a una guerra
civile, riusc ancora una volta a fermare l'avanzata di
Alarico intavolando trattative di pace. Nel frattempo, un generale
romano, Magno Clemente Massimo, aveva usurpato la
corona di Graziano e affrontato Teodosio in battaglia. Con
l'aiuto di un giovane e brillante generale vandalo, Stilicone,
Teodosio sconfisse Massimo. Con questa vittoria l'impero fu
nuovamente unito sotto un unico imperatore, Teodosio, che
risiedeva a Costantinopoli, mentre Stilicone divenne di fatto
il custode della pace. Con la morte di Teodosio, l'impero
fu diviso tra i suoi inetti figli, Arcadio, cui assegn l'Oriente,
e Onorio, cui tocc l'Occidente.
Onorio divenne dunque il nuovo augustus dell'impero romano
di Occidente, ma era imperatore soltanto di nome, dal
momento che tutto il potere era nelle mani di Stilicone, comandante
dotato di grande abilit e coraggio. Onorio odiava
Stilicone per il suo successo, la sua nobilt e la sua popolarit,
ma Stilicone era l'unico capace di salvare l'impero. Con la
sua politica di tolleranza teneva a bada i barbari che da parte
loro fornivano soldati alle coorti romane, e divenne cos benvoluto
dalle legioni ausiliarie che finirono per considerarlo
un padre e combattere per lui come se si fosse trattato di un
esercito privato.
Mentre lotte interne assorbivano le energie delle due
parti dell'impero romano, un nuovo pericolo si affacciava
a oriente: gli Unni di re Uldin erano a corto di pascoli per
le loro immense mandrie di cavalli e iniziarono a spingersi
verso occidente. Il risultato fu che il neoeletto re dei Visigoti,
Alarico, infranse il trattato che aveva stretto in precedenza
con Stilicone e intraprese una serie di razzie in Tracia (395
dopo Cristo). Scorrazzava per il paese a suo piacimento, mentre i
suoi Goti devastavano e saccheggiavano. Nel tentativo di salvare
il salvabile, Stilicone marci contro di lui alla testa delle
sue legioni, ma gli fu ordinato di tenersi fuori dal territorio
della Tracia dall'imperatore d'Oriente, Arcadio, che temeva
di pi la presenza di un generale vandalo e del suo esercito
privato che non le devastazioni causate dalle razzie dei
Goti. Sotto un certo punto di vista aveva ragione: Stilicone
era l'uomo del momento e soltanto la sua abilit riusciva a
impedire che il traballante imperium romanum d'Occidente
crollasse definitivamente. Tuttavia sulle province pi esterne
la pressione dei barbari continuava a crescere, mettendo in
pericolo anche il centro dell'impero.
Nel 401 Alarico accett il pagamento di un ingente riscatto
da parte degli ambasciatori dell'imperatore Arcadio per
andarsene dai territori dell'impero d'Oriente. Alarico mise
allora gli occhi sulle ricche citt dell'Italia settentrionale. Il
che significava scontrarsi con le legioni di Stilicone. Ma prima
che Stilicone avesse modo di posizionare le sue truppe,
Alarico sorprese le deboli difese romane a protezione del limes(2)
e attravers il Danubio, poi il suo esercito super le Alpi
Giulie e dilag nei territori sottostanti. Il panico si diffuse
non appena si seppe che la destinazione ultima era Roma. Da
parte sua, l'imperatore pens bene di abbandonare la citt e
rifugiarsi a Ravenna, una fortezza circondata da alte mura e
da miglia e miglia di impenetrabili paludi. Qui si barric nel
suo palazzo, circondato da pavidi consiglieri.
Stanno arrivando! Avevano gi saccheggiato l'impero
prima d'ora, ma mai con tanta violenza diceva un tremante
augustus. Di che religione sono?
Alcuni barbari si professano cristiani, ma i cristiani
dell'impero d'Oriente dicono che non  cos.
Gli ausiliari barbari che combattono nelle mie armate
cristiani lo sono di certo... e impediranno ai pagani di fare
del male al loro imperatore cristiano...
Non fu cos.
Alarico aveva la determinazione di un segugio e da coloro
che combattevano per lui esigeva una lealt che confinava
con il fanatismo. Peraltro, combattere per il grande sovrano
era considerato l'onore pi grande per ogni giovane goto e
in vista di questa razzia di proporzioni gigantesche Alarico
aveva scelto i suoi migliori guerrieri. Dopo aver sbaragliato
la legione del prefetto Licinio e superato la catena montuosa
che separa la valle del Danubio dal mare Adriatico, Alarico
conquist la pi importante citt dell'Adriatico, Aquileia(3),
che diede alle fiamme. Un inverno eccezionalmente precoce
ferm tuttavia la sua marcia verso Roma, costringendolo
ad accamparsi nella valle del Po. Lasci dunque ai Romani
l'inquietante interrogativo circa la meta contro cui si sarebbe
diretto a primavera: Ravenna, Milano o Roma?
La sosta invernale diede modo a Stilicone di attraversare
personalmente il Passo del Brennero e di chiamare a raccolta
i foederati delle trib della Rezia, sull'alto Danubio. L'oro romano
gli consent inoltre di comprarsi un esercito e agli inizi
della primavera pot cos condurre le sue truppe attraverso
il Passo del San Gottardo e dirigersi verso Milano, assediata
da Alarico.
Non dimenticare, re Alarico, che Roma pu contare sulla
sua amicizia con gli Alemanni e i Reti. Era vero: il nome
di Stilicone ispirava sicurezza e fiducia a molte trib barbariche.
Costoro potrebbero accorrere a dare manforte a
Stilicone e impedirci di conquistare l'impero d'Occidente.
Non siamo venuti a conquistare un territorio. Le nostre
guerre non sono mai volte a conquistare territori ma a fare
bottino. Se avesse richiesto loro di avanzare rapidamente,
sapeva che i suoi uomini gli avrebbero ubbidito e lo avrebbero
seguito invece di sostare qua e l per razziare. Ormai
erano penetrati profondamente nel territorio nemico e se si
fossero fermati per fare bottino, o avessero diviso le forze,
sarebbero stati tutti uccisi.
Dall'alto corso del Danubio, Stilicone aveva ordinato alle
legioni di stanza in Gallia e lungo il Reno di unirsi a lui a
Milano. Quando il re goto venne a conoscenza dei piani di
Stilicone, marci contro di lui: il che port a tre scontri, peraltro
non decisivi. Il primo avvenne nel marzo del 402, nei
pressi di Asti. Vinse Stilicone. Tre settimane dopo, il 6 aprile,
Stilicone attacc improvvisamente l'accampamento di Alarico
nei pressi di Pollentia mentre i Goti erano impegnati nella
celebrazione della Pasqua. Inizialmente lo scontro volse
a favore di Stilicone, finch Alarico riun la sua cavalleria e
inflisse pesanti perdite ai Romani e ai loro foederati, gli Alani.
Mentre questa battaglia infuriava al di fuori dell'accampamento,
Stilicone e un reparto di cavalieri romani punt
verso il campo di Alarico e lo devast, prendendo un certo
numero di prigionieri, tra cui la moglie prediletta di Alarico.
Ancora una volta, non c'erano n vincitori n vinti e Onorio
pag un'ingente somma perch Alarico lasciasse l'Italia. Prima
della fine dell'anno per i Goti erano tornati. Nel giugno
del 403, Stilicone affront Alarico nei pressi di Verona, dove
riusc finalmente a fermarne l'avanzata nell'Italia centrale.
Dopo questa battaglia, che indebol notevolmente entrambe
le parti, i due contendenti pensarono bene di trattare. Alarico
rinunci alla sua fedelt all'imperatore d'Oriente, Arcadio,
in cambio della nomina a governatore dell'Illiria da parte
dell'imperatore d'Occidente, Onorio. In questo modo Roma
port via l'Illiria a Costantinopoli, dal momento che Alarico
ne era gi il governatore, sebbene nominato da Arcadio.
L'imperatore d'Occidente firm l'accordo, e onde evitare
qualsiasi occasione di offesa ai Goti e al loro re, Onorio
accondiscese a tutte le loro richieste e capricci. Se cos facendo
dava prova della propria debolezza, aveva soltanto da
biasimare se stesso. L'opinione pubblica lo considerava un
vanesio, un altro profumato Nerone che si trastullava mentre
Roma bruciava; inoltre, vista la malafede pi volte mostrata,
i Goti non si fidavano affatto di lui. La corruzione e la debolezza
dell'imperatore cominciavano a minare l'impero.
Mentre Stilicone combatteva contro Alarico, un semplice
soldato romano di stanza in Britannia, Costantino, si era
proclamato imperatore in Britannia e Gallia ed esercitava il
potere insieme alle trib barbare che razziavano il territorio.
La rivolta di Costantino mise fine alla dominazione di Roma
sulla Britannia, cosicch, privata della protezione delle legioni
romane, l'isola fu in bala delle numerose invasioni di
Fitti, Scoti e Sassoni.
Alarico e Stilicone erano avversari sul campo di battaglia,
tuttavia provavano reciproco rispetto e ammirazione, come
spesso accade tra valorosi guerrieri. Il vandalo e il goto, entrambi
barbari, parlavano con l'autorevolezza di leader e le
loro decisioni sul modo di risolvere i conflitti erano prese senza
interpellare un imperatore che se ne stava rintanato dietro
le mura di Ravenna. Il che preoccup il gelosissimo Onorio,
facendogli temere di venire estromesso dagli affari di stato.
Per giunta l'essere rimasto chiuso per mesi dietro le mura del
suo palazzo, senza avere alcuna nozione di quello che accadeva
all'esterno, aveva aumentato soltanto la sua paranoia.
Onorio cospir con tre generali patrizi romani, Turpilio,
Varanes e Vigilazio per eliminare Stilicone e poi rimuovere
tutti i comandanti barbari dalle legioni, cos da sostituirli con
uomini leali soltanto a Onorio. L'assassinio fu attentamente
pianificato affinch i suoi pi stretti luogotenenti fossero presi
nella stessa trappola. I tre non pensarono neppure per un attimo
che tutti gli ufficiali pi competenti provenivano dalle file
degli ausiliari barbari e che un'epurazione del genere avrebbe
irrimediabilmente indebolito le legioni romane. L'assassinio
di Stilicone (408 dopo Cristo) acceler la fine di Roma. Onorio diede
una festa in onore di Stilicone e mentre il grande generale
sedeva alla tavola dell'imperatore, uomini armati fecero irruzione
nella sala e lo trafissero insieme ai suoi compagni. Poi
varie unit di cavalleria perlustrarono le guarnigioni dell'Italia
settentrionale per massacrare gli ufficiali di Stilicone. Unit
ausiliarie di Reti, Alani, Illiri e Galli si trovarono in una
situazione disperata: le loro famiglie, residenti nelle citt italiane,
vennero prese in ostaggio per impedire loro di reagire.
In questo momento di grande difficolt chiesero l'aiuto del
nemico di un tempo, il goto Alarico. Alarico era un opportunista
e comprese immediatamente che una simile richiesta
gli consentiva di realizzare il suo sogno: conquistare Roma.
Nel 409 Alarico, a capo di un possente esercito, attravers
le Alpi ed entr nella citt di Aquileia dove fu accolto con
entusiasmo dalle legioni ausiliarie. Continu poi la sua marcia
lungo la penisola senza incontrare opposizione. Tradito dai
suoi cospiratori, l'imperatore Onorio si rifugi di nuovo dietro
le mura di Ravenna e lasci Roma in bala del suo destino.
La grande sala era quasi vuota. Onorio, rannicchiato davanti
al fuoco nel tentativo di scaldarsi, si rivolse a un tribuno.
Dimmi, come sono armati i barbari?
Con lance e spade, Augusto.
Allora sono soltanto dei cavalieri e non sanno scalare le
mura.
Cos crediamo, Augusto. Il pensiero della propria sicurezza
rallegr l'imperatore. L'ultima volta i barbari avevano
aggirato le mura di Ravenna e avrebbero fatto di nuovo cos.
Almeno era quello che sperava. Onorio fece incetta di viveri
nelle campagne circostanti, privandole di tutte le risorse, poi
chiam i pochi soldati che ancora gli erano rimasti fedeli
perch accorressero attorno a lui, a Ravenna, lasciando che
Roma se la cavasse da sola.
Nell'autunno del 409, Alarico era accampato attorno a
Roma, una citt di 1.200.000 abitanti, protetta da mura formidabili
e accessibile attraverso dodici porte. Si sapeva che
l'unico punto debole dei barbari era la mancanza di strumenti
adatti a prendere una citt fortificata, infatti non avevano
macchine da assedio n altro che consentisse loro di scalare
le mura. Ma c'erano altri mezzi per prendere una citt oltre
allo scalarne le mura! Alarico non aveva truppe in grado di
arrampicarsi sui bastioni, ma aveva i mezzi per bloccare gli
accessi e tutti i rifornimenti arrivavano in citt su navi che
risalivano il Tevere dal porto di Ostia. Tagliandole i viveri
Alarico condannava Roma alla morte per fame. E non sarebbe
passato molto tempo prima che la popolazione soffrisse
per mancanza di cibo.
Le persone di entrambi i sessi, che erano state abituate a godere
lussi e comodit, scoprirono quanto poco servisse per soddisfare
i bisogni elementari ed erano pronte a sperperare inutili tesori
d'oro e d'argento per ottenere semplici beni di prima necessit che
un tempo avrebbero respinto con disprezzo. Il cibo pi ripugnante
ai sensi o all'immaginazione, gli alimenti pi malsani e nocivi
venivano divorati avidamente e aspramente contesi a causa della
fame. Si sospettava che alcuni infelici si nutrissero dei corpi dei
loro simili che avevano assassinato; e si diceva che persino le madri
avessero assaggiato la carne dei loro
figlioletti massacrati!(4).
Una delegazione di cittadini si present ad Alarico chiedendo
piet, ma il re goto rifiut di permettere a chiunque
di lasciare la citt devastata dalla fame e dalle epidemie.
Quanto pi il fieno  folto, tanto pi facile  spostarlo rispose.
Posso prendere in considerazione la vostra richiesta
soltanto se mi consegnate tutto l'oro e l'argento che avete in
citt, tutti gli oggetti preziosi e tutti i miei connazionali che
usate come schiavi.
I patrizi restarono scioccati.
La tua richiesta  molto pesante, grande re. Che cosa
intendi lasciarci?
La vita!
Alcuni romani erano riusciti a fuggire dalla citt e si erano
recati a Ravenna per riferire delle estreme privazioni che
avevano sofferto e dell'impossibilit di resistere pi oltre.
L'imperatore espresse la sua solidariet, ma non mosse un
dito, lasciando che il popolo di Roma se la cavasse da solo
come meglio poteva. Quando nella citt assediata giunse la
notizia che non sarebbe pi stato possibile contare sull'aiuto
dell'imperatore, la frustrazione non pot che aumentare.
Tutti i cavalli e gli altri animali erano gi stati macellati, e cani
e gatti venivano venduti a prezzi strabilianti; persino gli insetti
cominciavano a scarseggiare. Con la carestia giunsero le
malattie. Mentre le epidemie devastavano Roma e la volont
di combattere era minata dalla fame e dalla febbre, Alarico
lasci parte del suo esercito a continuare l'assedio e part con
il resto delle truppe per trascorrere l'inverno in Toscana. In
primavera, per, non torn a Roma, ma marci su Ravenna.
Ravenna  forte, mio signore.
Lo so, e mancano all'appello alcuni dei migliori guerrieri,
impegnati ad assediare Roma, ma ora dobbiamo prendere
Ravenna e poi toccher a Roma.
Mio re, non  mai ragionevole puntare in due direzioni
contemporaneamente os fargli notare uno dei suoi consiglieri.
Risparmiami i tuoi consigli. Certo,  possibile che si perda
da una parte mentre si guarda dall'altra. Ma una volta
che avremo preso Ravenna e punito il traditore, Roma cadr
senza combattere.
Il consigliere aveva visto giusto; Alarico non poteva conquistare
due grandi citt contemporaneamente. Cerc infatti
di prendere Ravenna, ma senza successo. In gran parte fu
dovuto alle paludi infestate dalle zanzare, le cui punture minarono
la resistenza dei suoi uomini, che si ammalarono di
febbri (malaria). Dopo settimane di frustrazione, ricondusse
l'esercito verso sud, per rafforzare le truppe che assediavano
Roma, ma questa volta non avrebbe pi avuto bisogno di
macchine da assedio per prendere i bastioni della citt; l'aiuto
venne infatti dall'interno. Audacemente, alcuni romani
riuscirono a uscire dalla citt assediata lasciandosi trascinare
dalla corrente del Tevere. Peraltro, le notizie che portavano
ad Alarico furono quanto mai bene accolte.
Re Alarico, i nostri fratelli attaccheranno la guarnigione
di stanza alla Porta Salaria e apriranno le porte al tuo esercito
promisero. L'azione era prevista per la notte del 24 agosto
del 410. I simpatizzanti dei Goti si riunirono dunque in varie
case nei pressi delle mura, poi, verso la met della notte, parecchie
decine di uomini armati si aprirono la strada attraverso il dedalo di viuzze dirigendosi verso la Porta Salaria. Con
una breve lotta, ebbero la meglio sugli sbalorditi difensori e
tagliarono la corda del ponte levatoio, che si abbass di colpo
con un fragore che fu udito in tutto il mondo cristiano. I cavalieri
goti fecero irruzione nella Citt Eterna. I Romani si resero
conto della caduta della citt non appena udirono il suono
dei corni da guerra goti e il rumore di zoccoli sul selciato.
Adest Alaricus, trepidam Romam obsidet, turbat, irrumpit.
Alarico si presenta alle porte di una Roma in preda al
panico, la assedia, la precipita nel caos e irrompe in citt.
Un re barbaro era riuscito in quello che nessuno, prima di
lui, aveva osato compiere. Mai, infatti, un esercito invasore
era entrato nella sacra citt di Roma; neppure quello di
Annibale. Ora invece l'arroganza di Alarico lo aveva portato su
quello stesso trono che per quattro secoli era stato occupato
dagli imperatori romani.
Alarico e i suoi uomini non erano venuti per conquistare,
ma per saccheggiare, e il loro trionfale ingresso fu seguito dal
sacco di Roma: sei giorni di saccheggi, incendi e stupri.
Dopo mesi di frustrante attesa davanti alle porte sbarrate,
i Goti diedero libero sfogo alla loro ferocia e Roma fu sottoposta
agli orrori che vengono commessi quando la vittoria,
la brutalit e la licenziosit si uniscono. Ogni malvagia
passione pot scatenarsi impunemente; vendetta, lussuria e
avidit la fecero da padrone. Roma non esiste pi... Nel
pi gigantesco saccheggio della storia dell'umanit, Roma,
centro dell'universo e ricettacolo di tutti i suoi tesori rubati
in varie parti del mondo, venne saccheggiata. Nulla e nessuno
fu risparmiato. Templi e chiese furono spogliate di icone
e calici d'argento, splendide dimore patrizie furono svuotate
dei loro tesori. Tutto ci che poteva essere trasportato fu
ammucchiato sui carri e quanto non poteva essere spostato
fu fatto a pezzi o bruciato. Intanto i guerrieri goti si spostavano
in splendidi veicoli, agghindati in abiti lussuosi. Le
cantine vennero svuotate e scoppiarono risse tra gli ubriachi
saccheggiatori.
Nei quartieri pi poveri della citt, dove di cose preziose
ne furono trovate ben poche, i Goti si infuriarono a tal
punto per la mancanza di bottino che incendiarono le case.
Forti venti alimentarono le fiamme e le scintille volarono
dai tetti, appiccando l'incendio ad altre parti dell'abitato. E
mentre interi quartieri erano divorati dalle fiamme, la gente
stava a guardare in preda all'apatia. Lo splendido palazzo
di Sallustio fu distrutto dall'incendio. Una nuvola densa e
oleosa nascondeva l'orrore; l'acre odore di fumo e di morte
era ovunque. Come sempre, il peggio fu riservato alla popolazione
inerme. Nobili matrone furono spogliate nude e
trascinate per le strade dove venivano violentate da orde di
uomini ubriachi; giovani fanciulle venivano stuprate davanti
alle loro famiglie. I pi illustri patrizi furono radunati come
bestiame, inchiodati a croci od obbligati a raccogliere i corpi
mutilati e ormai in decomposizione sotto il caldo sole estivo;
nel contatto con i cadaveri si infettarono e dopo breve tempo
morirono tra terribili spasimi. Le donne venivano trascinate
nelle tende dei guerrieri o chiuse in gabbie per essere vendute
sul mercato degli schiavi. Quanto alle persone prive di
valore, quelle che in circostanze normali venivano ignorate,
furono anch'esse vendute o massacrate. E quei pochi le cui
vite furono miracolosamente risparmiate, mai pi si sarebbero
comportati normalmente, poich le loro menti erano
rimaste sconvolte dagli orrori cui avevano dovuto assistere.
Ci fu una sola eccezione. Alarico non era quello che si
potrebbe definire un ateo, dal momento che l'ateismo non
aveva posto in un mondo in cui esistevano migliaia di di,
semplicemente non aveva devozione per nessuna divinit in
particolare. Tuttavia sapeva dell'esistenza di un profeta chiamato
Cristo e sapeva che erano troppi coloro che seguivano
i suoi insegnamenti perch ritenesse di poterlo ignorare. Il
re goto consider dunque saggio non scontrarsi con l'unico Dio
dei cristiani e con i suoi rappresentanti sulla terra.
Pertanto aveva dato ordini tassativi, sotto pena di morte, di
rispettare la santit delle basiliche di San Pietro e San Paolo.
Molti fedeli terrorizzati, nella convinzione che l'essere vicini
al loro Dio li avrebbe salvati, si erano rifugiati nella cripta e
si stringevano attorno all'altare quando vi fece irruzione un
gruppo di Goti ubriachi. Un guerriero gigantesco sal sugli
scalini e fece roteare la sua lunga spada. Lo fece con tutta
calma, come se avesse tagliato della legna. Quando Alarico
fu informato dell'incidente, invi una pattuglia e tutti coloro
che avevano partecipato alla profanazione del luogo sacro
furono giustiziati sugli scalini della chiesa. Poi ordin che i
loro corpi fossero lasciati insepolti insieme a quelli delle loro
vittime, perch servissero di esempio agli altri.
Sant'Agostino, vescovo di Ippona (Bona, in Algeria), che
viveva in volontario isolamento in una piccola cella per darsi
alla contemplazione, prov tanto orrore per il sacco di
Roma che nelle sue Retractationes scrisse: In seguito all'invasione
dei Goti sotto il loro re Alarico, Roma fu rovesciata
con un terribile massacro. Infiammato dallo zelo per la Casa
del Signore, sono intenzionato a scrivere un trattato sulla
Citt di Dio.
La permanenza a Roma non fece alcun bene agli uomini
di Alarico. Per sei giorni si diedero infatti ai comportamenti
pi sfrenati. Litigi, risse per il bottino e l'influsso dello
stile di vita molle e depravato dei Romani minacciavano di
distruggere la loro voglia di combattere e ad Alarico non
lasciarono alternativa se non portarli via al pi presto dalla
Citt Eterna. I Goti non esitavano a ricorrere alla tortura per
estorcere confessioni circa tesori nascosti, e la situazione precipit
a tal punto che finirono per massacrarsi a vicenda per
il possesso del bottino. Dopo sei giorni di crudelt, stupri e
rapine, Alarico ordin alle sue orde di lasciare la citt.
Non  mai stato possibile calcolare con esattezza quante
siano state le vittime del sacco di Roma.  opinione comune
che la maggior parte dei suoi pi illustri cittadini siano stati
venduti come schiavi. Ma poich i barbari preferivano l'oro
agli schiavi,  probabile che qualcuno abbia potuto riacquistare
la libert per una somma relativamente modesta. Coloro
che non poterono essere venduti ai mercanti di schiavi
o che si rivelarono inutili o troppo vecchi, furono semplicemente
uccisi prima che il grande esercito si mettesse in
marcia verso la Campania. Alla sua bella capitale, Capua, fu
riservato un destino analogo: la citt fu saccheggiata, ma i
suoi abitanti furono risparmiati. Nel frattempo i Goti avevano
infatti imparato a godersi il tepore del sole meridionale e
le delizie del buon vino. Gli anni di privazioni lungo l'Elba e
il Danubio vennero dimenticati e gli Unni rimasero un semplice
ricordo di un lontano passato.
Il vincitore non ebbe il tempo di godere i frutti del saccheggio.
Probabilmente durante l'assedio di Ravenna una
zanzara malarica lo aveva punto e cos, mentre era pronto a
passare in Sicilia, fu colto da una forte febbre. Resistette per
giorni, rigirandosi nel suo letto da campo, madido di sudore
e scosso da brividi. In punto di morte, fece chiamare Ataulfo,
a cui affid il regno. Quattro mesi dopo il sacco di Roma,
Alarico mor di malaria e molti sostennero che si era trattato
di una punizione divina.
Il suo funerale fu spettacolare quanto la sua esistenza e
mostr una volta di pi la ferocia dei barbari. Migliaia di
schiavi furono costretti a costruire una diga per deviare il
corso del Busento, che scorre sotto le mura di Cosenza. Si
tratt di un'impresa gigantesca in cui persero la vita migliaia
di esseri umani. Infine, il sarcofago reale, colmo dei tesori
razziati a Roma, fu sepolto nel letto vuoto del fiume, dopodich
le acque tornarono a scorrere nel loro alveo. Ma
per essere certi che il sonno eterno del grande re non fosse
disturbato e nascondere il sito ai cacciatori di tesori, i Goti
sigillarono il sepolcro con disumana barbarie: tagliando la
gola alle migliaia di schiavi che vi avevano lavorato. Nessuno
scopr mai il luogo segreto e il tesoro di Alarico si trova ancora
sotto il letto del Busento, in attesa che qualcuno lo trovi.
Con la morte di Alarico fin un capitolo di storia. Il suo
successore, Ataulfo, spos la sorella dell'imperatore Onorio,
Galla Placidia, e poi se ne and con i suoi uomini alla conquista
della Gallia e della Spagna (415 dopo Cristo). Dopo aver vagato
per molti anni, i Visigoti si stabilirono infine nell'Aquitania
(Francia), dove fondarono il primo regno barbarico. Ataulfo
fu assassinato e Wallia, che gli succedette, divenne il primo
re di Tolosa (419 dopo Cristo). Qui i Visigoti sarebbero rimasti pacificamente
insediati e impegnati a coltivare la terra finch una
nuova minaccia li costrinse ad abbandonare quella tranquilla
esistenza per fronteggiare il loro pi acerrimo nemico in una
battaglia che si risolse in un vero e proprio massacro. Nel 451
il re dei Visigoti, Teodorico, si scontr con l'unno Attila(5).
Nel 452 Attila invase l'Italia. L'intervento divino nella persona
del suo rappresentante terreno, papa Leone I - e un
bel po' d'oro - salvarono Roma. Poi, nel 455, Roma sub un
altro saccheggio da parte di una trib germanica, i Vandali,
guidati dal loro re Genserico.
Le cose andarono cos: il geloso imperatore, Valentiniano
III, assassin l'ultimo dei Romani nella persona di
Ezio, che aveva sconfitto gli Unni. A sua volta il praefectus
pretorio Petronio Massimo assassin Valentiniano e usurp
la corona costringendo la vedova dell'imperatore, Eudossia,
a sposarlo. Eudossia chiese l'aiuto del re vandalo Genserico
che uccise Petronio Massimo, e i suoi uomini saccheggiarono
Roma. Come gran finale, Genserico prese prigioniera
Eudossia e la port con s in Africa.
Le conseguenze del saccheggio di Alarico furono disastrose.
Roma era sopravvissuta agli attacchi di Etruschi, Cartaginesi,
Cimbri, Elvezi, Galli e Belgi, ma nessuno fu letale come
i Goti, che finirono per essere coloro che vibrarono il colpo
mortale. La Roma Eterna cos come era esistita per secoli,
con lo splendore della corte dei grandi imperatori, con gli
anfiteatri e le magnifiche terme marmoree, con le dimore che
ospitavano i tesori del mondo e con i bianchi templi ornati
dalle slanciate colonne rubacchiate nei santuari della Grecia,
quella Roma non esisteva pi.
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Il tempio  distrutto, l'oro  stato saccheggiato, la ruota della fortuna ha compiuto il suo giro e il sacro suolo  di nuovo cosparso di sterpi e rovi. Il colle del Campidoglio che un tempo era stato a capo dell'impero romano, la roccaforte della terra, il terrore dei re; reso illustre dalle sfilate di tanti trionfi, arricchito dalle spoglie e dai tributi di tante nazioni [...] gli edifici pubblici e privati che erano stati costruiti per l'eternit giacciono al suolo, nudi e spezzati, come le membra di un possente gigante; e la rovina traspare ancora pi evidente dagli stupendi resti che sono sopravvissuti alle ingiurie del tempo.
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Queste parole furono scritte mille anni dopo, nel 1430, da Poggio Bracciolini nel suo De varietate fortunae. Roma, l'unica potenza che per secoli aveva trasceso i confini nazionali, che aveva assicurato la legge e la sopravvivenza della civilt occidentale, era morta. E con lei era morta la speranza in un immediato futuro per un mondo impazzito.
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La caduta di Roma avvenne non in seguito a un'azione eroica, ma all'inganno e al tradimento. Poche dozzine di uomini atterrarono le guardie e abbassarono il ponte levatoio, e le legioni ausiliarie di Roma si rifiutarono di combattere per la sopravvivenza dell'impero.
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Non fu soltanto perch Goti, Vandali, Unni e Longobardi bussarono alla porta. La fine della superpotenza del mondo antico divenne inevitabile una volta che ci fu il crollo morale di Roma, della sua gente e dei suoi imperatori.
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Il giorno in cui ebbe fine la gloria di Roma, iniziarono i secoli bui.
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Note.
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1. Vegezio, storico contemporaneo scrisse tra l'altro un trattato di arte militare.
2. Per limes si intendeva la linea di fortificazioni a protezione del confine, in questo caso lungo il Danubio e la Drava.
3. Situata tra Venezia e Trieste, conserva tuttora la sua splendida cattedrale con un bellissimo pavimento a mosaico. Chiunque si rechi a Venezia dovrebbe farvi una puntata.
4. E. Gibbon, Declino e caduta dell'impero romano, cit.
5. Si veda: Durschmied, Laltra faccia degli eroi, Piemme, Casale Monferrato 2003.
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EPILOGO.
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VAE VICTIS! GUAI AI VINTI!
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Tito Livio, 59 avanti Cristo - 17 dopo Cristo
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Non finiranno i guai degli stati, o meglio, caro Glauco, dell'umanit stessa, fino a quando i filosofi non diverranno i sovrani del mondo, oppure fino a quando quelli che ora chiamiamo re e governanti non diventeranno essi stessi filosofi.
Platone, Repubblica, quarto secolo avanti Cristo.
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Da Armageddon alla caduta di Roma: una carrellata sull'orlo del baratro. Abbiamo la tendenza a esaltare il passato, a vederlo
come la mitica Et dell'Oro, ma non dimentichiamo un fatto importante, e cio che nel grande mosaico della storia mancano numerosi tasselli. Non molto infatti ha resistito alle ingiurie del tempo e della barbarie.
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Magnifici edifici, esposti alle calamit naturali, hanno retto a terremoti, piogge e tempeste, ma non alla deliberata distruzione provocata dalla mano dell'uomo. Le rovine dell'antichit sono disseminate su terreni incolti. I babilonesi lasciarono soltanto il muro di un tempio, i Greci distrussero Persepoli, i Romani sparsero sale sulle macerie di Cartagine, poi riuscirono a dare alle fiamme le opere della filosofia occidentale custodite nella biblioteca di Alessandria, e la Chiesa cattolica spogli il Colosseo dei suoi marmi.
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Guardate le rovine di Roma, quel che resta dell'antica grandezza. N il tempo n i barbari possono vantare il merito di questa spaventosa distruzione: fu compiuta dai suoi stessi cittadini, dai suoi figli pi illustri. Con gli arieti abbiamo fatto quello che l'eroe cartaginese non era riuscito a compiere con la sua spada(1).
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Gli antichi ci hanno lasciato il loro concetto di civilt, di bene e di male. Sono stati arbitri di bellezza e campioni di valore, ma sono stati anche i barbari prodotti di un'epoca brutale. Eressero templi, insuperabili nel loro splendore, e poi diedero prova di una licenziosit che violava impunemente tutte le leggi. Questo port alla scomparsa di princpi morali, e al crollo di grandi imperi. Nulla  eterno..
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Il tempo ha giocato qualche brutto scherzo alla nostra interpretazione del mondo antico. Guardiamo infatti agli Egizi, ai Greci e ai Romani come agli eroici rappresentanti di un'epoca incredibilmente nobile, il momento determinante di un dramma degno di Sofocle, un messaggio biblico in cui il bene trionfa sul male. Ma in questi antichi e nobili racconti di grandezza e di splendore,  andato smarrito un fattore importante: la violenza, la ferocia, l'ignoranza e la crudelt che assillarono il mondo antico. Le guerre venivano condotte con estrema brutalit e i vinti venivano massacrati fino all'ultimo uomo, donna e bambino.
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La piet era sconosciuta e il sangue degli innocenti profanava luoghi santi ed edifici sacri. Il mezzo per arrivare alla grandezza era (e ancora ) la conquista. Molte delle grandi battaglie dell'antichit vennero combattute per ottenere conquiste territoriali, altre furono causate da passioni e vendette. Pi spesso il motivo era il possesso di beni mobili, accompagnato da uno sfrenato abbandonarsi alla lussuria e alla crudelt, radendo al suolo i magnifici edifici dei Cesari o bruciando i nobili testi dei filosofi greci.
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Il primo esempio  la distruzione del pi grande monumento alla libert di pensiero, la biblioteca di Alessandria. Tutti parteciparono a quella distruzione: Cesare, barricato entro le sue mura, cercando di proteggersi dietro la cortina di fiamme che distruggevano manoscritti insostituibili; i vescovi cristiani che considerarono idolatre le voci filosofiche indipendenti, e i seguaci di Maometto, spinti dall'ignoranza e dal fanatismo.
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Prima che la grande biblioteca fosse data alle fiamme, il califfo Ornar afferm: Se questi scritti degli antichi greci sono in disaccordo con il Libro di Allah, sono dannosi e devono essere distrutti.
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Le invasioni di territori stranieri erano seguite da scaramucce brevi e violente e da furiosi combattimenti, e le loro ripercussioni andavano molto al di l di quel particolare momento o di quella particolare regione. Il caos militare che seguiva inevitabilmente ogni sconvolgimento politico nella culla della civilt spingeva altri a invadere, conquistare, o semplicemente regolare vecchi conti con vicini pi potenti e popolosi, come fece Alessandro quando invase la Persia.
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Il faraone Thutmosis aveva bisogno di proteggere le sue strade commerciali, e pertanto invase la Palestina. Non sempre le
invasioni portavano alla vittoria, e le sconfitte furono numerose. Per esempio, Dario e Serse dilagarono nell'Egeo con i loro potenti eserciti, soltanto per scoprire che le notizie relative alla debolezza militare dei Greci erano notevolmente esagerate; Annibale non riusc a ottenere il controllo del Mediterraneo perch fu tradito dal suo stesso paese.
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Tocc a Cesare, con le sue grandi campagne di terra, conquistare gran parte dell'Europa, consolidando cos il dominio di Roma sul mondo antico. E poi Valente perse tutto quando attacc Visigoti e Ostrogoti sulla base di informazioni sbagliate.
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Le orde barbariche provenienti da est o da nord non furono pi brutali o devastanti degli Spartani o dei Romani, forse furono soltanto pi esotiche.  strano scoprire come alle spaventose carneficine operate da Cesare tra le trib barbariche si attribuisse lo stesso valore patriottico della lotta per la sopravvivenza contro le truppe di Annibale.
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Il messaggio fondamentale era: tutte le guerre sono motivo di onore, soprattutto se si muore in una di esse. Questa incongruenza derivava in gran parte dal desiderio profondamente radicato di elevare la morte in battaglia al di sopra della morte naturale, cosicch il soldato che moriva per un colpo di lancia o di spada meritava onore eterno.
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C'era chi credeva che fosse molto pi eroico morire in un'epica battaglia come quella delle Termopili che nel proprio letto, dal momento che morire nel proprio letto sembrava troppo prosaico e banale. Nella migliore delle ipotesi, questa visione romantica poteva essere un'assurdit infantile, ma faceva il gioco di quelli che cercavano di costringere gli altri a combattere per loro ed erano ansiosi di mandare prematuramente nella tomba giovani guerrieri.
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Nessun periodo della storia ha utilizzato un maggior numero di persone con pi rapidit e meno scrupoli dell'antichit, con il suo spietato massacro di tutti da parte di tutti. Le sue campagne ci lasciano con una grande quantit di insegnamenti militari e di implicazioni politiche: mancanza di strategia, ruolo degli armamenti e addestramento delle forze armate. .
Scavando nel passato possiamo imparare per il futuro. Allora (come oggi) quattro sono i principali fattori che determinano l'andamento delle battaglie:
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1. la gestione degli uomini,
2. le innovazioni strategiche,
3. il controllo delle menti,
4. la flessibilit nell'adottare nuove soluzioni quando quelle pianificate non danno i risultati sperati.
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I princpi fondamentali dell'arte militare non sono mai cambiati. Esattamente come oggi, anche un tempo leadership
creativa, saggezza e valore erano i tre pilastri della vittoria, e l'esitazione portava inevitabilmente al disastro, tanto quanto l'inutile temerariet. Un grande generale doveva sapere che il rischio era insito nella guerra e che c'era un'evidente differenza tra il rischio calcolato e l'azzardo sconsiderato.
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Alcuni credevano nella causa della giustizia, resistevano agli invasori stranieri con uno spirito fortemente nazionalistico e lo dimostravano con la volont di dare la vita per la patria. L'errore stava nella convinzione di difendere una giusta causa e di uccidere per una giusta causa. C'era chi riduceva tutto a una semplice formula: uccidi il maggior numero possibile di nemici e spezza il loro morale, e valutava i propri progressi in base ai cumuli di cadaveri che si lasciava alle spalle.
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Quando poi aveva fatto il deserto, lo chiamava pace. Nella competizione per aggiudicarsi gli allori della storia, troviamo molti protagonisti, buoni e cattivi. Erano faraoni, filosofi, dittatori, re, condottieri. Tutti erano sognatori, eroici, barbari, creativi e distruttivi; tutti erano ambiziosi e costruttori di regni. I loro imperi prosperarono e crollarono.
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Un re era il simbolo, ma un simbolo dura soltanto lo spazio di una vita. I loro sacrifici e le loro vittorie li resero grandi, come grandi furono le limitazioni con cui esercitarono il loro potere militare e imposero la loro brutale egemonia.
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Erano sempre le guerre a stabilire l'egemonia economica, politica e culturale, guerre che venivano condotte con una brutalit che non possiamo neppure immaginare e finivano inevitabilmente con lo sterminio della nazione nemica. Alle trib nomadi in cerca di territori, le legioni di Roma avevano mostrato che non potevano aspettarsi che la morte. Ma con l'andare del tempo Yimperium romanum divenne il terreno di gioco di corrotti imperatori e del loro entourage di ufficiali di corte, in un'epoca in cui gli imperatori perdevano la propria testa o uccidevano i comandanti delle loro legioni.
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E allora uno dei modi con cui un imperatore riusciva a restare aggrappato al potere divenne ingaggiare nordici nerboruti,
la casta emergente dei generali barbari che potevano essere tenuti sotto controllo a causa delle aspre rivalit interne.
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Nulla  eterno, e la fine del mondo antico arriv con velocit fulminea. Una lotta furiosa scoppi sul cadavere di una civilt un tempo gloriosa. Le vestigia traballanti dell'impero romano furono schiacciate sotto la macina di una gigantesca
Vlkerwanderung, la migrazione di popoli in cerca di pascoli.Il risultato era prevedibile: nessun vincitore, soltanto vinti;
il preludio di un futuro lugubre..

Una cosa tuttavia  certa: che sia il declino dell'Egitto, o la nascita di Israele, o le successive devastazioni dell'Assiria e di Babilonia, o l'ascesa della Persia, o lo splendore della Grecia, o la distruzione di Cartagine, o la conquista della Gallia o, da ultimo, la caduta di Roma, in ogni caso la fisionomia delle societ attuali  stata forgiata dai popoli del passato in una serie di sanguinosi cataclismi.
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Vae victis! Guai ai vinti! Grazie a questo atteggiamento, che non conosceva piet, emersero imperi che costruirono la loro gloria sulle ceneri degli stati che avevano dato alle fiamme. A noi restano soltanto le loro costruzioni monumentali, dalla Grande Piramide di Cheope al Colosseo di Tito. Finch il Colosseo resta in piedi, Roma esister, quando il Colosseo cadr, Roma cadr. E quando Roma cadr, il mondo cadr(2).
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Tutti, grandi eroi e tiranni, sono morti, ma restano nella nostra memoria.
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Note.
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1. Francesco Petrarca, 1304-1374.
2. Venerabile Beda, 673-735 dopo Cristo, citato anche da Lord Byron nel suo Childe Harold's Pilgrimage.
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FINE.
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BIBLIOGRAFIA.
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LA BIBBIA.
L'Antico Testamento risale approssimativamente al periodo di Mos e dei grandi re (1200-800 avanti Cristo) e originariamente fu scritto in ebraico.  suddiviso in tre parti: la Legge (Torah), i Profeti (Nehiim) e Cronache (Ketubim)-, note anche come Tanach, acronimo formato dalle tre iniziali.
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Il Nuovo Testamento fu scritto dopo la morte di Ges e comprende i Quattro Vangeli: Matteo (42-50 dopo Cristo), Marco (composto durante la rivolta giudaica, 66-70 dopo Cristo), Luca (scritto dopo la distruzione di Gerusalemme, 80-85 dopo Cristo) e Giovanni (100 dopo Cristo), le Epistole e l'Apocalisse. Per le citazioni bibliche si fa riferimento a: La Bibbia, Piemme, Casale Monferrato 1995.
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...
MEGIDDO
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...
Antico Testamento. The Cambridge Ancient History.
Gale R., Great Battles of Biblical History, London 1968.
Keller W., La Bibbia aveva ragione, Garzanti, Milano 1956.
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MARATONA / TERMOPILI / SALAMINA.
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I testi maggiormente citati sono le opere di autori greci contemporanei: Eschilo (I Persiani, 525-456 avanti Cristo), Erodoto (Le storie, 486-420 avanti Cristo) e Tucidide (Storia della guerra del Peloponneso, 465-395 avanti Cristo).
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Nel 19esimo secolo i maggiori esperti su temi relativi alle guerre persiane sono J. Arthur Munro e G.B. Grundy.
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Durant W., The Life ofGreece, New York 1939.
Erodoto, Le storie, Mondadori, Milano 1982.
Eschilo, I Persiani, Bulzoni, Roma 1976.
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ALESSANDRO MAGNO.
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 relativamente facile trovare materiale sulla vita e le imprese di Alessandro, dal momento che i suoi contemporanei non lesinarono le lodi sul suo conto: Flavio Arriano, Anabasi di Alessandro, Quinto Curzio Rufo, Storia di Alessandro Magno, Plutarco, Vite parallele, e ancora Aristotele, Athenaion Politeia e Senofonte, Elleniche e. Anabasi.
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Tuttavia, la descrizione di Arriano  probabilmente la pi vicina alla realt. Le sue opere sono accurate in fatto di dettagli topografici e quanto agli ordini impartiti da Alessandro sul campo di battaglia sono certamente precisi dal momento che si basano sugli scritti di Tolomeo, che prest servizio come comandante della cavalleria scelta, gli eteri.
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Polibio attinse abbondantemente da Callistene, storico ufficiale della corte di Alessandro. Sfortunatamente molti degli scritti originali sono andati perduti nell'incendio che ha distrutto la grande biblioteca di Alessandria.
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Il celebre incontro tra Alessandro e la famiglia di Dario dopo la battaglia di Isso  stato dipinto dal Veronese nel 1565 ed  custodito nella National Gallery di Londra.
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Diodoro Siculo, Biblioteca storica, Sellerio, Palermo 1980.
Flavio Arruano, Anabasi di Alessandro, BUR, Milano 1998.
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ANNIBALE.
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Le fonti migliori sono lo storico greco Polibio (205-125 avanti Cristo), Storie, il romano Tito Livio (64 avanti Cristo - 17 d.C),Storia di Roma-, Cornelio Nepote (99-24 avanti Cristo), De viris illustrihus-, Dione Cassio (155-255 dopo Cristo), Historia Romana, e lo scrittore e proconsole dAfrica, Teodosio Macrobio, Saturnalia.
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MARIO / VERCINGETORIGE / CESARE.
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Molte notizie sono reperibili nelle Vite parallele di Plutarco (46-120 dopo Cristo), Alessandro-Cesare e Pirro-Mario; nelle Vite dei dodici Cesari di Svetonio (69-125 dopo Cristo), negli Annales di Cornelio Tacito (55-120 dopo Cristo), oltre che, naturalmente, nel De bello gallico dello stesso Cesare.
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Caio Giulio Cesare, La guerra gallica, Einaudi, Torino 1999.
Caio Svetonio Tranquillo, Vita dei Cesari, Garzanti, Milano 1980.
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LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO.
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Per questo capitolo la fonte principale  l'opera di Edward Gibbon, Declino e caduta dell'impero romano, terminata nel 1787. Da allora sono state numerosissime le versioni abbreviate e le interpretazioni di quest'opera celeberrima e monumentale. Da parte sua, Gibbon si ispir certamente alle Historiarum adversus paganos libri septem di Orosio e alla Historia ecclesiastica gentis anglorum del Venerabile Beda.
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Attinse anche agli scritti di Tacito, Annales, alla Historia romana di Dione Cassio, e alle Vite dei dodici Cesari (121 dopo Cristo circa), di Svetonio (69-140 dopo Cristo), in cui si narra la vita di Giulio Cesare e dei primi undici imperatori romani, da Augusto a Domiziano. Gradevole mescolanza di dati di fatto e di voci, o persino di pettegolezzi, tratti da fonti antiche e non verificabili, le Vite presentano uno spaccato della societ dei primi secoli della Roma imperiale.
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TITO.
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Il racconto pi dettagliato della caduta di Gerusalemme ci  stato tramandato dallo storico e comandante ebreo Giuseppe Flavio nelle sue opere Antichit giudaiche e La guerra giudaica, composte tra il 73 e il 75. Sono stati consultati anche il Vangelo di Marco, scritto all'epoca della rivolta giudaica del 66-70, ma prima della distruzione del Tempio, e quello di Luca, scritto approssimativamente tra l'80 e l'85, dopo la caduta di Gerusalemme.
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ALARICO.
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Il monaco greco Paolo Orosio, filosofo ed educatore, fu probabilmente testimone oculare del sacco di Roma a opera dei barbari di Alarico. La sua opera Historiarum adversus paganos libri septem riflette molti aspetti della vita romana dell'epoca e fu scritta un anno dopo il sacco di Roma (411-414 dopo Cristo circa).
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FINE.